Via dai social. L’empatia richiede indagine non solo immagine

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    Si avvisa il pubblico: chi scrive è l’ennesima benpensante di sinistra tutta terzomondismo e buoni sentimenti, una di quelle che, per intenderci, turbate dall’inarrestabile consenso di cui pare godere attualmente Matteo Salvini, oggi non sanno parlare d’altro che del gentismo incrudelito che impazza in queste settimane.

    Ci indigniamo, tuoniamo, perculiamo vanamente, le pagine dei nostri quotidiani di riferimento e le nostre bacheche grondano di lacrimosi appelli a ritrovare l’umanità, riscoprire il valore dell’altruismo, trasecoliamo ad ogni nuovo incremento dell’escalation salviniana e ai plausi che l’accompagnano. Come dicevo, non pensiamo ad altro ed io non faccio eccezione – lo dico perché qualora foste stufi, vi conviene smettere di leggere qui.

    Noialtri benpensanti siamo molto confusi sull’atteggiamento da tenere, se autoflagellarci come al solito perché non siamo riusciti a intercettare ‘la rabbia degli esclusi’ o se continuare a farci beffe del risentimento dei mediocri (dal momento che non sappiamo affatto quale delle due sia prevalente) – soprattutto, cerchiamo spiegazioni, soluzioni. Ed è con la mente rivolta a tutte queste preoccupazioni che mi sono avvicinata al testo di Jaron Lanier, quando ho visto che uno dei suoi dieci argomenti per eliminare i nostri account social, il sesto, affronta il problema della nostra odierna, reciproca, incomprensione. Per forza non riusciamo a capirci, ci dice Lanier, dal momento che i social media stanno distruggendo la nostra capacità di provare empatia.

    Ammetto che sull’utilità politica dell’empatia nutro una forte ambivalenza su cui tornerò, ma non c’è dubbio che essa sia in qualche modo la parola del giorno. Solo poche settimane fa, all’indomani della vicenda Aquarius, uno studioso di comunicazione politica di nome Angelo Baiocchi su La Stampa asseriva che “agli italiani non frega nulla dei migranti morti in mare, ormai la ripetizione mediatica delle tragedie ci ha assuefatto” e che “in questa epoca della comunicazione non contano tanto i risultati, ma mostrarsi empatico con l’opinione della gente”. Leggo queste parole e mi ritrovo intrappolata in una sorta di viscoso paradosso dell’empatia. L’empatia, secondo Baiocchi, si traduce in consenso e il carisma di Salvini è il risultato della sua abilità di mostrarsi empatico con coloro a cui ‘non frega nulla’ dei migranti morti in mare, perché desensibilizzati dalla ripetizione della tragedia. In pratica, ha dimostrato di saper empatizzare con gli anempatici. Cosa che, sembra dirci Baiocchi, dovrebbe imparare a fare anche chi vorremmo ci governasse, dal momento che avrebbe bisogno di consenso per farlo, e dovrei imparare io, forse, per superare il mio personale senso di incredulità, di inefficacia. Ma sarà molto difficile che ciò accada, mi dice Lanier, fintanto che l’unica interazione che stabilisco con gli anempatici è quella di osservarli attonita sulle piattaforme social che frequento.

    L’analisi di Lanier sui come e i perché stiamo perdendo la capacità di empatizzare è solida: gli algoritmi, le filter bubble, la personalizzazione dei feed e degli stream ci hanno reso ancora più tribali perché non solo non vediamo gli stessi contenuti, ma siamo di fatto nell’impossibilità di sapere quali contenuti vedano gli altri. Ciascuno di noi è manipolato separatamente, ci dice, la nostra visione è distorta ma anche sottratta alla comunicazione, siamo banditi dall’altrui esperienza del mondo. Senza questi spiragli aperti nel vissuto dell’altro non possiamo capire le sue reazioni, le sue ragioni, ci sembrerà solo un pazzo. Non ho difficoltà a credere che questo sia vero e che, in un paese come il nostro dove la fruizione quotidiana dei media tradizionali è profondamente in crisi, l’effetto sia ancora più crudo. La miscela di contenuti che appare sui nostri feed costituisce, per molti, la dieta informativa della sua intera giornata e se questa dieta è fatta di fake news, meme razzisti e un costante incitamento alla paura, non è poi tanto difficile capire come siamo finiti qui.

    Se niente di quello che possiamo dire o opporre serve a nulla fintanto che lo diciamo qui, online, perché niente uscirà dalle nostre bolle di riferimento, invisibile a coloro con cui invece dovremmo confrontarci, allora sì, ha ragione Lanier, tanto vale chiudere i nostri account e ritirarci su un nuovo virtuoso Aventino dei contenuti riflessivi. Secondo lui, il nostro abbandono dei social sortirebbe due effetti, produrrebbe un beneficio per così dire personale e un altro collettivo. Saremo più felici e liberi, meno stronzi, meno dipendenti e manipolati, recupereremo la nostra capacità di empatizzare, di capire la verità, agire sul politico in modo efficace e in più opereremo una sorta di boicottaggio: la nostra defezione incentiverà le aziende che Lanier indica con l’irritantissimo acronimo FREGATURA a cambiare le loro policy, creerà lo spazio per permettere “alla Silicon Valley di aggiustare il tiro”. Quest’ultimo proposito ha, mi pare, la debolezza intrinseca che è propria di tutti i boicottaggi operati dai consumatori, dal basso, dove non c’è regia e nemmeno una rivendicazione specifica, solo una generica espressione di dissenso – ma dell’idea che, chiudendo i nostri account, proveremmo meno malessere non ho ragione di dubitare.

    Saremo certo più felici ma non sono convinta che bucare la bolla possa portarci a empatizzare di più e nemmeno sono convinta che sia utile, dal momento che, sospetto, abbiamo fatto anche sin troppa strada alimentati dal combustibile dell’empatia, che essa ha dei limiti e che sarebbe ora di rivalutare altre fonti energetiche. Lanier, va detto, utilizza il termine ‘empatia’ in modo molto generico perché non gli interessa stabilire quando è utile e quando invece è controproducente, in una nota al capitolo la definisce “l’abilità di comprendere cosa vivono gli altri e perché; di sapersi mettere al posto degli altri” e ammette che “il termine ha assunto diversi significati nel tempo”. Nel significato che gli diamo attualmente, però, questa abilità così necessaria non è il prodotto di uno sforzo consapevole della ragione di ciascuno, l’empatia abita la sfera delle nostre percezioni e si esercita tramite un rispecchiamento emotivo. L’empatia è limitata e limitante, volubilissima, perché dipende dalla misura in cui sono propenso a ‘sentire’ i sentimenti di una altra persona come miei, non è una decisione, non è vera comprensione.

    Empatizziamo con chi ci somiglia, senza trascendere i nostri personali limiti ma non solo, empatizziamo fino a un certo punto, perché sentire i sentimenti degli altri ci logora, l’empatia è una risorsa finita e quando non ne possiamo più succede quello che dice Baiocchi, ci desensibilizziamo, proviamo ciò che gli scienziati cognitivi chiamano ‘compassion fatigue’.

    Se avessi l’arroganza intellettuale di riscrivere il capitolo al posto di Lanier, direi che i social stanno erodendo la nostra empatia soprattutto perché la interpellano continuamente, la sollecitano, la fanno girare a vuoto – ciascuno nella sua bolla di pertinenza, non siamo, come dice lui, sospinti “né verso destra né verso sinistra, ma verso il basso”, dove vivono le nostre emozioni viscerali – e l’empatia, anche se ha degli scopi virtuosi, temo sia una di queste.

    Non so se chiuderò i miei account e, dovessi farlo o meno, non so come risolverò il problema di comunicare con coloro che non lo faranno, che resteranno nelle loro bolle infernali seminate a dark news e turpi fotomontaggi dedicati a Laura Boldrini (che accesso avranno, queste altre persone, al libro di Lanier? Chi lo leggerà se non noi, noialtri, sull’Aventino?) ma resto dell’idea che il tribalismo sfruttato così bene da Salvini non si supera con l’empatia, facendo appello alla pietà, all’immedesimazione, al ‘pensa se fossero figli tuoi’. Non lo si oltrepassa con le immagini dei bambini recuperati morti dal mare tra le braccia dei soccorritori. Guardare a queste immagini mi fa male, mi fa ancora male, ma per quanto ancora? Mostrarmi la sofferenza non basta a mettermi di fronte al fatto che quella sofferenza è ingiusta e che l’unica risposta che dovrei provare, io che vi assisto, è vergogna. La nostra retorica dell’accoglienza è anch’essa, troppo spesso, empatica e non solo sui social media. È una retorica che tace i discorsi adulti e difficili sulle nostre responsabilità, come europei, sul ruolo che abbiamo avuto e abbiamo nel creare inferni da cui altri devono fuggire, si appella all’umanità e alla misericordia, invece di ribadire che accogliere e non discriminare sono niente più e niente di meno che il nostro dovere. È sempre stato così? O è successo che l’immediatezza dell’empatia, così ben sfruttata dai social media, è stata adottata da tutti, dai media tradizionali e dalla comunicazione politica che dei social sono alla continua rincorsa?

    Lanier ha ragione, dobbiamo tornare a parlarci e per farlo sarebbe giusto fare un uso nuovo, tutt’altro che viscerale ma anzi, intenzionale dell’empatia. Un’empatia più difficile che, come scrisse Leslie Jamison in The Empathy Exams, richiede indagine e non solo immaginazione, e che implica “riconoscere l’esistenza di un orizzonte contestuale che si estende perpetuamente al di là di quello che riesci a vedere”. Nell’attesa di trovare i canali giusti, e i modi, pensiamo però anche a quello che vogliamo comunicare. Nel frattempo, mettiamoci d’accordo.


    Restare o andare via dai social? Qui gli altri contributi di Francesca Coin, Christian Raimo, Giorgio Fontana, Roberto Ciccarelli

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    Immagine di copertina: ph. Mihai Surdu da Unsplash

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