Le tecnoscienze comunitarie nelle transizioni ecologiche

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    Pubblichiamo un estratto, scritto da Andrea Ghelfi, di La condizione ecologica. Collana Scienze Politiche e Sociali, 2050, Abitare nelle rovine della metropoli. Edito da Edifir, Edizioni Firenze. Ringraziamo l’autore e la casa editrice per la disponibilità. 

    Le pratiche collettive di reinvenzione ecologica trasformano l’esistenza quotidiana in un terreno di sperimentazione materiale e politica. Partendo da pratiche situate, i movimenti di transizione stanno costruendo altri modi di abitare il nostro pianeta, praticando transizioni ecologiche dal basso. I movimenti a cui ci riferiamo si collocano a disagio all’interno della più ampia categoria politica dei movimenti sociali. I movimenti di transizione sono movimenti più che sociali: sperimentando assemblaggi socio-materiali alternativi, i movimenti più che sociali stanno costruendo frammenti di mondi comuni alternativi, oltre la dicotomia natura/società. Insistere sulla dimensione “più che sociale” dei movimenti di transizione è per me un modo per evidenziare il loro potere trasformativo: la loro capacità di istituire configurazioni materiali alternative e pratiche quotidiane che mirano a materializzare la transizione ecologica nel continuum quotidiano umano/non umano. Dalla prospettiva dei movimenti più che sociali, la transizione ecologica non è solo il campo in cui una moltitudine di rivolte contro l’ingiustizia viene messa in atto, la transizione ecologica è anche, e soprattutto, un tessuto di pratiche quotidiane di rigenerazione e riparazione socio-ecologica. I movimenti di transizione coinvolgono sempre l’intreccio tra gli altri umani e non umani, tra materialità e socialità, e, come vedremo tra poco, tra saperi e pratiche.

    Molte delle transizioni ecologiche e delle iniziative ecologiche descritte in questo capitolo non solo si impegnano nella circolazione di conoscenze alternative ma anche nella produzione della conoscenza stessa attraverso una molteplicità di attività e pratiche: citizen science, spazi maker e hacker, agroecologia, autoformazione, scienza e tecnologie aperte. Questo è il potere distribuito della tecnoscienze comunitarie per collaborare e inventare soluzioni tecnoscientifiche necessarie alla materializzazione delle transizioni ecologiche. L’attrattiva del technofix che domina il globalismo verde è qui invertita attraverso pratiche situate di invenzioni tecnoscientifiche minori, pratiche che sono incorporate e integrate nei processi di transizione. La kitchen science, la DIY biology, la sperimentazione alternativa di pratiche di cura, i progetti di ingegneria partecipata, la produzione di forme alternative di energia, i progetti comunitari di tutela ambientale, i sistemi autogestiti di monitoraggio contro i rischi ambientali, le campagne sanitarie radicali basate sul protagonismo dei pazienti, i saperi rigenerativi della permacultura, i sistemi tradizionali di conoscenza contadina, l’artigianato, le tecnoscienze femministe, la scienza punk, la scienza, la tecnologia e l’agricoltura open source, la chimica clandestina, la cultura hacker, le pratiche di giustizia ecologica e multispecie, la bio-arte, i progetti auto-organizzati di alfabetizzazione scientifica, l’agricoltura biodinamica, gli orti urbani, le fabbriche recuperate, la custodia e lo scambio delle sementi, le reti di ricerca indipendenti, le economie alternative e trasformative: questi sono per me esempi chiave nei quali l’alternativa materiale e ecologica attraversa la sperimentazione di pratiche di tecnoscienza comunitaria.

    La tecnoscienza comunitaria riguarda la transizione da una relazione altamente regolata con l’innovazione materiale e tecnologica che ha luogo all’interno della tecnoscienza istituita, come i laboratori di ricerca formali e le strutture industriali di ricerca e sviluppo, a una molteplicità di spazi sperimentali auto-organizzati. La tecnoscienza non riguarda solo la generazione di innovazione scientifica e tecnologica alternativa all’interno di diverse comunità di pratiche e l’ampia distribuzione e circolazione di queste innovazioni, essa riguarda anche l’aumento del traffico di saperi e dello scambio, spesso ineguale, tra tecnoscienza istituita e tecnoscienze diffuse. Questo traffico di saperi e il potere d’invenzione distribuito della tecnoscienza comunitaria sostengono la cultura sperimentale delle transizioni ecologiche: l’arte di recuperare un rapporto con la materialità quotidiana, di ricomporla ri-articolandola attivamente. Viviamo in un tempo nel quale le tecnoscienze non possono più essere esclusivamente associate alle istituzioni mainstream di ricerca e produzione. Al contrario, l’invenzione tecnologica si genera anche in molteplici ambienti mondani: hackspace, conoscenze indigene e agroecologia sono divenuti tutti gradualmente parte integrante delle tecnoscienze. 

    La sperimentazione multilocale di programmi partecipativi per il miglioramento genetico delle sementi sta diventando una dimensione chiave per comprendere come l’attenzione agroecologica per la biodiversità stia ridefinendo il rapporto tra scienza e pratica agricola quotidiana. Per sviluppare la conservazione delle sementi in azienda, scienziati, comunità rurali, movimenti ecologisti e associazioni di consumatori consapevoli stanno co-creando spazi inclusivi di impegno tecnoscientifico: le pratiche di gestione comunitaria della biodiversità sementiera coinvolgono una moltitudine di attori e competenze, e una capacità situata di negoziare bisogni contadini e attenzione per la biodiversità. L’implementazione di progetti di conservazione nelle aziende agricole, progetti di ricerca partecipata, banche delle sementi, biblioteche agroecologiche, cataloghi di sementi open source, trasferimenti di conoscenze e libero scambio dei semi, sono ingredienti chiave per rendere la gestione partecipativa della biodiversità un’innovazione tecnoscientifica significativa nelle pratiche di transizione alimentare. Attraverso l’esempio della Rete Semi Rurali, impegnata in attività di ricerca che coinvolgono al contempo contadini, professori universitari, reti transnazionali di attivisti, istituti di ricerca pubblica, fonti di finanziamento europeo, governi locali, filiere economiche biologiche, possiamo apprezzare la forza connettiva e trasformativa, la capacità di agire in una pluralità di contesti istituzionali, delle pratiche di sapere agroecologiche.  

     La tecnoscienza comunitaria è continua con la tecnoscienza istituita e viceversa, una continuità certo non lineare, ma che spesso si sviluppa attraverso la congiunzione di mondi disparati e frammentati. Questa visione estesa della tecnoscienza ci permette di cogliere come ogni specifica pratica di conoscenza assembli intorno a sé diversi mondi sociali e materiali, che si tratti di scienziati, tecnologi, animali, materiali, imprese, responsabili delle politiche sociali, strumenti, professionisti, consumatori, appassionati, attivisti, stakeholder o politici. Si tratta di vaste ecologie popolate da molteplici attori, territori e saperi. Un intenso traffico di conoscenze, tensioni e relazioni attraversa la tecnoscienza istituzionale e quella comunitaria, le politiche pubbliche e l’autorganizzazione sociale, l’ecologismo della vita quotidiana e le controversie ambientali. Questo groviglio di interdipendenze situa il potere costituente delle politiche di transizione all’interno di un campo di (possibili) alleanze e connessioni ecologiste e domanda nuove forme di immaginazione istituzionale.

     

    Immagine di copertina di Alina Grubnyak su Unsplash

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