Fare città inclusive, una sfida politica

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    Città esclusive o inclusive? Come uscire dalla trappola della città che cresce attraverso un’idea di valore misurata in termini di flussi economici e consumi? Nonostante sia cresciuta la consapevolezza di una crescente disuguaglianza, a vincere e convincere è sempre un’idea di città esclusiva che include in maniera residuale, solo per sanare e compensare le esternalità negative prodotte da un modello che oggi nessuno mette in discussione, se non a parole. In questo modello il prezzo (inteso come costo) lo pagano i vulnerabili, mentre il valore aggiunto estratto va a pochi, spesso i soliti. I dati su questo son incontrovertibili. Ma perché la prassi è diventata quella di escludere intenzionalmente per poi includere residualmente? Dobbiamo chiederci se esiste un piano B capace di sostituire quel meccanismo dominante che con l’aumento dei prezzi delle case alimenta endogenamente l’aumento delle disuguaglianze.  Sappiamo bene che le trasformazioni in atto non sono neutre e che non è indifferente il tipo di paradigma che usiamo.  Ma quali sono le basi di un piano B? Partiamo da una premessa: la città è una costruzione sociale (civitas) e non solo un’entità fisica (urbs); le dimensioni del vivere orientano e ridisegnano lo spazio. Negli ultimi anni è stato fatto il contrario… e molti problemi sociali e disuguaglianze nascono proprio da questa impostazione. Originariamente si immaginava lo spazio per la relazione e l’accesso, oggi il primo pensiero va inesorabilmente alla speculazione (spesso perseguita con il supporto di funzioni sociali da implementare). La debolezza di molte azioni di rigenerazione sta proprio nel non radicalizzare la prospettiva d’impatto sociale, rendendola così una protesi spesso decorativa e strumentale. Il tema dell’abitare, della casa, dello spazio è un tema pubblico, pertanto, quando si parla di rigenerazione urbana è necessario politicizzare il tema dell’impatto sociale ovvero capire il valore che si genera e come questo rende più prospera la “polis”.  Ma un piano B per rendere le città più “abitabili” da cosa dovrebbe farsi guidare? Che ruolo ha il terzo settore e l’economia sociale in questa sfida?  Provo a suggerire 4 passaggi che nella mia esperienza e attività di ricerca emergono in maniera nitida. 

    La città è una costruzione sociale e non solo un’entità fisica: le dimensioni del vivere orientano e ridisegnano lo spazio

    Un piano B deve immaginare e progettare lo spazio come luogo, cioè uno spazio dotato di significato e con un valore d’uso legato al bene della comunità. Non è sufficiente disegnare la città dei 15 minuti, insediando punti di servizio/consumo; è necessario potenziare anche il mutuo riconoscimento degli abitanti. La crescente gentrificazione è il contrario della capacitazione. Il terzo settore e l’economia sociale su questa trasformazione urbana hanno un ruolo decisivo perché son i protagonisti del passaggio da spazi a luoghi. Un’azione, questa, che non si esplicita appena nel “gestire funzioni sociali” di spazi commerciali o, ancor peggio, creando nicchie/oasi sociali, ma che richiede un protagonismo in termini di governance.  Su questi temi è necessaria una maggior autonomia e consapevolezza del terzo settore e della cooperazione troppo spesso relegati a svolgere funzioni da “soggetto gestore”.

    Un piano B costruisce coalizioni di attori diversi (pubblici e privati) collegando le infrastrutture fisiche a quelle sociali. È evidente come oggi l’attrattività delle grandi metropoli italiane, sia focalizzata sulla creazione di infrastrutture di consumo o di vita “temporanea”, spiazzando cosi l’abitare degli abitanti. Il trade-off in termini di valore generato, tra abitanti e flussi, deve vedere la politica prendere una posizione. La politics (quelle che poi ispirano le policy) non possono esser insensibili alla qualità della vita degli abitanti, non è possibile tenere “un piede su due staffe”.  La domanda quindi diventa… come attrarre flussi per migliorare la vita degli abitanti? Come potenziare l’accesso e i servizi? Come mutualizzare? Il tema non sta nella moralità o meno del capitalismo, ma nel curare quella crescente debolezza politica che fatica a porsi obiettivi di creazione di valore pubblico. 

    Da estrattiva a inclusiva, da urbs a civitas, da spazi a luoghi, da infrastrutture di consumo a infrastrutture sociali... tutto questo può diventare un processo desiderale e fattibile solo se la PA è in grado di alimentare alleanze di scopo con l’Economia Sociale che si auto-organizza in maniera inedita assumendo la “postura” di investitore sociale.  

    C’è bisogno di una politica che faccia scelte radicali ponendosi obiettivi diversi (non possiamo continuare a misurare il valore di una città solo con il PIL) e utilizzando un “software” diverso (neo-mutualistico?). Per 50 anni in troppi han creduto che la proposta Kantiana: “facciamo la torta più grande e poi ripartiamola con giustizia” fosse la soluzione del problema dell’equità. Oggi sappiamo bene che non è così. Anche la potenza espressiva dell’aforisma lanciato dal pensiero economico neo-conservatore secondo cui “una marea che sale solleva tutte le barche” si è dimostrato tragicamente sbagliato.  E dire che già il grande economista francese Leon Walras, nel 1873, aveva avvertito: “quando porrete mano alla ripartizione della torta non potrete ripartire le ingiustizie commesse per farla più grande”. Parole queste che la crisi attuale ha tristemente portato alla luce e che oggi chiedono soluzioni che agiscano sulle cause e non più solo sulle conseguenze.  La questione dell’equità nei processi di rigenerazione, va posta prima della creazione del valore e non dopo. La sfida politica delle città richiede nuove governance plurali guidate e misurate da un’idea di valore pubblico. Diversamente, sarà solo un continuo rammendo.

     

    Immagine di copertina di Alexey Ruban su Unsplash

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