Spore – Visioni Sparse: ri-tessere le aree interne

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    Negli ultimi decenni la popolazione della provincia di Benevento si è drasticamente ridotta, privando i comuni di risorse vitali e lasciando un vuoto che viene colmato solo dalle generazioni più anziane e vulnerabili: un fenomeno comune a molte zone d’Italia, che vede la sua massima espressione nelle aree interne, caratterizzate da una marcata distanza dai centri economici, politici, culturali. I tentativi di invertire la rotta migratoria si sono infranti in una miriade di proposte e progetti avanguardistici che non hanno dato i risultati sperati: la diaspora non manifesta cedimenti.

    L’emorragia demografica non ha solo un effetto tangibile sulle comunità locali, solleva quesiti anche sulla loro rappresentazione. Il discorso pubblico intorno ai paesi è inibito da cliché atavici, ben alimentati da mass media che continuano ad offrire narrazioni da elegia bucolica: l’aria buona, il cibo salutare, la natura incontaminata, il silenzio, la chiave nella toppa, il rito della vendemmia. Questi elementi, delineati con un’accorata precisione poetica, rappresentano aspetti desiderabili della vita rurale e offrono una visione idilliaca. Quando invece – non di frequente – l’approccio ai paesi assume una dimensione critica, il racconto è sempre quello di generale decadenza, costante impoverimento, crisi demografica, mancanza di lavoro.

    Mentre per i benefici della vita rurale è evidente il rapporto con i bisogni e i desideri contemporanei – e molto ci si dovrebbe interrogare su quanto questi bisogni siano individuati in maniera speculare alla dimensione metropolitana – nel caso degli aspetti problematici, questi ultimi assumono una dimensione eterea, nebulosa, quasi che nominandoli si rischi di macchiare il candore di questi “paradisi terrestri” da cui le persone si allontanano inspiegabilmente.

    In realtà, si tratta di luoghi in cui non si nasce più e non si studia più, in cui si osserva la progressiva chiusura di ospedali e scuole sotto i colpi di indicatori oggettivi (numero di residenti, numero di interventi, numero di iscritti) che pretendono di misurare allo stesso modo qualunque cosa. Il trasporto pubblico è inesistente, le politiche di genere – per usare un eufemismo – non sono all’avanguardia, gli spazi di prossimità e di socialità sono rappresentati in gran parte da pubblici esercizi di consumo, le politiche culturali non sono all’ordine del giorno, la transizione digitale fa fatica e la politica è generalmente vista come appannaggio di singoli. Con l’approssimarsi ai centri, muta lo spazio a disposizione: nella sua accezione fisica, diminuisce in modo inversamente proporzionale; nella sua dimensione lavorativa, politica, sociale e culturale, aumenta in modo progressivo.

    L’indagine condotta nell’ambito del progetto di ricerca-azione “Torno Spesso” lo mostra con dati allarmanti. Degli oltre 600 studenti degli ultimi anni delle scuole superiori della provincia consultati, più di 417 dichiarano che nel luogo in cui vivono “la mentalità non è di ampie vedute”, il 61,2% degli intervistati percepisce l’offerta culturale della provincia come “insufficiente” o “inesistente” e, più della metà degli intervistati dichiara che la propria mancata partecipazione è influenzata da un’offerta culturale non diversificata.

    In questo scenario la promozione culturale e le pratiche artistiche possono offrire un orizzonte di senso e rispondere a bisogni evidentemente inevasi.

    Il fatto che il principale problema segnalato sia una “mentalità non di ampie vedute” solleva interrogativi profondi non tanto – o non più – sull’intensità dell’avanzamento verso un cambiamento, ma piuttosto sulla possibilità stessa che un cambiamento possa realizzarsi. La risposta sembra sfuggire alle soluzioni semplici, e certamente non sarà portata in dono dal proliferare di dibattiti accademici animati da chi non ha alcun rapporto di vita vissuta con i paesi e che continua a guardare a questi luoghi solo da lontano. In un contesto del genere, le iniziative di promozione culturale acquistano un significato ancor più profondo, contrastando la stagnazione attraverso approcci sperimentali e inclusivi: i nuovi futuri possibili possono sorgere solo da una prospettiva che sia innanzitutto culturale.

    Il legame tra rinnovamento culturale e sviluppo di comunità nelle aree marginali emerge con forza dall’esperienza di “Spore – Visioni Sparse”, promossa da Arci Benevento in collaborazione con Ucca e da altre 7 associazioni e circoli aderenti alla rete. Giunta alla sua seconda edizione e inaugurata lo scorso 20 marzo, la rassegna prosegue nei suoi 27 appuntamenti – nell’arco di poco più di un mese, fino al 27 aprile – con l’obiettivo di rimettere il cinema al centro del discorso pubblico provinciale, utilizzandolo come strumento utile a veicolare contenuti innovativi. Per dare un’idea del contesto in cui si inserisce l’iniziativa è sufficiente sottolineare come persino nel centro del capoluogo sannita manchi una sala attiva: gli unici due multiplex sono localizzati ai confini della città, non sono raggiungibili a piedi o con i mezzi pubblici e soffrono di una costante diminuzione di pubblico.

    Nessuno dei film proposti – pur godendo di valide apparizioni in festival italiani e internazionali – è mai stato proiettato in provincia: si tratta di documentari che non godono dei favori delle grandi distribuzioni commerciali, prestigiosi classici restaurati, selezioni di cortometraggi d’archivio o d’animazione; spesso i titoli sono accompagnati da registi e autori, insieme a concerti, talk e presentazioni di libri.

    L’esperimento di “Spore” è interessante per il modo in cui coniuga approfondimento culturale, valorizzazione dei luoghi e nuove forme di attivismo partecipativo nelle aree marginali. Le associazioni partner, in autonomia, scelgono i film da proiettare e i contenuti di approfondimento a partire da quelli che rispecchiano meglio le loro attività, e costruiscono una prima ipotesi di cartellone. Successivamente, partecipano alle riunioni della direzione artistica collettiva, composta da due operatori culturali per ogni associazione coinvolta. Questi incontri servono sia a risolvere potenziali conflitti, come la scelta di date o titoli duplicati, sia a valutare insieme le opzioni più adatte, tenendo conto delle specificità e degli interessi di ciascuno e della rassegna nel suo complesso.

    L’enorme fatica di incasellare il puzzle delle date e dei contenuti è compensata dall’effetto di reciproco riconoscimento che si genera nella rete locale: è molto frequente vedere soci di associazioni diverse partecipare alle medesime proiezioni, sfidando ore di tragitto in auto su percorsi sterrati; non è raro che i circoli dotati di uno spazio fisico stabile cedano la priorità di scelta di una data a quelle associazioni che di volta in volta devono invece trovare uno spazio per le proprie attività.

    Le proiezioni in sedi stabili in uso ai circoli sono poco più della metà di quelle complessive. Le restanti si tengono in spazi concessi da comuni ed enti pubblici. In uno solo di questi casi l’attrezzatura a disposizione comprende un piccolo schermo, un proiettore e delle sedute. Per tutti gli altri, il cinema viene allestito in luoghi normalmente adibiti ad altro: auditorium teatrali, sale consiliari o sale polivalenti dei comuni della provincia: durante la prima edizione dello scorso anno le attività si sono svolte anche in un castello medievale e in una chiesa del XV secolo.

    Un altro dato peculiare è il fatto che all’organizzazione e alla fruizione delle attività di Spore partecipano categorie molto diverse. Buona parte di queste è rappresentata da persone che non vivono più i paesi per motivi di studio o di lavoro, che colgono l’occasione per tornare anche solo temporaneamente, mantenendo una relazione attiva con il luogo dal quale sono partiti. Una sorta di sperimentazione del concetto, ancora teorico, di cittadinanza ubiqua o temporanea. Si tratta di una nozione inedita, che contrasta evidentemente con quella di “restanza”, presentata troppo di frequente come un dogma, come se tutti fossero destinati a vivere esattamente nel posto in cui vengono messi al mondo – anche quando in questi luoghi non ci sono più ospedali in cui nascere.

    L’obiettivo di “Spore – Visioni Sparse” non è tanto è quello di contrastare lo spopolamento, quanto di offrire alternative al campanilismo isolazionista in cui alcune aree sono immerse, attraverso: il riconoscimento della dignità delle cittadinanze ubique; la sperimentazione di nuovi modelli partecipativi; la costruzione di comunità consapevoli, che siano in grado di valorizzare la complessità contemporanea dei territori senza appiattirne le peculiarità; il contrasto ai modelli di sviluppo estrattivi a trazione metropolitana; la costruzione di alleanze sostenibili tra centri e paesi; la valorizzazione dei luoghi della cultura.

     

     

    Immagine di copertina di Spore – Visioni Sparse

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