Usi temporanei: a cosa servono e perché occuparsene?

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    Fare città e usi temporanei
    C’è una affermazione di Pierluigi Crosta, studioso di politiche urbane e territoriali, che è diventata celebre tra chi si occupa di studi urbani: “il territorio è l’uso che se ne fa” (Crosta, 2010). In maniera icastica la frase ribadisce il potere delle “pratiche” nel senso più ampio del termine non solo di plasmare e dare significato al territorio ma addirittura di coincidere con esso. Questa assunzione mette al centro di ogni azione analitica e progettuale riferita alla città le persone. Non la materialità di edifici, infrastrutture e manufatti che formano la città “di pietra” ma la trama di relazioni, abitudini, gesti, usi – appunto – per loro natura impermanenti. Gli usi potranno essere occasionali o ripetersi ciclicamente, potranno essere momentanei o di diversa durata, ma resteranno comunque temporanei e inscindibilmente legati a chi li agisce in un dato periodo di tempo. Crosta non parlava di usi in questa accezione ma ci piace considerare centrali gli stessi temi: ovverosia la rilevanza delle persone, delle pratiche e della dimensione temporale nella definizione della città e del territorio.
    Gli usi temporanei sono sempre esistiti: dagli accampamenti nomadici del passato, ai mercati nelle strade nelle città occidentali, dalle occupazioni di edifici o spazi abbandonati variamente istituzionalizzati (squatting o community garden) agli allestimenti di ospedali da campo o di feste di paese. Sono stati spesso associati all’idea di architettura temporanea e hanno sempre avuto uno statuto debole nei discorsi sulla trasformazione della città, in quanto legati al mondo della sperimentazione, dell’effimero, del transitorio o dell’emergenza e come tale da rimuovere o consolidare quanto prima possibile. Nella cultura orientale, diversamente, il carattere temporaneo è quasi una costante nella storia delle città. In India, ad esempio, è molto evidente, come ci racconta nel libro Ephemeral Urbanism. Cities in constant flux (2016) Rahul Merothra, docente di architettura ad Harvard. Spazi ed usi effimeri rispondono a flussi e necessità mutevoli: diverse tipologie di intervento modificano lo spazio per adattarlo a processioni religiose, eventi ludici, concerti o manifestazioni politiche, mercati ambulanti e fiere espositive, oppure realizzano insediamenti temporanei per emergenze abitative dopo allagamenti o terremoti, accampamenti militari o villaggi in siti estrattivi o produttivi che seguono i diversi tempi del lavoro.

    Gli usi temporanei sono sempre esistiti: il territorio è l’uso che se ne fa

     

    Il “tempo di mezzo” per nuove istanze
    Da decenni, tuttavia, in molti campi disciplinari che si occupano di città e territorio, la dimensione della temporaneità del progetto e degli usi ha ripreso una nuova centralità.

    • Nel campo dell’urbanistica e del progetto urbano, fin dalla fine degli anni ’80, il dibattito accademico e professionale ha discusso lungamente della rigidità di certe forme di pianificazione di fronte a condizioni di crescente incertezza politica, economica e sociale. Ne è emersa la necessità di strumenti più adeguati ad affrontare le modificazioni delle condizioni e del contesto. Parole come “flessibilità”, “adattabilità”, “dimensione evolutiva”, “processualità”, sono diventate concetti chiave di un modo di immaginare (governare e pianificare) le trasformazioni della città e del territorio, sensibili ai modi di cambiare nel tempo. Contestualmente, l’attenzione crescente ai temi del paesaggio e dell’ecologia, ha alimentato teorie e interventi altrettanto attenti a queste dimensioni temporali, come il Landscape Urbanism, così definito da Charles Waldheim alla fine anni ’90 In cui il paesaggio è inteso come una infrastruttura che interseca, modella e metabolizza i diversi sistemi e li riorganizza rendendoli adattabili nel tempo.
    • In situazioni di dismissione e abbandono di spazi e edifici, spesso legati ai cicli di deindustrializzazione e rilocalizzazione di attività produttive della città occidentale, a partire dagli anni ‘70 e ’80, si sono sperimentate forme di occupazione informale e riuso temporaneo, in un “tempo di mezzo” tra vecchia e nuova destinazione d’uso. Molte sperimentazioni avviate nei primi anni 2000 soprattutto a Berlino, Amsterdam, Helsinki, Vienna sono state descritte da Klaus Overmeyer in Urban Pioneers (2007) e poi insieme a Philipp Misselwitz e Philipp Oswalt in Urban Catalist, the power of temporary uses (2013), come pure da Bishop e Williams in The temporary city (2012), prime ricerche che hanno parlato esplicitamente di usi temporanei e del loro ruolo nei processi di trasformazione. Queste sperimentazioni hanno consolidato – e talvolta istituzionalizzato – vere e proprie prassi di uso o riuso temporaneo con interessanti procedure e strumenti. Come, ad esempio, ad Amsterdam, dove sin dal 2000 esiste l’ufficio comunale Bureau Broedplaatsen che mappa gli spazi in abbandono e li rende fruibili come “incubatori della creatività”, con progetti di usi temporanei sino a 5 anni. Anche Milano si è mossa in quella direzione fin dal 2012: con sperimentazioni di riuso temporaneo di edifici ed aree in abbandono, sottoutilizzate o di futura trasformazione grazie a un Protocollo d’Intesa tra Comune, DAStU-Politecnico di Milano e Temporiuso.net; con l’istituzionalizzazione di alcuni percorsi per l’uso temporaneo di giardini condivisi, sulla scia della tradizione dei community garden nati negli Stati Uniti negli anni ‘70 come forme di recupero di spazi abbandonati da parte delle comunità e dispositivi per la rivendicazione di giardini come commons/ beni comuni e la formazione di cooperative come il Trust for Public Land; con un Corso post-laurea sugli usi temporanei attivo tra il 2015 e il 2018, presso il Politecnico di Milano (Inti et al., 2014), seminari e workshop (Inti, 2011; Bruzzese, 2011).
    • Altri interventi legati a temi ambientali e al bisogno di socialità nella città hanno contribuito con accenti diversi a dare centralità al tema degli usi temporanei. Sono progetti nati in contesti informali, talvolta conflittuali (si pensi alle azioni di “guerriglia gardening”, o alle forme di urbanistica “do it yourself” etc.), “dal basso” e a basso costo, fortemente orientati alla sperimentazione, che sempre più spesso sono inclusi nelle modalità operative delle amministrazioni pubbliche. Codificati a partire dagli anni Dieci del Duemila con l’appellativo di urbanistica tattica (Lyndon, 2005), si sono diffusi in diversi contesti urbani, dalle Piazze Aperte a Milano agli Open Space a Bari.
    • Più in generale, infine, è possibile riconoscere nel funzionamento – ordinario e straordinario – della città una grande varietà di usi nella città attivati “a tempo” che presentano non solo diverse temporalità (eccezionali, ricorsive, istantanee o di medio periodo) ma anche altrettanto diverse finalità. Da usi abitativi post-catastrofe, ad esempio, che, dopo l’emergenza, accolgono persone in periodi di transizione riorganizzazione che possono durare anni pur essendo temporanei, oppure usi di natura ludico-culturale, socio-aggregativa che possono rappresentare importanti occasioni per costruire nuove forme di infrastrutture sociali.

     

    Usi temporanei, strumenti per…
    Gli usi temporanei, in definitiva, sono presenti nella città in diverse forme e possono essere degli utili strumenti nei processi di trasformazione e di gestione urbana. A condizione, però, che si abbia una piena comprensione del ruolo che possono assumere e degli impatti che possono avere. In altre parole, del come e dove vengono usati, del perché e con quali esiti. Nella loro articolazione e varietà, gli usi temporanei possono perseguire diversi obiettivi: possono anticipare funzioni come parte di una strategia di lungo periodo; possono suggerire possibilità d’uso in un tempo di mezzo per poi lasciare il posto ad altro; possono accompagnare processi, con presenze “a tempo”; possono funzionare come veri e propri test per verificare delle ipotesi; o possono anche solo consentire usi effimeri, attraverso architetture o interventi sperimentali e temporanei propri di una tradizione vicina all’arte capace di sollecitare o evocare nuovi immaginari. In tutte le declinazioni citate, tuttavia, gli usi temporanei sono fortemente intrecciati con la dimensione progettuale: con gli spazi che trasformano e con le persone che li vivono. Più in generale, con il “fare” o addirittura “essere” città e territorio.
    Occuparsi di usi temporanei significa appropriarsi di un modo di guardare alle trasformazioni urbane e agli usi urbani entro un quadro disciplinare necessariamente articolato ed eterogeneo. E proprio perché l’attenzione alla adattabilità nel tempo di progetti e processi è divenuta sempre più centrale nei discorsi e nelle prassi di trasformazione e governo della città, del territorio e del paesaggio, e poiché gli usi temporanei si stanno diffondendo come utili strumenti, occorre “attrezzarsi” adeguatamente. Da una parte, serve un quadro di riferimento concettuale capace di comprendere appieno il ruolo, le potenzialità ma anche i limiti e i rischi di tali usi; dall’altro, occorrono nuove competenze e figure professionali per poter valutare, pianificare, progettare e gestire gli usi temporanei a seconda dei diversi contesti.

    M-US-T
    Il Master Usi Temporanei M-US-T di primo e secondo livello, proposto nella sua prima edizione al Politecnico di Milano e diretto e co-diretto da chi scrive, intende rispondere a queste necessità. Lo fa a partire dalla centralità della temporaneità in pratiche e contesti differenti: nei processi di riuso temporaneo di spazi ed edifici in abbandono o sottoutilizzati, nei contesti di grandi interventi di trasformazione urbana, come strumenti per attivare spazi pubblici o intervenire nel progetto di paesaggio, o ancora negli interventi di ricostruzione dopo catastrofi in cui il valore della temporaneità spesso rischia di durare tempi lunghissimi, o in occasione di eventi eccezionali o ricorsivi che modificano temporaneamente la città. Si tratta di ambiti molto diversi, che tuttavia condividono la condizione di essere modificati secondo temporalità differenti e che consentono di investigare, comprendere e sperimentare le diverse forme di usi temporanei. Tutte le info qui.

    Riferimenti bibliografici
    Bruzzese A. (2011), “Progettare la temporaneità. L’esperienza del workshop la “Cittadella del Riuso Temporaneo” a Sesto San Giovanni” in Territorio, n. 56 pp.59-64
    Bishop P., Williams L. (2012), The temporary city, Routledge, London.
    Crosta P. (2010), Pratiche. Il territorio “è l’uso che se ne fa”, Franco Angeli, Milano.
    Inti I. (2011), “Che cos’è il riuso temporaneo?” in Territorio, n.56 pp.18-31
    Inti I., Cantaluppi G., Persichino M. (2014), Temporiuso, Manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono in Italia, Altraeconomia.
    Mehrotra R., F. Vera, J. Mayoral (2016), Ephemeral urbanism: cities in constant flux, ARQ ediciones.
    Lydon M., Garcia A., Duany A. (2015),Tactical Urbanism: Short-term Action for Long-term Change, Island Press: Washington.
    Overmeyer K. (2007), Urban pioneers. Temporary Use and Urban Development in Berlin, Jovis Publisher, Berlin.
    Oswalt P. , Overmeyer K.; Misselwitz P. (2013), Urban Catalyst. The power of temporary use, Dom Publishers.

     

    Immagine di copertina di Eddi Aguirre su Unsplash

    Note