Ripensare l’economia come licenza sociale

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    Con reiterati cicli di privatizzazione e di outsourcing, larga parte dell’economia fondamentale, anche in Italia, è stata trasferita in mani private. Imprese private, grandi e piccole, ottengono così la possibilità di trarre ricavi e profitti da attività che sono solitamente protette dalle insidie della competizione internazionale e spesso godono di una condizione di monopolio locale nella fornitura di beni e servizi essenziali. Se lo Stato si è ritirato, il contropotere del lavoro organizzato è stato indebolito dalle forze della globalizzazione e della finanziarizzazione. Si pone quindi una questione di ordine pratico: come indirizzare verso una gestione socialmente sostenibile un management che altrimenti tenderebbe a rispondere immediatamente alle pressioni della finanziarizzazione? Attraverso quali politiche si può promuovere e imporre la responsabilità sociale dell’azione economica? E dentro che tipo di politica queste scelte potrebbero concretamente avere seguito?

    sociale

    Publichiamo un estratto da Il capitale quotidiano (Donzelli)

    […] La nostra tesi è che i settori fondamentali e le imprese che vi operano sono già implicati nel governo, e adesso dovrebbero essere portati dentro una governance radicalmente nuova. L’economia fondamentale è in varia misura dipendente dallo Stato e si fonda su una licenza politica tacita o esplicita: nell’economia fondamentale lo Stato offre al capitale una vita protetta, classicamente (ma non esclusivamente), attraverso la limitazione della competizione di mercato in un ambito territoriale. Questa robusta connessione fra la regolazione pubblica e l’attività degli attori economici non si riflette, tuttavia, nel sistema di governance delle imprese private: nel quale, secondo la legge, rientra prioritariamente la libertà del proprietario (o dell’azionista di controllo), di perseguire il proprio interesse, sulla base dell’idea che questa sia la regola fondamentale della proprietà capitalista in tutte le economie avanzate. […]

    Posto che le imprese dei settori fondamentali dipendono da un consenso politico più o meno esplicito, è possibile pensare alle imprese stesse come licenze sociali. La licenza è, di volta in volta, un accordo che offre alle imprese privilegi e diritti, e correlativamente le sottopone a degli obblighi. È giusto chiedere a questi attori economici il rispetto di una serie di condizioni, dal momento che essi beneficiano della spesa delle famiglie o di introiti fiscali: ne beneficiano in maniera chiara ed esplicita, ad esempio, nei contratti stipulati dalle imprese di trattamento dei rifiuti, o dai fornitori privati di servizi sociali; ma in altri casi ne beneficiano implicitamente, come nell’esempio dei supermercati o delle filiali di banca.

    Tutte le imprese dei settori fondamentali possono essere interpretate come licenze sociali. A rigore, questo vale per le imprese in generale: le imprese lavorano come entità situate socialmente, le loro attività riposano su (e sono limitate da) requisiti di ordine legale e contrattuale; e operano anche, in varia misura, dentro una regolazione di ordine etico o consuetudinario. Nell’economia fondamentale, tutto questo è ancor più vero, perché i profitti si ottengono in grazia di meccanismi di natura lato sensu politica, che garantiscono all’attività economica privilegi e protezioni. Questi meccanismi politici, e le protezioni che essi attivano, hanno tipicamente tre forme:

    – La licenza contrattuale dà il diritto di esercitare un’attività economica in un dato sito o contesto e fissa condizioni sociali ed economiche alle quali deve attenersi. […]

    – La licenza regolativa è meno ovvia, ma funziona in maniera simile. Una varietà di normative statali conferisce implicitamente diritti all’esercizio dell’attività d’impresa su base territoriale, tipicamente in attività di filiale, come il commercio al dettaglio. Talvolta ricorre una richiesta di onorare obblighi sociali, ma il più delle volte si tratta sostanzialmente di un adempimento simbolico. […]

    – Una licenza de facto ricorre spesso nei casi in cui le attività non sono sottoposte a una regolamentazione formale che esclude i concorrenti da una data area, ma alcuni monopoli territoriali restano di fatto indisturbati. […] Molte attività di questo tipo si svolgono dentro spazi regolati. […] In altri casi, la realizzazione di profitti è agevolata da incentivi statali, come i sussidi per le energie rinnovabili e per la diffusione della banda larga.

    In cambio di questi benefici, che garantiscono alle imprese un flusso di ricavi protetto, è del tutto congruo esigere che questi attori economici offrano a loro volta una serie di utilità sociali, sottostando a obblighi e responsabilità definiti attraverso accordi con i governi nazionali e regionali, in tema di approvvigionamenti e trattamento dei fornitori, di lavoro e occupazione, di formazione e via dicendo.

    Il concetto di economia fondamentale e il programma della licenza sociale possono contribuire a superare i limiti dell’ortodossia neoliberale

    Questa proposta è, al tempo stesso, semplice – per certi versi persino banale – e di grande portata. È semplice perché in larga parte dell’economia fondamentale esistono già dispositivi analoghi, come i «contratti di servizio». Una specie di licenza sociale per i fornitori privati è già in atto nei settori parastatali, dove lo Stato esternalizza attività attraverso contratti che specificano termini e condizioni di servizio, clausole che tutelano, di volta in volta, il patrimonio culturale, i servizi sociali, le condizioni del trattamento dei rifiuti. Tuttavia, non ci sono dispositivi analoghi in quegli ambiti dell’economia fondamentale nei quali i ricavi non provengono direttamente da tasse e imposte, ma dalla spesa delle famiglie (ad esempio nel settore della distribuzione alimentare). […] Non c’è alcuna valida giustificazione per non mettere sullo stesso piano i soggetti che producono il cibo, quelli che lo trasformano e quelli che lo distribuiscono; e quindi è del tutto ragionevole che si vincolino le imprese della grande distribuzione a un’integrazione verticale della filiera, che le renda responsabili rispetto agli attori economici che, attualmente, operano in condizioni di radicale subalternità.

    Ripensare l’economia fondamentale come una questione di licenza sociale significa ribadire che l’attività economica, in questi settori, non può essere fatta di pure transazioni economiche point value, ma deve fondarsi su relazioni sociali reciproche dentro spazi nazionali, regionali, locali. La fornitura di beni e servizi dell’economia fondamentale è già intrecciata con le identità multiple delle persone in quanto consumatori, lavoratori, abitanti. Questo comporta che prezzi, retribuzioni e qualità della vita sono triangolati attraverso spazi politicamente negoziati. Lo scopo da perseguire è un quadro regolativo – costruito attraverso la negoziazione trasparente di permessi, concessioni, licenze – nel quale non sia semplice per le amministrazioni locali colludere con concessionari e appaltatori di servizi pubblici che pagano retribuzioni miserabili, o per le imprese della distribuzione ignorare le preoccupazioni locali sulle fonti e sulle modalità di approvvigionamento degli alimenti. La nostra analisi riconosce che esiste un’interpenetrazione punto a punto fra economia e società, e suggerisce una serie di indicazioni su come questa interpenetrazione possa e debba essere gestita.

    C’è però un’altra questione che dev’essere posta: quali precondizioni politiche occorre soddisfare prima che questa nuova modalità di governance diventi una pratica politica reale? La nostra tesi è che questa nuova governance dipende da un nuovo assetto costituzionale, in grado di mobilitare l’immaginario politico, più che sulla distribuzione del potere, su modi nuovi e più radicali di utilizzare il potere del governo. Nei dibattiti nazionali a proposito dell’integrazione europea, la questione emergente è a chi spetti il potere sovrano; come il potere debba essere diviso è la questione che emerge nei dibattiti sulla devolution, che riguardano il futuro di stati come l’Italia, la Spagna, il Regno Unito. I limiti di questo dibattito sono evidenti. Secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary, devolution è «il trasferimento o la delega di potere a un livello più basso, dal governo centrale all’amministrazione locale o regionale».

    Analoga è la definizione del termine italiano decentramento. Sono costrutti che hanno a che fare con quel che tradizionalmente va sotto il nome di home rule, ovvero con l’autonomia legislativa. Nel Regno Unito, l’idea di home rule è legata al processo di emancipazione per l’autonomia legislativa irlandese, prima del 1914. Negli Stati Uniti, invece, home rule significa autogoverno delle municipalità e delle contee entro lo Stato federale; è per questo che il Webster’s Dictionary definisce la home rule come «autogoverno o autonomia relativa negli affari interni di un’unità politica dipendente (come un territorio o una municipalità)».

    In Italia, dove la storia del decentramento è recente, la questione si pone come trasferimento di potestà legislative dall’amministrazione centrale a quelle regionali (peraltro con alta conflittualità fra le due dimensioni). In tutti questi casi, la concezione del rapporto fra centro è periferia è quella di un gioco a somma zero, e il potere è concepito come una quantità data: dapprima è il centro a detenere un potere che poi, sotto pressione politica, è trasferito in via discrezionale alla periferia, così che il centro perde quel che la periferia guadagna.

    Questo tipo di trasferimento di potere, disgiunto da un’adeguata riflessione su come sarà usato, è molto diffuso in tutta Europa, perché le élites politiche regionali sono solitamente concordi nel chiedere maggiori poteri e i governi centrali, dal canto loro, percepiscono – almeno sino a un certo punto – il vantaggio di avere minori responsabilità. Il risultato è troppo spesso una competizione fra territori e, di fatto, una secessione delle regioni più ricche, come la Scozia, la Catalogna, o l’Italia settentrionale. […]

    Lo scopo dell’economia è di assicurare condizioni di vita civili per tutti i cittadini

    Il concetto di economia fondamentale e il programma della licenza sociale possono contribuire a superare i limiti dell’ortodossia neoliberale, e ad arginare questa concezione riduttiva degli aggiustamenti istituzionali. Il costrutto di economia fondamentale è importante perché impone di capire se e come si stiano prendendo in considerazione le attività fondamentali per il benessere collettivo, che forniscono i beni e i servizi essenziali per tutti i cittadini; e, correlativamente, di comprendere che cosa sta accadendo agli assetti che hanno posto le basi del welfare dopo il 1945.

    Al tempo stesso, l’idea di economia fondamentale pone la questione di come l’impresa privata possa contribuire alla soluzione del problema (a condizione che si riveda il ruolo del governo dell’economia), senza con ciò tornare alla vecchia concezione del comando e del controllo. Proporre la licenza sociale e un ruolo rinnovato per il governo è un modo per restituire evidenza – contro la vulgata neoliberale – al legame fra il benessere della società e la cittadinanza democratica.

    Il compito del governo è assicurare che i diritti delle imprese trovino corrispondenza nelle loro responsabilità, perché lo scopo dell’economia è di assicurare condizioni di vita civili per tutti i cittadini. Il governo – nazionale, regionale, locale – è la sola agenzia che può adempiere a questo compito, perché gode della legittimazione che gli deriva dal mandato elettorale.

    Naturalmente, la licenza sociale è una soltanto delle politiche di cui un governo ha bisogno. Bisogna considerare le specificità dei vari settori economici, e in alcune attività infrastrutturali […]. Come abbiamo sostenuto nel rapporto del Cresc di Manchester sulle ferrovie britanniche (Bowman e altri 2013), sarebbe del tutto opportuno porre fine al franchising dei servizi di trasporto, perché i concessionari privati traggono profitti ingenti senza rischi di mercato né investimenti, mentre ogni anno lo Stato finanzia miliardi di investimenti per l’infrastruttura ferroviaria.

    Ciò non significa che, in generale, grandi imprese di proprietà statale controllate gerarchicamente sarebbero in grado di ottenere risultati migliori. Anzi, esattamente come alle grandi catene private della distribuzione alimentare, a molte organizzazioni pubbliche – come ospedali o università – oggi sarebbe il caso di ricordare le loro responsabilità sociali.

    Il problema, in Italia come altrove, è che per trent’anni abbiamo creato privilegi per gli interessi delle grandi imprese e del denaro organizzato, cedendo a questi attori porzioni consistenti del potere. Ma sinora abbiamo mancato di elaborare i termini costituzionali delle condizioni d’uso di quel potere, soprattutto nelle attività decisive per il benessere della società. La licenza sociale consiste nel rendere le grandi imprese private (come anche le organizzazioni pubbliche) responsabili del rispetto di condizioni adeguate nell’approvvigionamento, nel trattamento della forza lavoro, nella fornitura di servizi, attraverso misure che definiscono un contributo ragionevole al perseguimento di finalità sociali.

    Note