La privacy secondo Stefano Rodotà, dalla riservatezza alla libera costruzione del sé

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    Mi è difficile, quasi impossibile pensarlo al passato”. Così Antonello Soro introduceva il suo ricordo di Stefano Rodotà, a quattro mesi dalla morte, esprimendo un sentimento che, credo, accomuni molti, (forse tutti) tra coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo. Perché il suo pensiero era troppo “visionario”, troppo innovativo (esattamente l’opposto del conservatorismo attribuitogli da certa politica) per potersi ritenere concluso con la sua vita.

    Tanto vasta è stata la sua azione politico-istituzionale, tanto vari sono stati i suoi interessi (al punto che lui, civilista, veniva sistematicamente definito costituzionalista) che si faticherebbe persino, oggi, a ricostruire con esattezza i tanti lasciti che gli dobbiamo. Soltanto esemplificando, possiamo ricordare la promozione dei beni comuni quale obiettivo su cui le forze di sinistra avrebbero potuto riorganizzare una battaglia lungimirante, la strenua difesa della laicità in ogni ambito (dal diritto alla morte con dignità all’accesso non discriminatorio alla procreazione assistita), il superamento di ogni discriminazione, vecchia o nuova, il corpo come strumento di una biopolitica da indirizzare verso la tutela della dignità, il contrasto del sicuritarismo autoritario che cela dietro il vessillo di un astratto diritto alla sicurezza la profonda insicurezza dei diritti (sociali, ma anche civili) che caratterizza la nostra società.

    Ed è proprio questo uno dei tanti meriti che ha avuto Stefano Rodotà: dimostrare come la privacy sia non soltanto un presupposto di libertà ma di democrazia.

    Vi è però un tema che lambisce tutti questi e che ha caratterizzato, nella maniera forse più emblematica, l’impegno (non solo istituzionale) di Rodotà: la privacy, intesa in tutta la complessità che ne caratterizza oggi la nozione e che solo sintetizzando potremmo definire come la disciplina del rapporto tra persona, tecnica e società.

    Potrà apparire forse singolare, ma proprio grazie alla lettura e all’impulso fornitone da Rodotà, quel diritto nato come difesa borghese dalle ingerenze altrui nella sfera privata è divenuto quella straordinaria “costellazione di diritti” che comprende oggi l’oblio, la tutela dell’identità da scorrette rappresentazioni, la riservatezza del proprio stato di salute, il limite oltre il quale la giusta visibilità del potere non deve trasmodare in bulimia informativa o, peggio, in gogna mediatica, la segretezza di alcune scelte rilevantissime sotto il profilo esistenziale (dall’aborto all’adozione, dal parto anonimo al mutamento di genere), la difesa da indebite ingerenze di un mercato troppo pervasivo, il diritto dell’uomo a rivendicare la propria signoria sulla tecnica, per non divenirne invece schiavo.

    Sempre più proiettato verso i nuovi orizzonti, costantemente mobili, dell’intelligenza artificiale e di una tecnologia che, in assenza di una guida antropocentrica, rischia di smarrire il senso del limite, il diritto alla privacy nelle sue varie declinazioni (digital, informational, commercial, judicial ecc.) non ha, tuttavia, smarrito le sue antichi radici di diritto all’intangibilità del proprio “inner world”. Che non è soltanto, oggi, privilegio borghese ma rifiuto dell’ideologia dell’uomo di vetro e rivendicazione del diritto di ciascuno a non vivere, come nel Panopticon, nella percezione di una costante sorveglianza o, comunque, di indebite ingerenze. Perché – come si afferma nel capolavoro di Gianni Amelio, Colpire al cuore dal buco della serratura sembriamo tutti ladri.

    Ed è proprio questo uno dei tanti meriti che ha avuto Stefano Rodotà: dimostrare come la privacy sia non soltanto un presupposto di libertà ma di democrazia, in quanto solo garantendo a ciascuno un proprio spazio di autodeterminazione, di libera costruzione del sé, può compiersi davvero il disegno democratico. E non è un caso, forse, che questa concezione della privacy come diritto individuale fondamentale e, ad un tempo, limite del potere si sia affermata pienamente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, grazie al contributo offerto da Rodotà alla stesura, espressione della sua vocazione autenticamente europeista

    Il percorso complesso, a tratti persino tortuoso, che la privacy ha compiuto, dalla più tradizionale riservatezza a ciò che è oggi – diritto alla libera costruzione del sé, appunto – è stato delineato da Rodotà in vari scritti. Ma dove esso emerge nella maniera più profonda e lungimirante è la voce dell’Enciclopedia Treccani, che sotto il titolo “riservatezza” (che valorizza le radici profonde di questo diritto), già nel 2000 includeva e persino anticipava quello che esso sarebbe stato, persino oltre il nostro presente.

    Bellissima, in questo senso, è l’iniziativa di Treccani Libri di ripubblicare, vent’anni dopo, quella voce, che non solo mantiene intatta la sua attualità ma, anzi, di fronte ai sempre più urgenti interrogativi posti da un progresso inarrestabile ci indica la direzione da seguire: quella del governo antropocentrico della tecnica e della tutela della dignità personale. E persino più bello è che questa riedizione sia accompagnata, oltre che da un interessantissimo ricordo di Franco Gallo, anche da un saggio di Antonello Soro, già Presidente di quell’Autorità, il Garante per la protezione dei dati personali, la cui esistenza si deve proprio a Stefano Rodotà, non solo per esserne stato il  primo Presidente ma per averne immaginato l’ “anima” e il senso.

    Subito dopo la scomparsa di Rodotà, proprio Soro aveva detto di lui: “il nostro Paese – e non solo – deve a Lui molto, quasi tutto, di quel diritto fondamentale alla protezione dei dati personali, che rappresenta sempre di più la garanzia della libertà nella società digitale”. L’iniziativa di Treccani è un piccolo, ma importante gesto di riconoscimento per tutto questo.

    Note