L’idioma Olivetti: fare movimento, critica e impresa

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    È difficile e quasi impossibile sintetizzare il senso del percorso imprenditoriale e insieme culturale della Olivetti, o meglio della Olivetti disegnata da Adriano. Il percorso potrebbe essere raccontato con lunghe analisi e mappature o potrebbe essere raccontato attraverso l’attenta ricostruzione storica di fatti e vicende spesso cruciali sia per la storia d’Italia sia per la storia internazionale dell’innovazione. Un altro modo, un’altra possibilità è quella di provare a recuperare quale fosse il linguaggio, il sistema di codifica attraverso il quale era possibile che un’azienda come la Olivetti crescesse e si sviluppasse in un territorio e in una democrazia sostanzialmente giovane e fragile come quella italiana.

    Se Olivetti oggi viene letto come un precursore di una serie di dinamiche di sviluppo sociale e imprenditoriale è spesso per un fraintendimento e non da poco, Olivetti infatti è stato principalmente un unicum nel panorama italiano perché non ha mai concepito lo sviluppo e l’innovazione della Olivetti in contrasto o peggio ancora in competizione con il territorio e con i sistemi circostanti, non ha mai letto la propria attività come un elemento di forzatura di legami e relazioni, ma anzi come elemento di miglioramento delle condizioni di vita e di umanità delle persone che entravano in relazione con l’azienda di Ivrea o meglio con il movimento di Ivrea (e fa abbastanza impressione pensare che anni dopo quello che sarebbe dovuto diventare il movimento politico di riferimento popolare della sinistra avrebbe preferito darsi il nome di “ditta”).

    L’idioma Olivetti dunque un modo di parlare, di definire e nello stesso tempo di fare impresa. E L’idioma Olivetti 1952-1979 è anche il titolo di una preziosa ricerca di Caterina Toschi ora pubblicata da Quodlibet che ridefinisce attraverso il recupero di documenti, ricostruzioni storiche e fotografie il linguaggio e quindi l’identità di Olivetti, oggi si direbbe (in Italia) di brand.

    In verità come spesso accade nel caso di Olivetti è necessario capovolgere gli elementi sul tavolo perché il lavoro non è appunto sul marchio Olivetti quello pensato da Adriano, ma è un percorso, una costruzione di linguaggio che prima di tutto riguarda il senso della relazione attraverso il quale il marchio poi evidentemente riluce e ridefinisce la propria forma, ma sempre con il marchio come strumento della relazione e non il contrario.

    E anche sulla parola relazione è bene tornare perché per Olivetti la relazione assume la forma sorgente di quello che poi può essere definito dialogo come conflitto, studio come racconto. Tutti elementi che nascono da una virtuosa attivazione della relazione tra le persone all’interno di un contesto protettivo non in quanto assistenziale, ma in quanto umanamente necessario alla liberazione delle idee. È evidente che esiste a monte un’azienda che produce macchinari, ma questo è lo strumento e non il fine: quella azienda non deve funzionare, ma può funzionare perché il potere assume unaf orma dinamica e diffusa, dando sostanza ad un’innovazione tecnologica straordinaria proprio perché sociale e quindi condivisa.

    Non c’è spreco nella visione di Olivetti perché ogni elemento diviene fruttuoso, l’importante è non alimentare confini e inalzare muri che potrebbero solo complicare il gesto, ossia un flusso creativo che è tale perché estremamente concreto.

    E sono proprio queste due parole che possono aiutare a spiegare al meglio l’azione di Olivetti: confine e gesto. All’interno del volume curato da Caterina Toschi troviamo infatti un ricchissimo apparato fotografico che documenta lo stile Olivetti, uno stile che è rappresentato da una totale assenza di confini tra pubblicità e arte – cosa oggi forse ovvia e stiamo attenti a togliere il forse. Nei reportage olivetttiani non ritroviamo per nulla l’apporto da pubblicitari di Walter Binder, Aldo Ballo, Ugo Mulas o di Gianni Berengo Gardin, ma ritroviamo invece il loro sguardo autoriale che non è mai una posa che si oppone ad una forma altrettanto ottusa di professionalità, ma è l’essenza del pensiero, dello sguardo che si fa gesto ed è questo che definisce e lascia traccia indelebile del marchio Olivetti, ossia di un discorso, di un sguardo alla vita che non è mai solo stile, ma sostanza e struttura, necessità e creatività insieme.

    Sostanza che si traduce tra le altre cose in un discorso di sviluppo che Olivetti sintetizzò in un percorso di formazione che è al centro della ricerca di Toschi che vede protagonista il CISV, il Centro Istruzione e Specializzazione Vendite. Attraverso il CISV Olivetti intese infatti formare alla vendita attraverso la centralità dell’educazione umanistica, vero e proprio motore dell’attività olivettiana dalla produzione fino al marketing. Il CISV aveva sede a Firenze ed era sostanzialmente gestito dalla New York University e fu uno degli elementi di formazione in grado di permettere alla Olivetti di superare un momento di stallo nelle vendite rilanciando in maniera prodigiosa il suo sviluppo.

    Oggi si potrebbe definire questo come un intervento inclusivo, un’azione di inclusione magari indirizzando il discorso verso ambiti tipici e meritori del terzo settore, tuttavia la vera novità e lo è ancora oggi di Olivetti, è stata nel considerare gli elementi del tutto e non prendere atto della separazione degli stessi ed è anche per questo che oggi si guarda a quel “marchio” come ad una vicenda gloriosa e non come lo sbiadito ricordo di un’azienda decotta degli anni Ottanta. Questo è avvenuto perché la capacità di incidere nel tessuto sociale e produttivo è stata portata avanti dalla capacità di incidere nel tessuto intellettuale e culturale del paese. Olivetti certamente ha anche sostenuto e in maniera sostanziale e determinante molte volte, varie attività culturali, ma il suo segno è riconoscibile in una visione umanistica dell’industriale che non si traduce in un’etichetta o in una sostanza che genera superficie, ma in chi dalla sostanza arriva fino alla superficie generando movimento, agitando le idee, obbligando alla critica.

    L’idioma Olivetti 1952-1979 è nella sua sostanza testimoniale un elemento che aiuta fortemente a chiarire l’importanza di un linguaggio che nel momento in cui si fece portatore di elementi intellettuali divenne capace di influenzare e fare pratica di cambiamento, una lettura di Olivetti che arriva agli occhi di oggi attraverso opere d’arte che sono anche campagne fotografiche come nel caso di questo libro.

    Si potrebbe quasi dire che se non fosse stato per Olivetti oggi molti libri non si sarebbero scritti e non si tratta tanto di resoconti di una storia industriale e culturale, ma si tratta di romanzi, poesie, trattati di ogni tipo. La macchina da scrivere Olivetti è ad oggi lo strumento più compiuto della modernità proprio perché essenziale e necessario eppure proprio per questo culturale. Utile e banale come un cacciavite, ma con un autore preciso: sia per l’idea come per l’uso.

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