Letizia Battaglia, ‘Scattavo come una persona e mi sono ritrovata, mio malgrado, in un archivio’

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


    Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

    image_pdfimage_print

    Il portiere del palazzo in cui abita Letizia Battaglia a Palermo, nell’indicarmi la scala da prendere, mi consegna un pacco postale da portarle. Poco dopo, nel salotto di casa, Letizia Battaglia lo apre e ne sfila la copia di un quotidiano locale, che sfoglia velocemente, e una confezione di cioccolato di Modica, che apre subito.

    La confezione viene poi poggiata sul grande tavolo di legno attorno a cui prendiamo posto. Sul ripiano ci sono anche: un visore per negativi fotografici, delle schede provenienti dal suo archivio fotografico (sulla scheda in cima si legge “Omicidi”), ci sono un pacchetto di sigarette, un accendino e un posacenere.

    Sono le 11.00 del mattino, le tende verdi alle grandi finestre lasciano penetrare piccoli scampoli abbaglianti di luce che creano una quinta alle spalle di Letizia Battaglia: classe 1935, diventata fotografa alla soglia dei quarant’anni, è stata la prima donna europea a ricevere il Premio Eugene Smith, nel 1985. Nel 2017 il «New York Times» l’ha inserita nella lista delle undici donne più interessanti intervistate quell’anno, il titolo del ritratto pubblicato era A Sicilian photographer of the Mafia and her Archive of Blood.

    Pubblichiamo un estratto dall’intervista a Letizia Battaglia di Valerio Millefoglie apparsa sull’ultimo numero di Archivio

     

    Nel 1992, a seguito dell’omicidio dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e anche a seguito della chiusura del quotidiano palermitano «L’Ora» – per cui ha raccontato le stragi di mafia in un bianco e nero in cui anche il sangue assumeva il colore inchiostro – la sua attività di fotografa ha subito un periodo di rallentamento. È questa la parte che mi interessa approfondire. Pochi minuti dopo esserci seduti pronuncia la parola “maciullare”, riferita al suo archivio. Il registratore cattura la coda della mia prima domanda.

    VM … perché di maciullare l’archivio?

    LB Perché era troppo pesante gestire psichicamente un archivio così violento. Non è un archivio della storia del Ghana o della Sicilia, io c’ero dentro, scattavo come una persona e mi sono ritrovata, mio malgrado, in un archivio. Non era ciò che cercavo, non volevo essere come i fotografi di guerra, mi ci sono ritrovata, queste immagini le subisco. Quella foto l’ho messa là perché ne ho la casa piena [indica la foto dell’omicidio di Michele Reina, segretario della Democrazia Cristiana provinciale assassinato nella sua auto, un’Alfetta 2000, il 9 marzo 1979; la foto è incorniciata e poggiata alla parete insieme ad altre foto, ndr]. Ho la casa piena di queste foto, il mio archivio è la mia vita nel senso che ci vivo proprio insieme. Sto cercando di venderlo ma non è che ci tenti veramente.

    Ho ottantacinque anni, poi cosa ne sarà di questi documenti? Devono continuare a esistere, ed è il motivo per cui faccio mostre, voglio che i ragazzi le vedano. Al Centro Internazionale di Fotografia abbiamo una grande stanza dedicata ai fotografi de «L’Ora», io voglio riempirla di foto fino al soffitto perché i ragazzi non sanno niente: al massimo conoscono i nomi di Falcone e Borsellino, ma non conoscono nulla delle lotte che ci sono state, e che ci sono ancora.

    VM Quando usi il termine “maciullare” quindi cosa intendi esattamente?

    LB Ho girato un filmino in cui brucio le fotografie. Si vede un’attrice che strappa le mie fotografie con molta rabbia. Il video non l’ho messo in giro, perché io le maciullo dentro di me. Poi non mi permetto di toccarle, non ho il diritto di toccare la storia, anche se questa storia sono stata io a raccontarla. Dal 1994 non schedo più niente. Il numero più alto di schedine è per gli omicidi, quarantotto fogli. Le bambine, che amo fotografare, sono schedate in molti meno fogli. Eppure le bambine sono mie perché le ho scelte, gli omicidi non sono miei, sono avvenuti.

    VM La prima foto che ho trovato degli anni Novanta è del 1990 e l’hai scattata a Napoli: tre ragazze senza casco, a bordo di una Vespa, riprese di spalle. Perché le hai fotografate?

    LB Collins editore pubblicò una serie di volumi che raccoglievano scatti di diversi fotografi a tema: A Day in the life of Italy, A Day in the life of America, e la serie continuava con altri paesi. Per l’Italia scelsi Napoli perché è una città affascinante e incasinata.

    Mi colpirono questi tre corpi di donne ammucchiate su una piccola Vespa, per me era una foto. Erano così spavalde, arroganti, ma senza esserlo in modo negativo. Qui a Palermo tre ragazze su una moto così non si vedevano, a Napoli le donne erano più forti. Per l’America scelsi New York e andai nei rifugi delle persone senzatetto: fotografai una bambina nera, bella, per me era una principessa eppure era senzatetto.

    VM Nel 1992 hai scattato Vittoria Schifani, vedova di Vito Schifani, agente della scorta di Giovanni Falcone, morto con lui nella strage di Capaci. Com’è nato questo scatto?

    LB A pochi mesi dalla strage mi chiama Felice Cavallaro, giornalista del «Corriere della Sera», e mi dice:«Stiamo lavorando ad un libro con Rosaria, ci fai la copertina?». Andiamo proprio a casa di Cavallaro, faccio tante foto ma non sono contenta, allora la metto vicino ad una  finestra. C’era la luce e poi c’era una parte che rimaneva nel buio. L’ho messa in mezzo, in modo che metà volto rimanesse nell’ombra. Lei ha questi occhi lucidi, neri, le dico di chiuderli e viene fuori qualcosa di ancora più drammatico.

    VM Il 25 maggio 1992, nella Chiesa di San Domenico di Palermo, durante i funerali di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, la vedova Schifani tenne un discorso in cui, a un certo punto, rivolgendosi agli uomini della mafia disse: «Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio di cambiare». Poi scostandosi dal microfono e rivolgendosi al prete che la incitava ad andare avanti nella lettura, aggiunse: «Loro non cambiano, loro non vogliono cambiare, loro». Tu eri presente? Che ricordo hai?

    LB Era come se stessimo tutti assistendo a uno spettacolo teatrale che durava da anni e di cui tu aspetti la fine, e poi la fine arriva. Quella fu la fine. Ho questa immagine di Paolo Borsellino al Palazzo di Giustizia di Palermo adibito a camera ardente: le cinque bare di Falcone, della moglie e degli agenti della scorta e lui, in fondo, che passeggiava avanti e indietro. Fu ammazzato il 19 luglio, in quei due mesi lo incontrammo alla Biblioteca Comunale, era estate, lo ricordo con una sigaretta in bocca, coì triste, sapeva che lo avrebbero ammazzato. Lo sapevamo tutti e non siamo riusciti a fare un cazzo. Erano i giusti, loro. Erano le persone buone.

    VM Il primo numero de «L’Ora» uscì il 6 maggio 1906 con due titoli in copertina: I provvedimenti per il Mezzogiorno. Contratti agrari e La grande giornata sportiva di ieri, Cagno vincitore della Targa Florio. L’8 maggio del 1992 uscì l’ultimo numero. Il titolo in prima pagina diceva: Arrivederci. Cos’hai fatto il giorno dopo la chiusura, e nei giorni successivi?

    LB Il Partito Comunista Italiano lo aveva abbandonato, il quotidiano era in ristrettezze economiche, non era possibile un arrivederci. Gli stipendi per i giornalisti erano i più bassi della categoria: se loro avevano i minimi, noi fotografi prendevamo ancora meno.

    Io non ho una pensione derivante dal mio lavoro, non eravamo soltanto freelance che portavano le cose al giornale, eravamo a disposizione 24 ore su 24. Comunque, devo ringraziarlo anche per la carica antirazzista, antimafiosa e antifascista che mi ha dato.

    Se non fosse stato per questo giornale, non avrei fatto le foto che ho fatto, perché in redazione erano esigenti. Poi su carta venivano stampate una schifezza, sceglievano male il taglio, però le foto sono sempre quelle. E ora sono nei musei.

    VM Nel 2016, allo ZAC, i Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, si è tenuta l’esposizione “Letizia Battaglia Anthologia”. Il catalogo è un volume delle dimensioni di 25 x 33 cm che poso sul tavolo e comincio a sfogliare. Vedo lo scatto di una giovane coppia stesa su un prato in campagna e degli uomini che sullo sfondo lavorano la terra. Di lui scorgiamo solo la montatura degli occhiali perché la ragazza con una mano gli regge il volto coprendoglielo. Le chiedo cosa ricordi di questo scatto.

    LB C’era un cattivo odore, c’era la puzza di morto ammazzato.

    VM Forse le ho posto male la domanda e ho scorso le pagine troppo velocemente, eppure mi colpisce questa memoria olfattiva così forte da invadere anche il ricordo delle foto che raccontavano altro dalla morte. Torno indietro e le mostro la foto.

    LB Lei era Sabina, la nipote di Miriam Mafai [giornalista, politica e tra i fondatori de «La Repubblica», ndr] e figlia di Simona Mafai, con la quale nel 1991 ho fondato la rivista «Mezzocielo» (Rivista di cultura, politica e ambiente pensato e realizzato da donne; come cita il sottotitolo, ndr). Lui era Pizzo Zimmardi, un giovane filosofo. Lei l’amavo molto, avevamo fatto insieme volontariato all’ospedale psichiatrico di Palermo, uno dei periodi più belli della mia vita. L’ingiustizia là dentro era suprema, un lager che costava allo stato 500mila lire al giorno e non avevano carta igienica, sapone, asciugamani. Dentro c’erano anche persone chiuse ingiustamente, per interessi familiari.

    In genere erano le donne che non piacevano più ai mariti. C’erano leggi molto strane. Il marito, se voleva, faceva innervosire la moglie, chiamava una prima volta la polizia e non succedeva niente. Alla seconda volta però la donna veniva internata. Ricordo una ragazza, Graziella – nei miei libri compare quasi sempre qualche sua foto – che dopo il terremoto del Belice del ’68, all’età di quattro anni, fu lasciata in manicomio dalla madre. C’era poi una donna entrata a quindici anni perché il prete l’aveva messa incinta: lei era finita in manicomio, il figlio in orfanotrofio e il prete era rimasto in chiesa. «L’Ora» mi inviò a fare le foto, ma all’inizio all’ospedale non mi permisero di farle, era proibito tutto.

    Poi ho insistito per entrare senza macchina fotografica, non cercavo lo scandalo, volevo stare con loro. Ho girato tre film all’interno, uno si intitolava Vattinne, perché c’era una che diceva sempre «Vattinne, vattinne». Secondo me voleva dire «Se non mi dai amore vattene». Avevano bisogno di tutto: di amore, di sigarette e di verdura. Una donna, Giovanna, ripeteva sempre «La verdurina, la verdura», perché là dentro non gliela cucinavano mai. Graziella è stata anche ospite a casa nostra, soffriva di schizofrenia e dovemmo anche ospedalizzarla. Io non sapevo niente, credevo che con l’amore potessimo fare tanto. La spingemmo a iscriversi ad un corso di ceramica. Mi disse: «Letizia, io voglio stare per tutta la vita malata».

    Note