Ridisegnare il governo del paesaggio italiano

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    Il modello di governo appare chiaro, almeno sulla carta. La responsabilità ultima di governo del paesaggio riconosciuto di notevole interesse pubblico ricade sul ministero per i Beni culturali e ambientali e del turismo, nelle sue diverse articolazioni centrali e periferiche. […] Ebbene, se nell’attraversare il paese lo sguardo si posa anche distrattamente sui paesaggi che ci circondano, non sempre è agevole distinguere quelli protetti dalle prescrizioni di tutela rispetto a tutti gli altri.

    Anzi l’impressione generale è che la rappresentazione dominante del nostro paesaggio, almeno lungo gli itinerari più battuti, sia oggi infestata da detrattori di ogni genere, che compromettono irreversibilmente una bellezza universalmente celebrata nel passato e tuttora intensamente rimpianta dai cultori delle memorie.  Del resto gli spazi aperti appaiono ormai generalmente devastati da un’urbanizzazione proliferante che si è estesa dappertutto nelle aree pianeggianti.

    Il paesaggio ne è diventata la vittima sacrificale, ridotto a simulacro sfigurato dall’ingombro pervasivo e magmatico di manufatti, infrastrutture e trame edificate caoticamente, di solito anonime e dall’aspetto sgradevole.

    Peggio ancora è andata per le coste, soprattutto meridionali – dove in fondo per l’edilizia residenziale l’abusivismo ha realizzato una versione ancora più povera e sciatta di ciò che è avvenuto prima in Liguria, nel Veneto, lungo la costa adriatica o comunque dove la devastazione è stata colpevolmente assecondata e legalizzata dai piani.

    Con l’aggravante in questo caso di depuratori spesso scandalosamente inefficienti e, ancor peggio, di frequenti sversamenti di sostanze tossiche nel mare a opera delle mafie, che, ad esempio sulla costa calabra tra Tortora e Amantea, hanno sottratto all’uso decine e decine di chilometri di spiagge.

    Anche i paesaggi agrari soffrono, in gran parte depauperati dai processi di omogeneizzazione delle colture trainati dai potenti finanziamenti comunitari; oppure consegnati all’abbandono, facendo dilagare in modo incontrollato estese macchie di vegetazione spontanea e d’incolto.

    Sembrano salvarsi soltanto le aree collinari e montane interne, ormai generalmente spopolate e dunque meno esposte ai rischi di macroscopica degenerazione del paesaggio.

    Però anche qui, mentre i boschi più pregiati sono costretti ogni anno a difendere la propria sopravvivenza contro gli assalti ricorrenti di incendi appiccati dolosamente, la vegetazione tende sempre più a inselvatichirsi, degradando la biodiversità e la qualità ecolo- gica degli ambienti naturali.

    Infine, i paesaggi del turismo e delle mete culturali più attrattive. Qui lo snaturamento è invece associato a processi di sovrautilizzazione e congestionamento nelle presenze dei visitatori, inutilmente contrastato da volenterose strategie d’imbalsamazione fisica dell’esistente, che per la verità li fanno assomigliare sempre più a cartoline di se stessi, corrompendo il senso più autentico di un ambiente vivente ridotto a parco tematico. […]

    Per contrastare questa preoccupante deriva si richiede ora una maggiore severità e uno sforzo importante per i nuovi piani paesaggistici in corso di elaborazione, chiamati a “vestire i vincoli” con prescrizioni d’uso più cogenti e più puntuali, al fine di rafforzarne l’efficacia anche in assenza di interpretazioni discrezionali, come quelle esercitate fino a oggi dai soprintendenti per i beni paesaggistici tutelati dallo Stato.

    Ma c’è da chiedersi se questa maggiore precisione nelle previsioni di una salvaguardia che rimane passiva sia davvero sufficiente per raggiungere risultati finora largamente disattesi.

    O se invece ci sia da rimettere con serenità in discussione tutto il sistema di government pubblico del paesaggio, per sfuggire agli interminabili conflitti di competenze con il continuo rimpallo delle responsabilità (alla fine, nessuno è tenuto a rendere conto davvero dei propri comportamenti), che celano una comune impotenza della volontà pubblica rispetto alla forza dirompente delle trasformazioni in atto.

    Inoltre ci sono da contrastare carenze e debolezze che sembrano dovute non tanto all’imprecisione dei vincoli o alla discrezionalità delle valutazioni da parte dei soprintendenti, quanto piuttosto agli eccessi di autoreferenzialità di una cultura della tutela del patrimonio che non è riuscita ancora a radicarsi in profondità, permeando i comportamenti sociali diffusi tanto dei produttori che degli abitanti.

    Anticipando le conclusioni di questo scritto, per il governo del paesaggio – non diversamente, del resto, da quanto è auspicabile per il territorio – appare preferibile sperimentare un modello più marcatamente partenariale, comunque incardinato sull’istituzione pubblica competente per legge al livello più appropriato.

    Questo nuovo modello, in grado di dialogare attivamente con la molteplicità degli interessi in gioco nelle trasformazioni grandi e piccole del territorio, secondo quanto proposto dalla Convenzione europea del paesaggio, sembra essere assai più produttivo di quello adottato correntemente: un approccio fondamentalmente autocratico e settoriale, con cui ci si è illusi di proteggere un bene comune fortemente esposto alla violenza delle logiche speculative e alle forti pressioni di appropriazione individualistica.

    D’altra parte il paesaggio, un bene comune tipico nella nuova economia dell’esperienza propria del nostro tempo, non dovrebbe essere più considerato soltanto un patrimonio identitario da conservare ai fini della continuità culturale e della coesione territoriale, ma anche una preziosa leva catalizzatrice per un nuovo modello di sviluppo sostenibile, capace di garantire una tutela rigorosa e al tempo stesso di offrire importanti opportunità di crescita a beneficio sia delle società locali sia dell’intero paese.

    Sono affermazioni cha appaiono perfino scontate, in una normale prospettiva di valorizzazione degli assets di un territorio consapevole dei risvolti sociali ed economici degli investimenti pubblici.

    Ma non lo sono affatto in Italia, dove finora ha prevalso una ideologia benculturalista radicaleggiante, che rifiuta di assoggettare alle verifiche di utilità sociale le politiche di tutela del paesaggio, accusando anzi di favorire la mercificazione del patrimonio quanti invocano una maggiore attenzione ai problemi di una sua gestione sostenibile.

    Questa visione di parte rifiuta tra l’altro di prendere in dovuta considerazione il problema dell’ulteriore contrazione delle risorse pubbliche a disposizione, aggravato dalla lunga crisi recessiva che ha colpito anche (soprattutto) le politiche culturali.

    C’è invece da sperare che, una volta fatta valere la centralità anche sociale ed economica dell’uso attivo del patrimonio paesaggistico, si possa finalmente conquistare una dotazione di bilancio meno povera di quella su cui conta tradizionalmente l’amministrazione della tutela. […]

    Il modo di governare il paesaggio cambia effettivamente se l’attenzione si sposta dai vincoli ai progetti. È questa una seconda tesi che s’intende qui affermare.

    I paesaggi italiani potranno davvero migliorare se sapremo finalmente utilizzare appieno le risorse della progettualità, anziché la sola gestione dei vincoli di conservazione apposti per decreto.

    Al riguardo potrebbe essere impiegata in modo innovativo una disposizione del nuovo Codice apparentemente secondaria ma potenzialmente assai importante: l’art. 143, comma h, che prevede la predisposizione tramite il PR di «misure necessarie per il corretto inserimento nel contesto paesaggistico degli interventi».

    Enfatizzando questa norma, si potrebbe spostare il confronto dei nuovi interventi dalla loro compatibilità con i vincoli esistenti alla valutazione del corretto inserimento nel paesaggio, secondo procedure ben regolate che limitano la discrezionalità dei giudizi.

    In effetti l’insoddisfacente qualità del nostro paesaggio appare una conseguenza della generale insensibilità paesaggistica che penalizza la cultura dominante nell’architettura e nel mondo delle opere pubbliche.

    Gli interventi, che siano firmati o anonimi, si dimostrano sostanzialmente indifferenti al rapporto con il contesto paesaggistico, e spesso l’osservanza dei vincoli è un alibi per praticare soluzioni al ribasso, al più con stucchevoli mimetismi che cercano di dissimulare il nuovo rispetto alle preesistenze.

    Si osservi, peraltro, che il progetto per il paesaggio in senso proprio non dovrebbe essere inteso convenzionalmente come realizzazione di un insieme di opere, tanto pubbliche che private. Si tratta di un progetto costitutivamente diverso, perché ha per obiettivo primario non tanto la conformazione o il ripristino delle forme fisiche, quanto la creazione (o il rafforzamento) di un valore intangibile, da perseguire attraverso la mobilitazione consapevole dei molteplici soggetti che a vario titolo agiscono nel paesaggio.

    La donazione di senso (o la sua rigenerazione) costituisce allora la vera posta in gioco di un progetto per il paesaggio nella sua accezione più pertinente, che dovrà mirare alla capacitazione della popolazione e delle istituzioni coinvolte, più che all’affermazione di un sapere tecnico insindacabile.

    Il progetto diventa l’espressione di un processo tendenzialmente corale di elaborazione del senso del paesaggio, corredato da un insieme di impegni personali, collettivi e istituzionali a perseguire condizioni di qualità; quelle originarie quando possibile, oppure nuove quando perdute irreversibilmente quelle preesistenti.

    Come si è osservato, questo modo d’intendere l’intervento presuppone la condivisione attiva di quadri cognitivi e di valori da attribuire al paesaggio, e quindi la costruzione di visioni comuni circa le finalità da raggiungere, rispetto alle quali ciascuno s’impegna poi a contribuire per la propria parte alle strategie d’intervento.

    La natura del progetto diventa fondamentalmente pattizia o contrattuale, con la stipula di accordi e impegni che possono essere diversi dagli atti d’obbligo formali, essendo piuttosto dichiarazioni di responsabilità che si è disposti ad assumere, in modo autonomo o sulla scorta di appositi incentivi che premiano gli interventi virtuosi, come avviene ad esempio con le Chartes Paysagères in Francia.

    Tutto ciò si riflette anche sulle condizioni di fattibilità del progetto. La riqualificazione di un paesaggio attinge a risorse di varia natura, ma soprattutto alla disponibilità della “folla oscura” dei molteplici produttori di paesaggio coinvolti.
    In assenza di questa variegata mobilitazione corale, è improbabile che il progetto possa avere successo, soprattutto quando la scala del paesaggio da riqualificare trascende quella di singole località circoscritte.

    In ogni caso, rifuggendo dalle posizioni insostenibili di quanti rivendicano un esorbitante impegno finanziario a carico della finanza pubblica chiamata a sostenere tutto il peso della cura del paesaggio, il progetto impone al sistema d’azione locale di farsi carico della concreta fattibilità economica e sociale degli interventi, individuando volta per volta le opportunità di contesto che possono facilitare il ricorso a investimenti pubblici e privati o le loro combinazioni efficaci. […]

    Quale che sia il nuovo assetto verso cui tendere nella riorganizzazione del sistema di governo del paesaggio italiano, non c’è dubbio che fin d’ora – in assenza delle Province – occorre cercare di rimettere in gioco i Comuni, non fosse altro che per il loro ruolo insostituibile nell’armonizzare le previsioni del ppr rispetto ai Piani regolatori locali.

    Come tutti sanno, è a questo livello che si gioca la vera partita della tutela e valorizzazione del paesaggio, quando si tratta di sciogliere il conflitto tra una visione edilizia dello sviluppo e un’altra più sostenibile perché incentrata sul valore del paesaggio.

    Gli unici due nuovi PPR al momento approvati, in Puglia e in Toscana, hanno di fatto escluso i Comuni dal processo di costruzione del piano.

    Invece in Umbria si sta sperimentando un loro cauto coinvolgimento, almeno nella fase della delimitazione più puntuale dei beni paesaggistici, operata sulla base di specifici indirizzi emanati dal Comitato tecnico paritetico il quale è responsabile ultimo anche della validazione delle soluzioni proposte.

    Si tratta di una forma ancora blanda di coinvolgimento dei poteri locali. Ma non c’è dubbio che questa sia la strada da imboccare, se s’intende favorire una gestione più efficace del patrimonio esistente, finalmente da condividere in modo sostenibile tra custodi delle memorie e attori dello sviluppo.

    Nel concludere, c’è da auspicare un nuovo sistema di governo del paesaggio italiano più allargato e condiviso, per il quale né la tutela passiva, né la gestione strategica isolata a pochi lembi di territorio possono farcela a contrastare i processi degenerativi in atto, che sono estesi e di lunga durata, e che ormai minacciano seriamente la bellezza e la salute di ciò che rimane.

    Il lavoro da fare per cambiare lo stato delle cose e la cultura di cui è espressione è davvero immenso. Ma non ci si deve perdere d’animo. Soprattutto non possiamo più permetterci il lusso di alimentare continuamente un conflitto paralizzante tra visioni differenti, che frena le potenziali disponibilità a far crescere l’importanza del paesaggio in tutti gli atti dell’amministrazione pubblica o almeno nel governo del territorio.

    Abbandonando atteggiamenti retrodatati, dovremo cercare di combinare creativamente gli aspetti positivi di ciascun modello, giustapponendoli in una nuova filosofia d’intervento ambivalente anziché oppositiva, capace di contemperare tutela e progettualità, valori culturali e valori di territorialità, poteri centrali e poteri locali.


    Pubblichiamo un estratto da Parolechiave 56. Governance (Carocci editore)

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