Verso un futuro urbano sostenibile? Opportunità e limiti delle nuove economie urbane

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    Gli autori introducono il 3° appuntamento, Nuove economie urbane tra innovazione economica e coesione sociale, analizza il ruolo delle nuove economie urbane e delle politiche che ne derivano (per esempio la manifattura urbana 4.0), partendo da un’analisi degli spazi di making a Milano.

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    Il prossimo appuntamento con il ciclo di seminari Territori di ricerca, natura, città e spazio pubblico è il 19 ottobre 2018 alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

    In un mondo che va verso l’urbanizzazione planetaria non senza problemi (secondo l’ONU il 33% della popolazione urbana dei paesi in via di sviluppo, ossia 863 milioni di persone, viveva negli slum nel 2012) in molti tra policy-maker, attivisti e practitioner sono a caccia di modelli di sviluppo urbano sostenibile. Secondo alcuni la soluzione va cercata nella vecchia Europa delle città medie, dove lo sviluppo economico si unisce alla coesione sociale e a livelli di segregazione spaziale decisamente contenuti in prospettiva globale.

    Tuttavia, se si guarda alle economie urbane europee dal punto di vista della sostenibilità ‘profonda’ – ossia da una prospettiva che prende seriamente i concetti di benessere collettivo, giustizia spaziale ed ecologia – è evidente che anche questo modello di urbanizzazione a prima vista così su scala umana sia in crisi. La questione non riguarda semplicemente la diminuita capacità di generare coesione sociale, come spesso sostenuto negli ultimi anni dai rapporti urbani dell’Unione Europea e dalla letteratura accademica. E’ proprio il modello generatore di benessere alla base della città europea – quello che usando un termine un po’ vecchia scuola si sarebbe chiamato il modello di sviluppo economico – ad avere seri problemi.

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    Figura 1: Povertà prima e dopo tasse e trasferimenti pubblici nel 2011 (Fonte: elaborazione dell’autore su dati OCSE).

    Il primo problema evidente delle economie urbane europee riguarda l’incapacità cronica di generare benessere collettivo senza l’intervento dello stato. Questo è un problema particolarmente importante sullo sfondo delle spinte, presenti in molti paesi europei, a ridimensionare il ruolo delle politiche di redistribuzione . La figura 1 mostra i livelli percentuali di povertà in termini di reddito prima e dopo l’intervento dello stato di alcune importanti regioni urbane europee nel 2011, come Londra Vienna e Monaco. E’ impressionate come queste economie – tra cui spiccono le economie regionali più ricche d’Europa e del mondo – generano redditi che, senza intervento dello stato, renderebbero mediamente almeno 1 persona su 3 a rischio povertà.

    Un secondo problema cruciale delle economie urbane riguarda la loro sostenibilità ecologica. Le economie urbane europee sono – come del resto la maggior parte delle economia locali dei paesi ‘sviluppati’ –assolutamente insostenibili dal punto di vista dello sfruttamento del capitale naturale. Nel 2015 l’organizzazione Global Footprint Network ha condotto uno studio dettagliato sull’impronta ecologica di alcune città del mediterraneo tra cui Roma, Genova, Atene e Barcellona (cfr. Figura 2). Tutte le città europee nello studio presentavano un’impronta ecologica nettamente superiore ai ‘3 pianeti’ – ossia almeno 3 volte superiore alla capacità di carico della terra (1,2 pianeti). Ciò vuol dire che per essere sostenibili senza privare altri territori delle risorse per svilupparsi, le città europee dovranno garantire in futuro livelli di benessere simili a quelli attuali usando 2/3 in meno delle risorse naturali che consumo attualmente.

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    Figura 2: Impronta Ecologica di alcune città del Mediterraneo (Fonte: Global Footprint Network).

    Il terzo problema delle economie urbane europee riguarda la giustizia spaziale. La crescita di un sistema urbano può trainare lo sviluppo di altri sistemi urbani con cui è connesso, ma in molte grandi città europee di successo lo sviluppo è avvenuto spesso a scapito di altri territori. E’ un fenomeno complesso che si può esprimere a diverse scale. Un esempio è la concentrazione di attività economiche di pregio in una regione a scapito di un altra, ma lo stesso fenomeno può avvenire quando il core di un’area metropolitana si arricchisce a scapito del suo hinterland. Come testimoniano le forti tensioni regionali in paesi come l’Inghilterra, la Spagna, l’Italia e il Belgio è evidente come l’ingiustizia spaziale sia diventata in qualche modo strutturale e rischia di creare spaccature importanti all’interno di un paese.

    Tutto questo configura un quadro in cui è evidente come le sfide delle politiche urbane e, soprattutto, della pianificazione strategica dei prossimi 50 anni saranno completamente diverse da quelle affrontate fino ad ora. Qui non si tratta più come negli anni del fordismo di gestire lo sviluppo spaziale di sistemi urbani in forte crescita, o come negli anni 90 di rigenerare la base economica di città de-industrializzate favorendo lo sviluppo del settore terziario. Se vogliamo vivere ancora in questo pianeta sempre più urbano, la grande sfida della pianificazione strategica dei prossimi 50 anni sarà transitare le nostre città verso un modello di sviluppo locale capace di generare benessere collettivo senza crescita economica, senza impattare negativamente lo sviluppo di altri territori e nei limiti di un pianeta con risorse finite.

    Alla ricerca di un’alternativa: le nuove economie urbane post-crisi

    In risposta a queste problematiche ambientali e sociali, nel corso degli ultimi 10 anni c’è stata una notevole risposta dal basso nella forma di uno sviluppo straordinario di ‘nuove’ forme di economia urbana. Stiamo parlando di cooperative di piattaforma, imprese di comunità, maker spaces, mercati contadini, imprese recuperate, banche di comunità, ri-municipalizzate, di transitition enterprises, community land-trusts e reti di economia solidale, giusto per menzionare alcuni esempi. Economia della solidarietà, economia commons-based, economia distribuita – o, come nel caso inglese, semplicemente nuova economia – sono le espressioni più comuni utilizzate per descrivere quest’ondata di economie alternative post-crisi.

    Quello che contraddistingue la nuova economia urbana è l’adesione esplicita a una filosofia basata sulla democrazia economica, la giustizia socio-spaziale e l’ecologia, cosa non di poco conto se si considera il forte conservatorismo di gran parte della cultura economica europea. Aldilà delle differenze specifiche, ciò che accomuna questi modelli è la massimizzazione del benessere collettivo e non del profitto come principio fondante dell’organizzazione economica, il tutto dentro un frame di sostenibilità ecologica. Si tratta di un fenomeno difficilmente leggibile attraverso le categorie classiche dell’economia politica urbana – come quella di stato e mercato – che abbraccia una visione plurale dell’economia dove forme di mercato sociale s’integrano a forme di economica pubblica, comunitaria e familiare.

    Sotto il profilo istituzionale, le nuove economie urbane si sono espresse in una pluralità di forme, rinnovando modelli già esistenti e inventandone di nuovi – ragione per cui ‘nuove’ è tra virgolette. Sul versante dell’economia pubblica, un modello che ad esempio sta vivendo un rinascimento sono le municipalizzate che, dopo una lunga fase di privatizzazione dei servizi, stanno crescendo in modo esponenziale in tutto il mondo, paesi europei in testa (per una rassegna si veda il recente volume Reclaiming Public Services).

    Un altro modello che sta avendo un rinnovato interesse in paesi come l’Inghilterra e la Spagna per la capacità di dare controllo ai lavoratori e ‘ancorare’ la ricchezza al territorio sono le cooperative. In alcuni casi il modello tradizionale è rimasto invariato. In altri è stato innovato come ad esempio nelle cosiddette cooperative aperte, dove la conoscenza prodotta dall’attività è resa pubblicamente accessibile, (il contrario del segreto d’impresa) o come nelle cooperative di piattaforma, dove ad essere collettivizzata è la piattaforma online alla base dell’attività professionale.

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    Figura 3: De-privatizzazione per settore 2001-2017. (Fonte: Reclaiming Public Services )

    I settori economici in cui la nuova economia urbana si è manifestata sono sorprendentemente diversificati. Tradizionalmente l’economia alternativa in Europe è stata confinata a servizi sociali, edilizia, agricoltura e distribuzione. Diversamene, questa nuova ondata di economia alternativa sembra non conoscere limiti con progetti che, oltre ai settori appena menzionati, includono terziario avanzato, settore energetico e manifattura urbana.

    Politiche urbane e nuove economie: sostenere e governare il cambio di paradigma

    I governi di molte città europee hanno sostenuto lo sviluppo delle nuove economie urbane, vedendovi un’opportunità per contrastare le diseguaglianze e ridurre l’impatto ambientale della città. Gli interventi variano molto per intensità, ampiezza, coordinamento e settori economici coinvolti. Nella maggior parte dei casi le nuove economie urbane occupano ancora un ruolo marginale nell’agenda urbana, ma esistono alcune città in cui la loro promozione è stata messa al centro della pianificazione strategica.

    Una città che è diventata un modello di riferimento nella promozione della nuova economia in Europa è Preston nel nord-ovest dell’Inghilterra. In quest’area urbana media (400.000 abitanti) duramente colpita dalla deindustrializzazione e poi dalla crisi, da 5 anni si sta sperimentando con il local wealth building, un modello di sviluppo endogeno importato da Cleveland, Stati Uniti. Gli interventi includono la rilocalizzazione della spesa delle grandi istituzioni pubbliche, la gestione a fini sociali degli immobili di proprietà del comune e la promozione di cooperative e imprese sociali. Il modello Preston – come è stato chiamato dai media – ha avuto così tanto successo che il partito labourista di Corbin lo ha adottato ufficialmente come modello di sviluppo locale dei Labour.

    Un’altra città alla frontiera del nuovo sviluppo locale è Barcellona. Dopo quasi 20 anni di sviluppo orientato alla crescita economica trainato da settori quali il turismo, la finanza e l’edilizia, con l’elezione di Ada Colau Barcellona sta tentando di cambiare modello. Il nuovo piano di sviluppo strategico dell’Ufficio di Pianificazione Strategica Metropolitana (PEMB) – la famigerata agenzia artefice delle aggressive politiche urbanedella Barcellona degli anni 90 e dei primi 2000 –è incentrato sull’accesso a beni e servizi fondamentali come acqua, casa, cibo, cure mediche e la riconversione ecologica dell’economia locale. Non da meno è Madrid, che con il progetto Mares ha elaborato una strategia integrata e multisettoriale di sostegno all’economia solidale. Altre città importanti nel dibattito sulle politiche di sviluppo delle nuove economie urbane sono Bristol, Totnes e Grenoble.

    Un’analisi delle nuove economie urbane: il caso dei maker space milanesi

    Non sappiamo ancora se le nuove economie urbane – che tuttora costituiscono parti residuali dei sistemi economici locali – riusciranno a generare cambiamenti strutturali, anche solo al livello locale. A questo stadio è prematuro un giudizio definitivo dato che siamo ancora in fase di sperimentazione. Tuttavia, è importante da subito monitorare quello che sta succedendo ed evidenziare eventuali criticità. Intorno alle nuove economie urbane si è generata una grande retorica, che in alcuni casi ha mascherato operazione di sviluppo urbano tutt’altro che solidali.

    In quest’ottica vogliamo concludere con alcune osservazione sui maker space milanesi [Le osservazioni si basano su alcune ricerche svolte dagli autori sui maker space milanesi e su ricerche di alcuni colleghi. Per una visione d’insieme del fenomeno maker space in Italia si veda il recente volume Maker e città]. Questi spazi condivisi per il lavoro manuale – dove attrezzature produttive (frese, seghe a tavolo, stampante 3D, macchine da cucire etc. ) sono rese accessibili alla comunità locale per realizzare oggetti a scopo di vendita e/o autoproduzione – sono stati tra le forme di nuova economia che più ha attirato l’interesse dei media e delle politiche pubbliche. Milano è in questo senso un osservatorio privilegiato per analizzare l’intreccio tra politiche urbane e maker space. Dal 2013, il governo locale ha disposto strumenti per sostenere lo sviluppo di spazi di lavoro condivisi, dai co-working ai maker space, arrivando al programma politico ManifatturaMilano. Ad oggi Milano è la città con più maker space in Italia.

    La nostra esplorazione dei maker space milanesi parte da due idee di fondo. La prima è che l’open-source, il decentramento delle attrezzature produttive e la stretta relazione con la comunità locale diano ai maker space un forte potenziale trasformativo. L’altra è che non basta avere un maker space e definirsi artigiano digitale per generare nuove forme di economia locale e pratiche di innovazione sociale. Come abbiamo evidenziato all’inizio di questo articolo, si può parlare di nuova economia urbana solo quando il progetto economico ha forti elementi di inclusione sociale, sostenibilità ambientale e giustizia spaziale.

    Quello che emerge dalle ricerche condotte è che a Milano ci sono due tipi di maker space. Da un lato quelli che hanno costruito economie più democratiche, sostenibili e inclusive come nel caso del maker space Cittadella dei Mestieri di RiMaflow e del progetto OpenCare di WeMake. Queste realtà sono incentrate sulla creazione di benefici – in forma di occupazione o di accesso a beni e servizi fondamentali – per persone a rischio di esclusione sociale, tengono conto di filiere produttive compatibili con l’ambiente, creano conoscenza aperta e generano spillover positivi in termini di rigenerazione urbana. Anche se alcuni dei progetti sviluppati sono in fase embrionale, questi maker space possono definirsi nuova economia e hanno del potenziale nel contrastare le diseguaglianze e ridurre l’impatto ambientale della città.

    Dall’altro lato ci sono dei maker space che aldilà della comunicazione e di alcune pratiche – come permettere l’accesso gratuito del maker space in alcune fasce orarie – non sono particolarmente trasformativi. Queste realtà interagiscono poco con il quartiere, hanno filiere produttive standard, creano la maggior parte della conoscenza in forma proprietaria e non generano particolare inclusione sociale. Più che a soggetti della nuova economia urbana, questi maker space sono assimilabili a imprese tradizionali con un occhio di riguardo per la responsabilità sociale.

    L’analisi dei maker space milanesi suggerisce che le nuove economie urbane hanno effettivamente del potenziale per fare rigenerazione fisica, sociale ed economica. Tuttavia, sono ancora molto fragili e rischiano di rimanere casi isolati con un impatto marginale. Inoltre, senza le dovute distinzioni, c’è il pericolo che sotto l’etichetta di nuove economie urbane si vadano a promuovere progetti tradizionali con un impatto sociale e ambientale ridotto. Su questo sfondo, il ruolo delle politiche pubbliche locali sarà cruciale nello sviluppare e governare le nuove economie urbane e favorire la transizione verso modelli di città realmente sostenibili.


    Immagine di copertina: ph. Alexander Andrews da Unsplash

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