Perché nel caso Rialto a Roma la burocrazia si è sostituita alla politica

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    I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


    Il Rialto Santambrogio è stato uno dei centri culturali indipendenti più vivi dei primi anni del nuovo secolo. Orientato al sostegno del teatro e dell’arte contemporanea, per circa un quindicennio è stato una sorta di residenza ante litteram, luogo di incontro per gli artisti, che avevano modo di produrre, provare ed esporre il proprio lavoro. Soprattutto teatranti, musicisti sperimentali e artisti visivi. Sarà per questo che, nonostante sia chiuso da cinque anni, quando si è diffusa la notizia della sanzione di 183mila euro che ha colpito i soci che animavano il circolo arci (qui la lettera su Minima&Moralia), la cosa ha provocato un grande rimpallo di condivisioni e un coro di indignazione.

    Questo provvedimento sembra un tassello ulteriore del crollo che ha travolto Roma, dal punto di vista degli spazi culturali indipendenti – da sempre particolarità positiva di questa città, altrimenti troppo impantana e preda di furori autodistruttivi per essere teatro di una fioritura culturale di livello europeo.

    Achille Lauro: Dalla decadenza di Roma nascono semi bellissimi, ma per strutturarsi devono migrare verso città più dinamiche come Milano

    Reduce da Sanremo Achille Lauro, in una recente intervista al Corriere, ha ricordato che spesso dalla decadenza di Roma nascono semi bellissimi, ma per partire davvero e strutturarsi questi semi devono migrare verso altre città più dinamiche, come Milano. Se questo è vero già da tempo, quello che è successo al Rialto aggiunge però un tassello ulteriore. Perché è un dispositivo che rischia di fare da apripista per attacchi futuri alle realtà indipendenti, ovviamente. Ma anche e soprattutto perché cerca di creare una nuova narrazione.

    Di colpo, con un provvedimento, un lavoro prezioso per la città è diventato un disvalore da sanzionare. E una questione pubblica e politica – l’assenza di spazi per la creazione contemporanea – si trasforma in un problema tecnico e individuale: una multa che colpisce singole persone.

    Ulrich Beck diceva che uno dei nodi gordiani della contemporaneità è che si chiede di dare risposte biografiche a problemi sistemici: la vicenda che ha colpito il Rialto lo esemplifica in maniera lampante. In realtà luoghi come il Rialto, che ospitava prove teatrali dalla mattina alla sera per undici mesi l’anno in quattro spazi diversi, erano soprattutto un’idea diversa di città.

    Con un provvedimento, un lavoro prezioso per la città è diventato un disvalore da sanzionare

    Costituivano una possibile soluzione rispetto ai costi del sistema di mercato e un’innovazione rispetto a un sistema pubblico ingessato; in una parola: un’alternativa. E, per di più, questi luoghi non sono costati nulla all’amministrazione se non la concessione degli spazi. Anzi, se non ci fosse stata la manutenzione degli assegnatari, presumibilmente questo “patrimonio indisponibile” avrebbe pesato pesantemente sulle casse comunali.

    Oggi la presenza di un bar viene raccontata come un’impresa mascherata da attività culturale – ragione per cui le agevolazioni fiscali riservate alle associazioni decadono e vengono chieste tasse come l’Ires e l’Irap, riservate alle società. Ma, se ci pensate, quel tipo di attività ha permesso alla collettività di risparmiare un bel mucchio di soldi.

    Immaginate se il comune di Roma avesse voluto garantire uno spazio come il Rialto, fornendo sale prove gratuite, un luogo dove incontrarsi e progettare lavori nuovi, ma anche semplicemente spendere il proprio tempo per conoscere il lavoro degli altri.

    Quanto avrebbe dovuto spendere, secondo la logica delle istituzioni italiane? Quante risorse sarebbero servite per animarlo? E sarebbero riusciti a creare quell’appeal, quel magnetismo che avevano spazi del genere proprio perché indipendenti? Quell’aura che, in sostanza, era parte attiva di tutta quella esperienza e che ha fatto da propulsore per un’intera stagione culturale?

    Ulrich Beck diceva che uno dei nodi gordiani della contemporaneità è che si chiede di dare risposte biografiche a problemi sistemici

    In altre città europee, anche quando a governare erano maggioranze di centrodestra, spazi del genere sono stati regolarizzati e preservati, proprio perché ne veniva riconosciuta la potenzialità. Il Rote Fabrik a Zurigo, il Bethanien a Berlino, oppure la legge sugli spazi in disuso di Parigi che permette alle realtà culturali l’utilizzo non oneroso dei locali fino alla loro cantierizzazione.

    Un processo simile è avvenuto anche in Italia ed è per questo che gli ex centri sociali che sostenevano la produzione artistica si sono costituiti in associazioni e circoli arci, per poter gestire legalmente gli spazi venivano loro legalmente assegnati.

    Paradossalmente, questo processo di regolarizzazione è stato il cavallo di troia per ciò che avviene oggi: un’associazione registrata è un soggetto che si può sanzionare. Che spazi come questi avessero delle irregolarità era chiaro a tutti, ma trattandosi per di processi di regolarizzazione non venivano gestite a livello muscolare dalle amministrazioni, ma attraverso il dialogo.

    Quello che viviamo oggi è il frutto di una rottura di quel dialogo e di circa un decennio di politica assente ed elusiva su questi temi. Sappiamo benissimo che le associazioni culturali sono uno strumento spuntato per fare il teatro, la musica, l’arte – tutte attività destinate, a un certo punto del loro percorso, a incontrare il pubblico. Ma dell’ipotesi di istituire una “piccola impresa dello spettacolo” con una fiscalità agevolata, ipotesi di cui si parlava una decina di anni fa anche a livello della commissione cultura parlamentare, oggi non rimane nulla. Non ne rimane neppure la memoria, ed è per questo che, anziché essere raccontati come vittime di una mancata regolarizzazione, spazi come il Rialto vengono oggi visti come irregolari che evadono le tasse. E qui sta la parte più tossica di questa nuova narrazione, perché cerca di occultare completamente il valore che questi luoghi hanno creato.

    È importante tornare a parlare delle città che desideriamo, anziché districarsi tra questioni burocratiche

    Personalmente faccio fatica a raggiungere le vette dello scomparso ministro Padoa Schioppa, che sollevando un vespaio di polemiche una decina di anni fa disse che “le tasse sono una cosa bellissima”. Ma politicamente ho sempre concepito le tasse come uno strumento importantissimo della democrazia, perché è attraverso di esse che si verifica la redistribuzione delle risorse. È per questo che attività che hanno una ricaduta sociale e che non possono stare sul mercato da sole – come il teatro, i libri, le attività sociali – vengono sostenute da agevolazioni e defiscalizzazioni. Ed è per questo che, al contrario, è dove si concentra il guadagno privato che le tasse crescono, o dovrebbero farlo.

    Oggi invece ci troviamo di fronte a una realtà di rendite sempre meno tassate, a una polarizzazione drammatica tra chi è più ricco e chi è più povero, che sta creando società sempre più diseguali. E quando parliamo di ricchezza non dobbiamo pensare solo ai soldi, al potere d’acquisto, ma anche a quello che le nostre città ci consentono di fare e di vivere: musei aperti, sanità pubblica, luoghi di aggregazione accessibili a tutti.

    La rete degli spazi indipendenti, che tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio dei Duemila ha costituito un vero e proprio circuito culturale alternativo, ha di fatto reso più ricca un’intera generazione (anche se oggi rischia di rendere povero qualcuno).

    Oggi è importante invertire nuovamente la narrazione, affinché si possa tornare a parlare delle città che desideriamo, anziché districarsi tra questioni burocratiche che, di anno in anno, si mangiano il tempo che artisti e operatori dovrebbero dedicare alla creazione. È importante invertire la narrazione perché questa questione che oggi investe il Rialto, che qualcuno vorrebbe tecnica e individuale, resta invece un problema politico e collettivo.

    PS: A breve verrà attivato un crowdfunding per sostenere il Rialto. Grazie in a tutti quelli che vorranno dare una mano.

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