Reddito di base incondizionato. Un’utopia?

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    Quella del reddito di base è tra le proposte di riforma sociale più ambiziose attualmente in discussione. Essa prevede che tutti i membri di una comunità politica – tutti i cittadini o tutti i residenti regolari su un territorio soggetto a una medesima autorità politica – ricevano dallo Stato o da un altro soggetto pubblico un eguale trasferimento in denaro, a cadenza mensile o, comunque, regolare, a prescindere dalle loro condizioni economiche e dalla loro disponibilità a “guadagnarselo”, lavorando o svolgendo altre attività dotate di utilità sociale.

    Si tratta di una proposta che ad alcune persone sembra utopica e ad altre, forse alla maggior parte, persino assurda. Molti dubitano che sia praticabile e sostenibile nel tempo, ma anche chi pensa che potrebbe esserlo si chiede in genere che senso abbia trasferire denaro a chi ne ha già in abbondanza, invece di concentrarsi su chi ne ha effettiva necessità, e, soprattutto, perché assicurare un reddito anche a chi, quand’anche ne avesse la possibilità, non sarebbe disposto ad assumere su di sé una parte degli oneri della cooperazione sociale.

    Con la pubblicazione del volume Il reddito di base. Una proposta radicale di Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght l’editore Il Mulino rende disponibile al pubblico italiano il più ampio e completo tentativo di difendere quella proposta: se esistono argomenti validi a favore del reddito di base, chi legge potrà trovarli in quel volume. Il mio obiettivo in queste poche pagine è meno ambizioso: cercherò di chiarire cosa distingue la proposta del reddito di base da altre forme di sostegno al reddito e quali benefici potrebbe produrre, per poi soffermarmi sulle due classiche obiezioni alla proposta: l’obiezione per cui il reddito di base non sarebbe finanziabile in modo tale da assicurarne la sostenibilità nel tempo e l’obiezione per cui non sarebbe giusto garantire un reddito a chi, pur essendo in grado di farlo, non è disposto a contribuire attivamente al benessere della comunità politica, lavorando o a svolgendo altre attività dotate di utilità sociale.

    Attualmente la maggior parte delle politiche pubbliche di sostegno al reddito ha la forma di politiche selettive rivolte solo alle persone che soddisfano alcuni criteri d’accesso. Si tratta in genere di politiche che prevedono una “prova dei mezzi”, ossia di politiche che, nel selezionare i destinatari dei trasferimenti e nel fissare il loro importo, tengono conto delle condizioni economiche dei richiedenti e degli altri membri del loro nucleo famigliare, e che pongono come condizioni per l’accesso ai trasferimenti la disponibilità a impegnarsi nella ricerca di un’occupazione, ad accettare eventuali offerte di lavoro retribuito e/o a prendere parte a percorsi di formazione in vista di un successivo inserimento lavorativo.

    Il reddito di base si distinguerebbe da politiche selettive per tre caratteristiche:

    • sarebbe individuale, erogato a ogni persona a prescindere dalla sua condizione famigliare;
    • verrebbe concesso a tutti i cittadini o i residenti e in misura eguale: ai ricchi come a i poveri;
    • sarebbe erogato senza alcun obbligo per i destinatari: ai disoccupati involontari così come a quelli volontari.

    I sostenitori del reddito di base hanno idee diverse sul suo importo. Van Parijs e Vanderborght immaginano un reddito di base pari al 25% del PIL procapite di un paese. Per l’Italia ciò significherebbe un reddito di base pari a poco più di 500 euro al mese (dati 2016). In ogni caso, affinché il reddito di base possa avere un qualche impatto sulla qualità della vita delle persone, è importante che il suo importo non sia di troppo inferiore alla soglia di povertà assoluta che in Italia, nel 2016, era di circa 700 euro al mese per una persona singola e di poco meno di 1000 euro per una coppia di persone adulte (con importanti variazioni territoriali).

    Il reddito di base sostituirebbe ogni trasferimento monetario di tipo assistenziale di importo inferiore, benefici fiscali inclusi, mentre i trasferimenti di importo superiore sarebbero ridotti in misura eguale all’importo del reddito di base. In quel modo si potrebbe recuperare una parte – circa un quarto nel caso dell’Italia – delle risorse necessarie a finanziare un reddito di base dell’importo immaginato da Van Parijs e Vanderborght. Secondo la maggioranza dei suoi sostenitori, l’introduzione del reddito di base non dovrebbe, invece, incidere su trasferimenti non monetari, come quelli finalizzati a garantire l’assistenza sanitaria universale.

    Quella del reddito di base è una proposta che intende assicurare che nessuna persona scenda al di sotto di una soglia minima di reddito. Se attuata avrebbe un impatto significativo in termini di riduzione della povertà: in Italia, per tutti i nuclei famigliari composti da più di una persona l’introduzione di un reddito di base dell’importo immaginata da Van Parijs e Vanderborght comporterebbe il superamento della soglia di povertà assoluta, ma ciò varrebbe anche per molte persone singole, poiché non tutti coloro che si trovano al di sotto di quella soglia sono del tutto privi di reddito.

    Il reddito di base, tuttavia, non sarebbe il modo più efficiente di conseguire quel risultato: portare il reddito di tutte le famiglie che attualmente si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta – incluse quelle composte da singole persone prive di reddito – al di sopra di quella soglia attraverso una misura selettiva, mirata a quelle famiglie, avrebbe un costo di molto inferiore a quello che avrebbe l’introduzione di un reddito di base pari al 25% del PIL procapite.

    Il reddito di base non è una misura esclusivamente mirata al contrasto della povertà, ma una misura ridistribuiva con un raggio d’azione più esteso: esso comporterebbe un miglioramento delle condizioni economiche di un numero di persone molto più ampio di quelle che versano in condizione di povertà. Se ciò rende la misura molto più costosa, aumenta, tuttavia, l’insieme delle persone (e degli elettori) che avrebbero interesse alla sua introduzione.

    Sorge quasi spontaneo a chi si imbatte per la prima volta nella proposta del reddito di base chiedere che senso abbia trasferire del denaro pubblico anche a persone che hanno un buon reddito, persino a quelle con un reddito molto elevato. A quella domanda è, tuttavia, facile rispondere: poiché l’introduzione del reddito di base dovrebbe essere almeno in parte finanziata attraverso un aumento delle imposte sul reddito, le persone con un reddito elevato si troverebbero a restituire sotto forma di nuove imposte un importo corrispondere a quello del reddito di base e, verosimilmente, in molti casi anche di più. Non tutti i destinatari del reddito di base ne trarrebbero realmente beneficio, forse neppure la maggior parte. E, a meno che non si prevedano esenzioni fiscali per i redditi più bassi, solo le persone del tutto prive di reddito beneficerebbero dell’intero trasferimento; tutti gli altri beneficiari, trovandosi a doverne restituire una parte attraverso le imposte, vedrebbero il proprio reddito crescere in misura inferiore all’importo del reddito di base.

    Secondo i suoi sostenitori, il reddito di base avrebbe una serie di vantaggi rispetto a politiche selettive d’accesso al reddito.

    Innanzitutto, non prevedendo criteri d’accesso, il reddito di base non richiede alcun apparato amministrativo incaricato di verificare il soddisfacimento di quei criteri. Esso avrebbe costi amministrativi molto bassi, quasi nulli, assicurando che la quasi totalità delle risorse a esso destinate finiscano nelle tasche dei destinatari. Si tratta di un risparmio reale, le cui dimensioni, tuttavia, non devono essere esagerate: i costi amministrativi di politiche selettive possono essere piuttosto contenuti.

    In secondo ruolo, il reddito di base ridurrebbe al massimo la cosiddetta “trappola della povertà” o, più propriamente, “trappola del welfare”, il fenomeno per cui alcune misure di sostegno al reddito che prevedono un sussidio pubblico hanno la tendenza a produrre condizioni di dipendenza permanente disincentivando la ricerca di un impiego, poiché trovarne uno, magari poco sicuro, comporta la perdita del sussidio pubblico o la sua riduzione in misura eguale al reddito percepito lavorando, che, dunque, non comporterebbe alcun reale vantaggio in termini economici. Anche questo vantaggio del reddito di base rispetto a politiche selettive, tuttavia, non va esagerato: misure selettive ben concepite, che non prevedano una riduzione del sussidio pubblico in misura eguale all’aumento del reddito da lavoro, possono ridurre significativamente il problema della trappola del welfare a un costo più basso rispetto al reddito di base.

    Più significativo, invece, il contributo che il reddito di base potrebbe dare alla soluzione di due ulteriori problemi connessi a politiche selettive: quello dell’alto numero di falsi “negativi” e quello dell’umiliazione dei beneficiari di provvedimenti assistenziali. Dai trasferimenti dipendenti da politiche selettive tendono a restare escluse molte persone che pur ne hanno diritto: perché non sanno di avere diritto a riceverle, perché non sono capaci di fare valere il proprio diritto o perché si vergognano a farlo. I beneficiari o gli aspiranti beneficiari di provvedimenti assistenziali, inoltre, spesso denunciano il carattere umiliante e vessatorio delle procedure per accedere ai benefici previsti, procedure che spesso paiono congeniale con l’intendo di dissuadere chi pur vi ha diritto dall’accesso a quelle misure, riducendone di fatto il costo. A tale proposito si veda il film I, Daniel Blake di Ken Loach.

    Secondo i suoi sostenitori, infine, l’introduzione del reddito di base rafforzerebbe la posizione contrattuale delle persone sul mercato del lavoro, mettendole nella condizione di potere rifiutare lavori pericolosi e/o degradanti, per accettare lavori magari meno remunerati ma più allettanti, con la conseguenza che i lavori meno appetibili dovrebbero essere meglio retribuiti o modificati. Il reddito di base consentirebbe alle persone di concedersi delle pause temporanee dal lavoro per occuparsi di questioni personali, riposarsi o dedicarsi alla propria formazione. Inoltre, persone il cui reddito non deriverebbe più interamente dal lavoro, potrebbero decidere di lavorare meno e ciò potrebbe produrre una redistribuzione del lavoro, promuovendo l’occupazione. Un abbassamento dei salari minimi potrebbe risultare maggiormente tollerabile e anche ciò potrebbe promuovere l’occupazione. Alcuni di questi obiettivi, tuttavia, potrebbero essere conseguiti anche attraverso politiche selettive d’accesso o di sostegno al reddito che non prevedano il requisito dell’attivazione e/o mediante politiche di sostegno ai salari minimi.

    Le principali obiezioni al reddito di base sono due.

    La prima obiezione, di carattere economico, sostiene che un reddito di base di importo tale da fare una qualche differenza per le persone non sarebbe sostenibile.

    Secondo alcuni di coloro che muovono questa obiezione, se alle persone venisse garantito un reddito di base, esse smetterebbero semplicemente di lavorare e, dunque, di produrre reddito tassabile per finanziare il reddito di base; ciò, in breve tempo, renderebbe il reddito di base non più sostenibile. Per valutare questa versione dell’obiezione che nega la sostenibilità del reddito di base è necessario domandarsi quanto sia verosimile che una persona cui venga erogato un reddito di base di poco più di 500 euro al mese possa dirsi soddisfatto di quel reddito, e del livello di consumo che esso permette, al punto da smettere di lavorare. Poco.

    Più interessante è un’altra formulazione dell’obiezione che nega la sostenibilità del reddito di base, che considera il modo in cui il reddito di base potrebbe cambiare gli incentivi non a lavorare ma a lavorare tanto quanto necessario a finanziare nel corso del tempo il reddito di base. Chi avanza questa obiezione, ritiene che il reddito di base avrebbe dei costi molto elevati, per coprire parte dei quali sarebbe necessario modificare le aliquote dell’imposta sul reddito. Anche Van Parijs e Vanderborght giungono alla medesima conclusione pur ammettendo che una parte delle risorse necessarie a finanziare il reddito di base sia reperibile da altre fonti, ad es. da imposte sui consumi e non sui redditi (si veda il cap. VI del loro libro). Un aumento delle aliquote dell’imposta sul reddito, si sostiene, cambierebbe la propensione delle persone a lavorare al massimo delle proprie possibilità, abbassando i livelli di produzione, e le entrate fiscali. Una tale conclusione, tuttavia, dipende dal modo in cui verrebbero modificate le aliquote dell’imposta sui redditi: dato il decrescere dell’utilità marginale, ad es., sarebbe più marcata all’aumentare della progressività delle aliquote. Certamente questa valutazione invita a una qualche cautela: consiglia di procedere gradualmente nell’introduzione del reddito di base, partendo da importi modesti e modulati in base alle dimensioni del nucleo famigliare.

    La seconda obiezione al reddito di base è d’ordine morale ed è basata su un’idea di reciprocità. Chi solleva questa seconda obiezione sostiene che, se anche il reddito di base fosse sostenibile, sarebbe comunque ingiusto, perché garantirebbe un reddito anche a chi, pur essendo in grado di contribuire attivamente alla cooperazione sociale, si rifiutasse di farlo. Chi obietta al reddito di base in base a tale considerazione è spesso pronto ad ammettere che le persone non in grado di lavorare e i disoccupati involontari abbiano diritto a un sussidio pubblico. Ciò che urta la sensibilità morale di quelle persone è l’incondizionalità del reddito di base rispetto alla disponibilità a lavorare o a svolgere altre attività dotate di utilità sociale. Secondo questi critici il reddito di base favorirebbe comportamenti parassitari e non cooperativi. Ancora una volta, tuttavia, ci si dovrebbe chiedere quanto sia verosimile che persone cui venga erogato un reddito di poco più di 500 euro al mese smettano di lavorare.

    I sostenitori del reddito di base fanno spesso notare come già oggi vi sia chi senza lavorare percepisce redditi ben più elevati di quello che sarebbe il reddito di base. Le persone che vivono di rendita, degli utili di capitali che neppure amministrano direttamente, vivono di fatto del lavoro delle altre persone: di quelle che hanno accumulato per loro quei capitali e di quelle che per accedere a quei capitali sono pronte a pagare loro degli interessi. Eppure ciò non sembra suscitare la stessa indignazione morale che genera in alcuni l’idea del reddito di base: al contrario, chi vive di rendita è spesso oggetto d’invidia e persino di ammirazione pur non avendo alcun merito. Perché – chiedono gli avvocati del reddito di base – il fatto di vivere del lavoro altrui sarebbe problema qualora a farlo fossero persone altrimenti prive di mezzi, mentre non lo è quando a farlo sono le persone più fortunate?

    L’obiezione d’ordine morale al reddito di base tende, inoltre, a equiparare, lavoro e lavoro retribuito. Ma ciò può essere considerato un errore. Se consideriamo lavoro un’attività faticosa (benché magari gratificante) dotata di una qualche utilità sociale, allora non possiamo non vedere come vi siano molte persone che lavorano pur non essendo retribuite, così come molte persone che sono ampiamente retribuite per attività prive di qualsiasi utilità sociale o persino dannose (vari tipi di speculatori e sfruttatori del lavoro altrui). Una volta riconosciuto ciò la domanda chiave diventa la seguente: è più ingiusto regalare un piccolo reddito a chi non svolge alcuna attività dotata di utilità sociale o negare quel piccolo reddito a chi ne svolge una per la quale non viene retribuito? Quand’anche ammettessimo – come io credo – che chi, pur essendo in grado di farlo, si rifiutasse di contribuire attivamente alla cooperazione sociale, non abbia alcun diritto ai frutti della stessa, è questa una valida ragione, tutto considerato, per rifiutare una misura come quella del reddito di base che potrebbe garantire un reddito a persone che lavorano ma il cui lavoro non è riconosciuto e ricompensato?

    Non è semplice prendere posizione rispetto alla proposta del reddito di base. Il punto di vista di chi dubita della sua praticabilità e sostenibilità è comprensibile, così come quello di chi avversa il reddito di base (e magari, coerentemente, ogni tipo di rendita) in base a un principio di giustizia basato sull’ideale della reciprocità.

    C’è anche chi vede nel reddito di base l’altra faccia della deregolamentazione del mercato e della perdita di fiducia nella possibilità di contrastare la disoccupazione. Secondo costoro, a prescindere dalle buone intenzioni dei suoi sostenitori, il reddito di base finirebbe per essere una misura assistenziale (caritatevole?), utile a governare il disagio diffuso prodotto da un’economia sempre più sregolata e selvaggia e a prevenire la reale e piena messa in discussione degli assetti sociali e dei rapporti di forza esistenti. Si tratta di un’interpretazione non del tutto infondata che trova in parte conferma nel fatto che tra i sostenitori del reddito di base o di misure simili (come l’imposta negativa sul reddito) vi siano stati paladini del mercato non regolato come Friedrich von Hayek e Milton Friedman.

    Non si può escludere che il reddito di base possa agire come mero palliativo per i disastri prodotti da un capitalismo senza più alcun freno reale. Ma non è necessario che sia così. Se il reddito di base deve rappresentare un’alternativa agli investimenti nell’istruzione e nella formazione dei lavoratori e a politiche di contrasto della disoccupazione e di riduzione delle diseguaglianze, la misura appare poco allettante. Ma non è la sola possibilità. Al contrario, il reddito di base potrebbe figurare come uno dei tasselli di un ambizioso progetto riformista radicale e favorire esso stesso la riqualificazione della forza lavoro, il contrasto alla disoccupazione e la riduzione delle diseguaglianze. Come accade per quasi tutte le misure di riforma sociale il reddito di base deve essere valutato in relazione ad altre misure, alla luce delle prevedibili conseguenze della loro interazione.

    Secondo Philippe Van Parijs la proposta del reddito di base potrebbe essere l’elemento cardine di un’utopia liberale, basata sull’ideale della “libertà reale per tutti”; secondo Nancy Fraser si tratta di una proposta riformista potenzialmente rivoluzionaria. Senza alcun dubbio – che la si trovi o meno convincente – la proposta del reddito di base è una proposta coraggiosa, frutto della capacità di guardare oltre l’esistente, al di là di ciò che a prima vista appare “ragionevole”, per immaginare soluzioni innovative al passo coi tempi. Se non, forse, del reddito di base, è di proposte che ne condividono lo spirito e l’ambizione che vi è oggi urgente bisogno.

    Note