Nuovi spazi di cittadinanza in una torrida estate

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    Arsura accesa, in cui tutto prende fuoco: 44 gradi fuori, con la pioggia che non arriva, con un senso di stasi che fa mancare l’aria. Si cerca il respiro lungo, e l’idea di un alito di brezza che calmi almeno le notti.

    Fa strano pensare che, certamente con calure diverse da quelle alle quali il surriscaldamento globale ci sta tragicamente abituando, questo periodo dell’anno, nel calendario greco – ma anche quello romano di età repubblicana -, fosse quello che scandiva l’inizio dell’attività politica: era il momento in cui si immaginava il futuro e la comunità si ritrovava ad eleggere i propri rappresentanti. Da noi, la quiete, il silenzio: una politica che, con la scusa delle vacanze, balbetta sempre più, diventa gossip, e si smarrisce, protesa al mantenimento dello status quo.

    Parto da uno scarto improbabile, sebbene reale, per uscire dalle sicurezze di una certezza stanziale nella quale viviamo: cliccate sulla mappa qui e fermatevi, per lungo tempo, ad osservarla. Ricliccate e continuate, quasi in stato di loop ipnotico, dal luogo sicuro del computer, tablet o telefonino, mentre magari siete anche voi in movimento, magari vacanziero, fluendo da qualche parte, rimanete qualche minuto a guardare.

    Flussi, flussi di puntini, di anime, di rifugiati negli ultimi 15 anni: flussi umani alla ricerca di luoghi da abitare. L’effetto è forte perché destabilizzante, con i confini che saltano rispetto ad una statica cartografia, dove il passare oltre diviene quasi immagine onirica.

    Stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone che si muovono attraversando mari, linee geografiche, sanzionate da una realtà in preda ormai ad un post-postcolonialismo, dove, al tentativo di decenni a pulirsi la coscienza, sono susseguiti, da parte dell’egemonia occidentale, flebili tentativi di contribuire ad un diverso assetto mondiale.

    Uno ius stanco, chiuso per definizione nei confini nazionali (quelli europei sono ancora un mito), incapace di ripensarsi su una scala diversa, dove il senso di cittadinanza sia completamente ripensato.

    Nel mentre il flusso continua, e il dibattito politico (ma lo possiamo ancora chiamare così?) si dedica solo alla difesa del confine, interrogandosi su quanto sia giusto o meno controllare le navi di Médecins Sans Frontières (occhio, senza frontiere…) e delle altre ONG che stanno soccorrendo quelle vite umane.

    Il tutto per la difesa di uno spazio, quale?  Di cittadinanza, di vivibilità, di Stato? Di che?

    Dobbiamo veramente disquisire sul valore delle vite umane – appartenenti a comunità (e da quello dovrebbe partire la riflessione, su come intervenire rispetto ai loro luoghi) – a fronte della difesa di uno spazio? Ma che cazzo ci è successo, scusate il termine, ma, veramente, che ci sta accadendo?

    Flussi, flussi (continuate a cliccare mentre leggete…), e spazi immobili.

    Spazi fermi che ci ritroviamo anche guardando alle stratigrafie interiori del nostro paese: per assurdo, quasi, mentre lanciamo anatemi contro chi sbarca sulle nostre coste, ci lamentiamo dello svuotamento che tocca le aree interne del nostro paese.

    Lungi dal dire quello che è stato peraltro già detto (riempiamo i paesi vuoti con i migranti, quasi fosse un mera operazione matematica), la questione di vuoti e pieni riguarda di nuovo la nostra concezione di spazio abitabile, e di una sua nuova necessaria declinazione.

    Anche qui spesso il dibattito – al quale ho preso parte, sia durante il Forum delle Aree Interne ad Aliano, sia il simposio della Fondazione Symbola a Treia, che si occupava del recupero del cratere del terremoto – si ferma sul problema del come fermare emorragie interne, rispetto ad un corpo che peraltro non si sta attivando, economicamente, su altri fronti o su come, nel caso dell’area terremotata, ricostruire pezzi del nostro corpo che già soffrivano di necrosi.

    Ricostruire il ‘900, non ripensarci in una visione di futuro. Ma anche qui le crepe si presentano vistose, perché evidentemente il problema sta nella ridiscussione di un senso di presenza, di cittadinanza, rispetto ai luoghi.

    In questo sono rimasto colpito, fortemente, da un’intervista, a Fabrizio Barca, padre ed ideatore del progetto nazionale sulle aree interne.  Rispetto alla questione su quale approccio avere al problema, Barca dice: “per cambiare le cose dobbiamo militare più con lo Stato o più con la cittadinanza? Si può provare e fare anche tutte e due le cose, pur sapendo che se tenti un compromesso tra le due, rischi di non servire né l’una né l’altra causa. In ogni caso bisogna essere consapevoli che i due mestieri in questo momento non collimano.”

    Alla lettura, ricordo, rimasi quasi interdetto, perché una frase del genere era stata pronunciata da una delle persone che più ammiro per la sua connaturata fedeltà (in positivo) al senso delle istituzioni: quando poche settimane dopo, incontrandolo, gli chiesi brutalmente se si rendeva conto di quanto aveva detto, lui sorrise. La domanda secca era: ma da quando lo Stato non è più cittadinanza, da quando stato e cittadinanza sono diventate categorie contrapposte, non collimanti?

    Credo che qui risieda profondamente il problema, di una cittadinanza fluida contrapposta ed uno Stato fermo a confini che non sanno più contenere, trattenere, immaginare l’essere comunità. Dov’è finito quello Stato che attraverso le categorie del secolo scorso, in primis il lavoro, vedeva una crescita del senso di cittadinanza, a comporre il tessuto indispensabile dello Stato stesso? Aree interne e flussi migratori sono gli estremi dello stesso problema, un corpo statico che non sa più di che cosa è composto.

    Gli strumenti che utilizziamo per capire il noi entro questi parametri sono ormai spuntati, non solo, più drammaticamente quelli politici, ma anche quelli dell’intelletto (non so più se chiamarli intellettuali), quelli culturali che dovrebbe aiutarci a riconcepire queste categorie.

    Dobbiamo capire come andare oltre nel ri-immaginare i nostri spazi come nuovi mediatori, fisici e mentali, di quei flussi, che essi siano transnazionali, o interni, di svuotamento.

    La cultura europea deve assumersi la responsabilità di andare oltre quella cartografia disgregata, e ripartire dalla relazione fra luoghi e comunità cittadina.

    Dico questo, perché, sempre in questa estate infuocata, abbiamo assistito ad una sequenza di atti del vecchio Stato rispetto a luoghi che stanno invece lavorando a queste nuove visioni: per motivi diversi, per i quali non entro nei dettagli, Farm Cultural Park di Favara, Periferica di Mazara del Vallo e, da ultimo, Làbas di Bologna, hanno subito attacchi pesanti, da sequestri a interruzione di attività, per, nel caso di Làbas, di vero sgombero, rei di essere un centro sociale che occupava un luogo.

    Tre casi sicuramente diversi, per modalità di azione, ma che portano dentro di loro un elemento in comune: ripensare lo spazio per mettersi a disposizione della comunità.

    E lo Stato (o il para Stato) reagisce, mentre le sue mura si sgretolano, fermando quegli unici processi che stanno cercando una risposta ai mille nuovo flussi del dopo ‘900.

    L’Italia (e l’Europa) sta vedendo questo fenomeno crescere (si veda la bella ultima storia, ad esempio, pubblicata ieri qui su cheFare da Laura Caruso): nuove realtà che nelle loro diverse attività veramente culturali – perché indipendentemente da quanto producano, partono dalla prospettiva di riabitare spazi e riattivare flussi in positivo – stanno sostituendo lo stato, stanno lavorando ad uno ‘stato dei luoghi’ riconcepiti uscendo dai confini delle cartografie vecchie.

    Che questo avvenga nelle c.d. periferie, nei c.d. centri, nelle metropoli o nei paesi delle aree interne, non importa: si sta iniziando a creare un sistema linfatico che sta nutrendo, silenziosamente, questo nostro stanco paese.

    Cito, per concludere, l’esempio del teatro, perché in questo mondo sono stato recentemente immerso.

    Prima attraverso il bellissimo festival di Nessunorestifuori, organizzato qui a Matera da Nadia Casamassima e Andrea Santantonio, del centro IAC (leggetene nei vari articoli di Andrea Porcheddu o nel resoconto di Anna Cagnazzi), poi nello spettacolo Dune del progetto Clessidra, con la regia di Gianluigi Gherzi e a cura di Erika Grillo.

    Un teatro che non si interroga su sé stesso, ripiegato a ritrovare un’identità perduta – come avviene per mille nostre discipline culturali -, ma che riparte dai luoghi per divenire voce e gesto da ricostruire in una nuova ricucitura di pezzi slabbrati. Che essi siano periferie e Sassi di Matera, o le dune del litorale di Chiatona, nei pressi della dilaniata Taranto, l’obbiettivo di questi teatri è stato quello di interrogarsi sulla relazione fra spazi e comunità, tirando fuori dinamiche di recupero di parole anche antiche ma reinserite vividamente in un nuovo dialogo. Qui il teatro torna ad essere elemento non di autocelebrazione, ma di continua sana interrogazione sul dove andare, sul come confliggere portandosi appresso gli strumenti della cura.

    Mai come prima nella cultura occidentale siamo stato fermi a guardare il passato, musealizzandoci e, ora, scattando selfie improbabili di noi. Fermi, con sorriso ebete.

    È tempo dell’oltre: è tempo che a tutte queste realtà di imprese culturali e creative, senza differenza, venga riconosciuta l’essere elemento nuovo pensante della relazione fra luoghi e comunità, generatori di modelli economici nuovi.

    In questa direzione intendiamo muoverci, magari anche usando questa Matera Capitale Europea della Cultura 2019, ad essere vero laboratorio idi queste nuove pratiche: così come, a valle dell’appello che alcuni di noi hanno lanciato per Farm Cultural Park (con Linda Di Pietro, Roberta Franceschinelli, Cristina Alga e Ciccio Mannino – appello che serviva semplicemente ad alzare gli occhi), c’è già stato un incontro con alcuni rappresentanti della commissione cultura della Camera, proprio per sottolineare l’esigenza di un drastico ripensamento del ruolo della di queste realtà, per concepire nuove modalità di presenza, di relazione con gli spazi pubblici (ma anche privati), nel capire il loro ruolo cruciale nel ripensamento del sociale, nel loro essere ‘avanguardia’ di una nuova concezione di welfare culturale.

    Ripensiamoci, in questa torrida estate, per dare avvio ad nuovo anno politico, per un nuovo stato dei luoghi che sappia rideclinare (e ricombinare) la relazione con il concetto di cittadinanza: in qualsiasi flusso migratorio – fisico e mentale – siamo coinvolti, capiamo, una volta per tutte, come creare e strutturare gli spazi di bene comune, di incrocio del nostro ri-essere comunità.

    Per immaginarci mappe da cliccare che sappiano essere circuiti attivi, e non sensi unici dentro corridoi dalle stanche pareti.

    Note