Cosa sapere per fare una donazione sensata contro il Coronavirus

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    Questo non è un articolo, ma uno sfogo. Una premessa doverosa, per contravvenire a due regole fondamentali: non parlare in prima persona e non affrontare argomenti che non rientrano nelle proprie competenze.

    Qualche giorno fa ho lanciato, nell’emotività del momento, un crowdfunding per l’INMI Spallanzani. Mi prendo qualche riga per spiegare le ragioni di questa idea.

    Perché uno studioso che ha dedicato la propria vita a indagare la proprietà intellettuale e la privacy si interessa di sanità pubblica? Perché, prima di rivestire ogni altro status, sono un cittadino.

    Giovanni Maria Riccio è professore di diritto d’autore e promotore della campagna #nomoreweakness per l’INMI Spallanzani

    In secondo luogo, perché sarebbe un errore pensare che ciò che sta accadendo fosse del tutto imprevedibile. Già nel 2015, Bill Gates aveva preconizzato un simile rischio: non gli abbiamo dato peso, ma, evidentemente, avvisaglie ed evidenze scientifiche si stavano già affacciando.

    Perché donare

    Potrei ricorrere a tanti aforismi, a citazioni evangeliche, ma preferisco l’onestà: donare, perché le nostre strutture sono insufficienti, perché l’epidemia che stiamo fronteggiando ha messo a nudo quello che sapevamo da tempo.

    Abbiamo passato anni ad annuire alle prediche sull’efficienza del settore privato, sugli sprechi nel pubblico. Ci siamo abbandonati ad un pactum sceleris che ha consentito di modificare il Titolo V della nostra Costituzione, con effetti la cui portata si riverbera adesso.

    Donare, perché le nostre strutture sono insufficienti

    Detesto la retorica dell’eroismo del personale sanitario: non sono eroi, sono lavoratori costretti all’emergenza, spesso carne da macello, privi di protezioni adeguate.

    Provate a domandare come si sentano i vostri amici del settore: sono terrorizzati, giustamente. Le prassi sono approssimative, si commettono errori inevitabili, in tanti, anche gli stessi medici, violano i protocolli.

    A chi donare?

    La prima risposta, di getto, potrebbe essere: vista la situazione, a chiunque. Invece non è così.

    Chi ha esperienza nel settore del crowdfunding sa bene che, talvolta, i fondi o i beni donati sono inadeguati rispetto alle necessità.

    Spesso le strutture hanno meccanismi elefantiaci, che portano a non utilizzare tempestivamente o efficientemente i fondi raccolti.

    Per questa ragione, seguendo una logica forse impopolare, ma sicuramente razionale, ho deciso – insieme alle persone che hanno sostenuto questa campagna – di investire nella ricerca.

    La scelta è caduta sull’INMI Spallanzani, eccellenza nazionale nell’infettivologia. L’obiettivo, ambizioso, è pensato per il lungo periodo, finanziando lo studio sulla biologia del virus con modelli di coltura in vitro bidimensionale e tridimensionale e la patogenesi mediante marcatore di infezione e gravità.

    Il disastro che sta sopraffacendo il nostro Paese deve essere una lezione

    Insomma, non una donazione a fondo perduto, ma uno sforzo per preparare un futuro che sappia fronteggiare le emergenze di oggi e anche di domani. Una campagna che è partita in queste ore e che sarà portata avanti nei prossimi mesi e, spero, nei prossimi anni, con il supporto della Fondazione HEXMA.

    Credo che un’ultima precisazione sia doverosa. Sostenere la ricerca e chiedere ai cittadini di attivarsi potrebbe suonare come un controsenso: in realtà, il disastro che sta sopraffacendo il nostro Paese deve essere una lezione.

    Non solo e non tanto per cambiare stili di vita, ma per riflettere su interventi strutturali e non emergenziali. Investimenti per gli ospedali, per la ricerca: un Paese maturo non ha bisogno di eroi, ma di bravi professionisti, che lavorino in condizioni dignitose.

    Note