Una nuova epoca di rivolte: una teoria del tempo presente

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    Nella primavera del 2020, a seguito della barbara uccisione di George P. Floyd da parte di un agente della polizia di Minneapolis, gli Stati Uniti erano attraversati da un’ondata di proteste e il Black Lives Matter, movimento antirazzista nato nel 2013 all’interno della comunità afroamericana, si distingueva come uno dei maggiori protagonisti delle manifestazioni. Le scritte I can’t breathe e le folle di manifestanti simbolicamente inginocchiati a terra restano ancora oggi tra le immagini più iconiche di quelle giornate.

    Mentre le parole d’ordine e la gestualità proprie del BLM ottenevano una visibilità internazionale, il movimento assumeva dei tratti iconoclasti: statue e monumenti di personaggi legati alla storia del colonialismo o della tratta degli schiavi venivano imbrattate ed abbattute. La distruzione dei simboli del passato diveniva uno strumento per evidenziare un’ingiustizia storica che ancora persisteva nel presente. Insieme alla comunità italo-americana, ad essere particolarmente toccato da questi avvenimenti era il dibattito pubblico italiano: la statua di Cristoforo Colombo e il Columbus Day erano infatti oggetto di una contesa simbolica e memoriale nella quale, a fianco dei movimenti antirazzisti, prendevano parte anche le comunità delle popolazioni indigene.

    Nella rappresentazione offerta dai media italiani, la distruzione delle statue e le proteste antirazziste erano legate da un minimo comune denominatore: la violenza. La stampa, anche quella di orientamento progressista, non mancava di ridurre le proteste ispirate dal BLM a casi di furto indiscriminato. Editorialisti e giornalisti di punta suggellavano l’associazione tra protesta antirazzista, violenza e furto per mezzo del termine “saccheggio” (traduzione dell’inglese lootings).

    Emblematico in tal senso era un articolo del quotidiano “la Repubblica” in cui Roberto Saviano, a pochi giorni dall’uccisione di Floyd, non mancava di stigmatizzare le proteste e il loro portato di violenza: «Questi saccheggi non sono quindi la rivendicazione di un diritto collettivo ma banalmente e brutalmente di un’aspirazione individuale. Alla maggior parte di coloro che entrano a rubare non frega nulla dell’innocente nero ammazzato sotto il ginocchio di un poliziotto, non importa nulla della situazione dei ghetti, vuole solo fregarsi il televisore: ed è proprio così».

    L’intervento di Saviano esemplifica il modo in cui le manifestazioni del BLM siano state comunemente ridotte, anche da voci autorevoli della stampa progressista, a forme di protesta violenta e prepolitica. Per lo scrittore, infatti, le proteste che attraversavano la città di New York erano espressione del più becero individualismo e di una diffusa brama acquisitiva, lontane da ogni solidarietà umana o consapevolezza politica. Esse finivano in realtà per delegittimare il movimento pacifico e antirazzista pur diffuso nel paese, offrendo così un assist alla destra trumpiana.

    Ragionare sul modo in cui il dibattito pubblico italiano ha recepito e raccontato quell’ondata di proteste è un’operazione utile: essa permette di mettere a nudo opinioni e idee diffuse riguardo ai riots che negli ultimi decenni vanno diffondendosi su scala globale. Ancora più utile può essere confrontare questi luoghi comuni con teorie che, come quelle dell’intellettuale statunitense Joshua Clover, fanno delle “nuove rivolte” il proprio oggetto specifico. A rendere possibile questo confronto è la recentissima pubblicazione del testo Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, traduzione italiana di un saggio del 2016 di Clover.

    I sette anni che separano l’edizione originale dalla sua tradizione italiana dicono molto sul valore politico e culturale di questa pubblicazione. Questa distanza è sintomo di una mancanza e, al tempo stesso, della volontà da parte di Meltemi e del Gruppo di Ricerca Ippolita – direttore della collana Culture radicali in cui il volume è inserito – di porvi rimedio. Il testo di Clover, infatti, è uno strumento utile per contrastare l’inerzia e la pigrizia intellettuale con cui i riots sono trattati nel nostro paese. Rispetto alle tesi diffuse all’interno dell’opinione pubblica italiana, la proposta teorica di Clover si muove in una direzione del tutto differente: piuttosto che intendere i riots come un ritorno a forme di lotta violente ed antiquate, essa li interpreta come la versione più aggiornata attraverso la quale può esprimersi l’antagonismo sociale proprio dell’odierna congiuntura storica.

    Per arrivare ad una tale conclusione, Clover propone un’analisi dell’evoluzione storica delle forme di protesta agite dai gruppi subordinati. La formula Riot-Sciopero-Riot’, che ripropone l’adagio Denaro-Merce-Denaro’ di marxiana memoria, descrive uno sviluppo di tipo dialettico: la terza fase non è la mera riproposizione della prima; passando attraverso la propria negazione, il riot si ripresenta sotto nuove fattezze, conservando alcuni caratteri propri della fase precedente.

    Leggere il riot all’interno di una logica triadica di questo tipo significa, innanzitutto, abbandonare l’opposizione tra rivolta e sciopero, tra protesta violenta, spontanea ed irrazionale e manifestazione pacifica, organizzata e orientata alla riforma. All’interno di questa contrapposizione binaria il riot è relegato ad una fase pre- e proto-industriale: le nuove forme assunte dallo sfruttamento capitalista all’interno della società industriale permettono e rendono efficaci forme organizzate di lotta come lo sciopero, in grado di inserirsi in una prospettiva politica di lungo termine e di evitare l’utilizzo della violenza.

    Sin dagli anni Sessanta, studi pioneristici come quelli di Edward P. Thompson hanno ridato valore alle forme di lotta precedenti a quelle del movimento operaio organizzato. Oltre che ereditare codici simbolici propri della civiltà contadina, i riots che hanno contraddistinto l’avvio della prima rivoluzione industriale in Inghilterra erano dotati di una propria razionalità economica: per mezzo di tali azioni i gruppi socialmente subordinati agivano collettivamente al fine di imporre i prezzi e a stabilire una certa moralità (un prezzo “giusto”) all’interno del mercato.

    Clover, in un certo senso, cerca di aggiornare quest’operazione all’odierna fase di transizione e di crisi attraversata dall’economia capitalista globale. Lo sviluppo dialettico descritto dalla formula Riot-Sciopero-Riot’, infatti, si focalizza non solo su ciò che sta prima dello sciopero, ma anche su quello viene dopo.

    Per l’intellettuale statunitense le “nuove rivolte” che vanno estendendosi su scala globale sono un chiaro segnale: le trasformazioni che hanno attraversato l’economia capitalista negli ultimi decenni hanno determinato un’evoluzione delle forme di lotta e di protesta sociale. In questo modo si è passati dallo sciopero, tipico del “secolo delle ciminiere” e del capitalismo produttivo, alle “nuove rivolte”, propriamente definite da Clover con l’espressione riot’ o riot prime.

    Piuttosto che essere fenomeni irrazionali e violenti, i nuovi riots sono dotati di un’intrinseca razionalità e progressività che, ancor prima che sul piano economico, risulta evidente osservando i soggetti sociali coinvolti in tali proteste. Esse sono forme di azione collettiva che non riguardano solo la working class tradizionalmente intesa: i protagonisti dei riots odierni sono soggetti coinvolti in dinamiche di subordinazione che si sviluppano lungo assi molteplici e differenti. Gli attori sociali che, per mezzo delle “nuove rivolte”, contestano il sistema politico ed economico esistente sorgono infatti all’intersezione di strutture di discriminazione e sfruttamento orientate su basi di classe, di genere e di razza.

    Soggetti nuovi, forme di protesta nuove. La proposta teorica di Clover rappresenta una sfida intellettuale di grande portata: essa ci inviata a superare il “lungo Novecento”, ad andare oltre lo sciopero e ad inserire la storia del movimento operaio organizzato in una cornice più ampia. Questa è una sfida dal carattere ambizioso e provocatorio che deve essere raccolta soprattutto da chi, per usare le parole dello stesso Clover, voglia elaborare una “teoria del tempo presente”, in grado di pensare le contraddizioni del nostro tempo e di tradurle in potenzialità per costruire la società del domani.

     

    Immagine da Unsplash di Matt Hearne

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