Mercoledì 21 ottobre 2020
L’antropologia è l’arte di saper immaginare l’esistenza
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Leggendo Antropologia. Ripensare il mondo di Tim Ingold, vengono in mente le parole di C. G. Jung in cui il padre della psicologia analitica dichiara che la psicologia deve annullarsi come scienza se vuole raggiungere il suo scopo. Ingold riformula l’antropologia seguendo lo stesso criterio. Tracciare i limiti dell’antropologo richiede prima di tutto attingere a un’esperienza che si trova al di fuori dell’ambito scientifico e umanistico. In questo l’antropologo ha bisogno di maturare una visione del mondo decentrata ed estatica, svestire i panni dello studioso e dell’accademico per indossare la pelle dell’artista policromo o dello sciamano. Fin dal primo capitolo Ingold ricorda Émile Durkheim nella sua definizione di un’ermeneutica fondamentale tra sacro e profano. Nella nostra immediata relazione con la realtà, l’antropologo deve saper riconoscere al pari dell’artista che qualsiasi oggetto e qualsiasi spazio non sono mai riducibili a se stessi, ma sono sempre potenzialmente simbolici. Un oggetto cioè è sempre contemporaneamente inscritto in un panorama di relazioni immaginali che ne dischiude nuove possibilità di senso.
L’artista naviga non tanto il mondo in sé, ma le sue immagini vitali che si rinnovano ad ogni istante a seconda della carica immaginale che l’oggetto assume di volta in volta nell’espressione artistica. Nel momento in cui l’artista compie l’opera, per riprendere Heidegger, è la stessa dinamica formale dell’essere che si incorpora attraverso la sua performance. Similmente per Ingold, in qualsiasi lavoro di ricerca l’antropologo vive una catarsi in cui è plasmato dal suo incontro con le cosmogonie culturali a cui partecipa. Invece di porsi come osservatore esterno, l’antropologo è parte integrante del processo che esperisce, abitante potenziale dell’immaginazione altrui, ed è perciò tenuto in ogni caso a prendere le testimonianze altrui con la massima serietà. Non si tratta di descrivere un rituale o un’usanza, ma di riconoscere che quel rito può appartenere allo stesso tempo al modo con cui l’antropologo esprime se stesso in quanto essere vivente. Ci troviamo quindi non tanto sul terreno epistemologico del come si possa conoscere il mondo, ma su quello ontologico del come possa esserci un mondo da conoscere.
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