David Bowie, la morte e i social network

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    I social network sono diventati, negli anni scorsi, luoghi prediletti per la commemorazione delle star della musica, dello spettacolo e dello sport, per personaggi benvoluti dal pubblico e per persone, loro malgrado, coinvolte in tragedie collettive o in attentati.

    Con riferimento alle star, è accaduto di recente con la morte di David Bowie, di Lou Reed, di Prince, di Muhammad Ali, di George Michael, di Robin Williams, di Carrie Fisher e di tanti altri.

    Gli studiosi hanno preso la buona abitudine di osservare con attenzione, in ogni occasione, quale sia la risposta, soprattutto di Facebook e di Twitter, a simili avvenimenti luttuosi. Una risposta che ha, spesso, dell’incredibile.

    David Bowie, morte, Giovanni Ziccardi, Il libro digitale dei morti, Utet

    Pubblichiamo un estratto da Il libro digitale dei morti (Utet)

    Si è in presenza, in particolare, di una manifestazione di lutto collettivo che potremmo sicuramente definire social, e che prende la forma di ondate di tweet e di fiumi di post che sfuggono a ogni categorizzazione cui si era abituati – si pensi alla classica pagina dei necrologi sui grandi quotidiani – e che, sovente, forniscono una testimonianza palese dell’influenza che quella persona aveva nella società moderna. Si potrebbe definire quasi un atto di democratizzazione della morte che fa diventare un personaggio “di tendenza” anche nell’ambiente digitale.

    Analizzando con attenzione i singoli post, frasi, tweet e status di cordoglio, si può facilmente notare come il fenomeno non sia così omogeneo e semplice da categorizzare.

    Innanzitutto, già lo anticipavo, le manifestazioni di cordoglio per una star finiscono nel flusso d’informazioni quotidiane (feed) del soggetto che sta ricordando, e fanno percepire anche quella morte, a volte, come qualcosa che abbia poco valore, come una cosa futile. Un minuto prima si legge un post sulla cena e una fotografia del piatto e, il minuto dopo, una frase accorata di cordoglio, per poi passare subito a qualcosa d’altro.

    Questa contaminazione dei contenuti rischia di rendere il quadro confuso e poco credibile e di diminuire l’importanza, per esempio, di un cordoglio che è in realtà sincero. Ma, si diceva, è questa la natura della rete e dell’ambiente dei social network: immediata, caratterizzata da impulsi e sempre in mutazione.

    I contenuti dei singoli commenti, poi, variano ovviamente a seconda della cultura, dello stile e dello stato d’animo di chi scrive. Si trovano anche soggetti che fanno a gara a chi sia più triste, e che si pongono in competizione uno contro l’altro cercando di inanellare le frasi più suggestive.

    Altre persone hanno chiaramente soltanto lo scopo di far sapere agli amici dei social network quanto siano affranti dal fatto di aver perduto una persona – anche se non la conoscevano personalmente – per rendere pubblico e amplificare il loro asserito disagio o dolore al fine di ottenere, loro per primi, attenzione e parole di compassione.

    Altri, ancora, approfittano dell’evento luttuoso per fare sfoggio di cultura e di ricordi: da quella volta che incontrarono la star, al disco acquistato, sino all’elenco e all’analisi critica di tutte le opere, album e lm dell’artista. […]

    Spesso vi è la sensazione che la vera ragione di vita di questi commenti sia quella di esserci sui social media. Sono molti, in particolare, i tweet o gli status che non riguardano il defunto che dovrebbe essere commemorato ma che riguardano l’utente: sono più focalizzati, in definitiva, su chi ricorda, e non sulla persona che si afferma di voler ricordare.

    Alcuni sono critici nei confronti di questa forma di cordoglio delle star su Facebook, bollandola come chiassosa, decadente, a volte persino rivoltante. Come se ci fosse una sorta di policy del lutto delle star da rispettare, di regolamento su come sia giusto o meno commemorare i personaggi pubblici sui social network.

    Il mondo dei social sarebbe, allora, volgare, triviale, inadatto per tutto, per una discussione seria sulla politica, sulla sessualità, sull’affettività, figurarsi per celebrare un lutto, in un ambiente dove le foto dei divi sono a fianco di quelle dei bambini morti sotto i bombardamenti o durante i terremoti.

    Vi è, insomma, in molti una volontà di cercar di controllare come le persone esprimano i loro sentimenti in pubblico. Ma questo è profondamente sbagliato.

    È sbagliato non solo perché i social network hanno dimostrato più volte di essere abbastanza impermeabili a strategie di controllo, ma anche perché l’apparentemente banale celebrazione di una star che un utente non ha mai né visto né incontrato può nascondere sentimenti profondi.

    Spesso i fan di un cantante o di un attore vengono a costituire una “famiglia”, sono legati tra loro, e i social network diventano il mezzo migliore per condividere quello che è un fatto tangibile, reale anche in rete.

    La morte di David Bowie – con le conseguenti celebrazioni online – è quella che ha aperto il grande dibattito, sui social, circa una possibile “etichetta” su come commemorare le star in rete.

    Le accuse erano chiare: il lutto è una cosa troppo delicata, e troppe commemorazioni su Internet possono avere la conseguenza di renderci tutti ipocriti.

    Nel Regno Unito, poi, dove sembra che sia già pronto un protocollo scritto su come dovrà reagire il paese – e su come dovranno comportarsi i media – in caso di morte della regina (per esempio: per almeno cinque giorni nessuna delle televisioni nazionali trasmetterà commedie o programmi allegri), Internet non è sempre visto come luogo positivo per queste attività, non importa con quanta cautela o sincerità uno partecipi al lutto.

    Inoltre, è fisiologico che anche in questi contesti si generi odio, per cui accanto allo spirito di celebrazione e di commemorazione sono molto comuni le offese tra i fan («il mio lutto è più vero del tuo», «il tuo è solo una posa», «il tuo idolo non valeva nulla», «stai fingendo dolore solo per aumentare i tuoi follower su Twitter o per avere più like» e accuse simili) e sembra che il lutto, quando atterra su Internet e sui social, cambi prendendo tante forme che non sono sempre gestibili ma che, spesso, vanno contro, si diceva, all’idea tradizione che si ha in società.

    Si noti, però, che quando è morto Bowie, l’annuncio ufficiale è stato dato proprio utilizzando quegli stessi mezzi che sono serviti, dopo, per commemorarlo. La prima notizia è apparsa sul sito web dell’artista:

    David Bowie died peacefully today surrounded by his family after a courageous 18 month battle with cancer. While many of you will share in this loss, we ask that you respect the family’s privacy during their time of grief.

    Ma non solo: la conferma (fact checking, o controprova) è arrivata con un tweet pubblicato da Duncan Jones, il figlio di Bowie. Il sito web ufficiale e Twitter sono stati i due “luoghi” attraverso i quali il mondo ha saputo della morte dell’artista. Per scelta dei suoi familiari.

    Dopo quegli annunci i social network si sono scatenati, tanto che in molti commentatori hanno parlato di un “ritorno all’età dell’oro” del cordoglio collettivo, nelle forme di commemorazione e di lutto capillare, condiviso e mondiale che ha disorientato molte persone.

    Il lutto freudiano, fenomeno strettamente personale, un qualcosa che l’uomo doveva tenere sotto controllo con carattere e forza, è esploso con tutta la forza, incontenibile, sui social network, ed è tracimato.

    Ciò dimostra, in concreto, come non esista una sola regola, una sola policy, un solo modo giusto, un’etichetta per commemorare fuori e dentro i social network, ma come possa essere fatto in mille modi, chi poco e chi troppo, chi con enfasi e chi timidamente, chi usando contenuti multimediali e chi con centoquaranta caratteri, chi autocelebrandosi e chi offendendo l’artista anche dopo la sua morte.

    Un mondo di persone che si disinteressa delle regole di etichetta e semplicemente, senza intermediari, mette in circolo il suo lutto, vero o falso che sia. Del resto, per esempio, il dibattito sulle “lacrime di coccodrillo” già era sorto con la commemorazione di Diana, e non è certo una novità dell’era dei social network.

    Alcuni elementi, in questo quadro così caotico, sono particolarmente interessanti.

    Il primo è che l’affermazione, spesso ripetuta, che l’ambiente online svilisca la morte, la renda cheap, non dovrebbe essere estesa e generalizzata.

    Può capitare, certo. Spesso le bacheche, soprattutto degli adolescenti, si riempiono di frasi dove sembra che chi scrive non abbia compreso la gravità della cosa.

    Ma non è, questo, un problema dei social network. È un problema di cultura, di educazione, di sensibilità o, al contrario, di falsa rappresentazione della realtà, di alcuni che credono realmente che, dal momento che la pagina di Facebook è ancora attiva, anche la persona sia, in un certo senso, viva.

    Se poi il contatto era esclusivamente virtuale, la morte potrebbe essere talmente attenuata da dare l’impressione che la vita (digitale) possa continuare.

    È anche vero, al contempo, che, pur con le dovute eccezioni, la celebrazione del lutto è stata anche una questione comune, e non solo individuale.

    Non è mai stata rivolta soltanto al defunto e alla sua commemorazione ma anche alla famiglia e agli amici, soprattutto con funzione di supporto.

    David Bowie ha dato vita, probabilmente, alla più grande veglia funebre digitale che mai si era vista sui social network. Digitale, si badi bene, e non virtuale: per tutte le persone che vi partecipavano, ciò che stava succedendo era ben reale, ma avveniva in un ambiente “parallelo”.

    Tutte queste persone che postavano video, che condividevano le loro canzoni preferite, che raccontavano le sensazioni dei primi concerti cui avevano assistito o l’emozione dell’acquisto dei primi album, che spiegavano cosa avesse significato l’artista nella loro vita, non erano artifici di semplici esercizi di vanità, o di metodi per ottenere consenso o like o follower.

    Era la prova che le persone, anche in rete e sui social, fanno quello che hanno sempre fatto nella loro vita, usano i migliori mezzi disponibili a portata di mano per esprimersi, per condividere ciò che sentono e le loro sensazioni. Con più persone possibili.

    Oggi entrare sui social network e commemorare è diventato parte essenziale, per molti, di come si reagisce a una perdita, che sia la perdita del genitore o di una star dello spettacolo mai vista né incontrata prima.

    In una commemorazione pubblica che, solo perché avviene sui social network e con forme, spesso, folcloristiche – ma così è, a volte, la natura umana – non è, in realtà, molto lontana dalle forme più tradizionali.

    Un ultimo aspetto che riguarda la morte delle star sui social network, e che pone problemi a cavallo tra la commemorazione e l’immortalità dei dati, coinvolge il patrimonio di tweet o di post che lasciano.

    Un caso che ha sollevato il dibattito sul punto ha riguardato il cantante Prince. Due mesi dopo la sua morte, il feed di Twitter che lo riguardava aveva oltre trecentotrentamila follower. A parte il cambio dell’immagine del profilo dopo la sua morte, tutti i suoi tweet, con i relativi contenuti, erano rimasti online.

    Erano messaggi ricchi di esclamazioni, spiritualità, lettere maiuscole, emoticon, foto sue e di oggetti di colore viola, espressioni d’amore per altri artisti e citazioni, non semplici retweet, di fan che lo lodavano.

    Tra i fan si diffuse il dubbio se Twitter avesse potuto prendere la decisione di cancellare l’account e di distruggere quei settecentoquaranta tweet che Prince, di suo pugno, aveva scritto e inviato e che erano anche una traccia chiara del suo comportamento sui social media e delle sue abitudini online.

    La morte del profilo avrebbe fatto svanire questa registrazione delle comunicazioni che lui aveva inviato o ricevuto. Avrebbe, insomma, cancellato una sua estensione.

    Si è aperto allora un dibattito su cosa fare dei profili degli artisti morti: andrebbero conservati, come per tradizione si faceva con le lettere degli scrittori, da Emily Dickinson a Mary Shelley sino a F. Scott Fitzgerald?

    Ma se in passato si riusciva a distinguere chiaramente la produzione minore e privata degli artisti rispetto, per esempio, ai manoscritti, oggi l’analisi dei tweet online è ben più complessa. E, soprattutto, possono servire i contenuti dei tweet a meglio interpretare il pensiero di un artista, o sono solitamente futili e di poca importanza?

    Oggi i post su Twitter, su Facebook e su Instagram appaiono spesso come la traduzione in digitale dei classici contenuti dei diari. Sono, quindi, parte della eredità di questi artisti, oltre a consentire un contatto diretto con i lettori e i fan. Al contempo, però, può essere estremamente difficile isolare il singolo tweet e il suo contenuto dal traffico che viene generato attorno a esso e orientarsi in un simile mare di informazioni.

    Note