Nuova natura: ci stiamo chiudendo in casa per aprirci al mondo

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    Come sarà il mondo dopo la crisi del Covid-19? Sarà certamente diverso. Ma come? In che direzione andrà il cambiamento?

    A fronte di queste domande, alcuni ricordano che ogni crisi ha in sè delle possibilità. E che, anche in questo caso, dovremmo riconoscerle e svilupparle. In questo caso, però, più che in altri, per riconoscerle occorrerà guardare con molta attenzione.

    O meglio: occorrerà molta attenzione per riconoscere delle possibilità di un futuro resiliente, equo, aperto e collaborativo. Mentre, purtroppo, sono abbastanza evidenti quelle che vanno nel verso opposto. Cioè verso un mondo meno equo, meno aperto e meno collaborativo.

    Stile di vita e politiche del quotidiano. Alcuni, i più ottimisti, si azzardano a dire che, poiché in questi giorni siamo obbligati a cambiare il nostro stile di vita, e riconoscere l’importanza di relazioni umane e beni comuni che ci eravamo abituati a dare per scontati, ci sarà un ripensamento duraturo del nostro modello di benessere. E che questo avrà proprio nella qualità delle relazioni e dei beni comuni il suo riferimento. Sarebbe bello. Ma non sarà così facile.

    Una proposta: Comunità ibride di luogo, come abitare uno spazio ibrido fisico-digitale

    Quando la crisi sanitaria sarà meno acuta, emergerà con forza dirompente la crisi economica (che sarà anche politica e valoriale).

    Certamente, anche questa crisi porterà a dei cambiamenti nei modi di vivere: tante persone consumeranno meno perché si impoveriranno. Altre, molte altre, lo faranno, e saranno angosciate, perché saranno senza lavoro (o con un lavoro precario).

    D’altro lato, tutti saranno soggetti a una pressione mediatica a consumare di più, portando anche una giustificazione etica: “consumare il più possibile è giusto perché aiuta l’economia”, si dirà.

    In quest’atmosfera non credo che sarà lasciato molto spazio ai temi della qualità delle relazioni e dei beni comuni. O, più precisamente, non credo che ci sarà spazio per questi temi senza uno scontro. Senza cioè che al trend dominate se ne contrapponga un altro.

    Questo contro-trend, se ci sarà, non potrà che essere quello generato da una nuova ondata d’innovazione sociale. Infatti, se, “dopo la crisi nulla sarà più come prima”, l’innovazione sociale che abbiamo conosciuto nei decenni passati evolverà verso qualcosa di nuovo, che ancora non conosciamo.

    La perentoria, anche se necessaria, ingiunzione “tutti a casa!”, in un mondo già ampiamente permeato da tecnologie digitali, tende a significare “tutti online!”

    Qualcosa però si può cominciare ad intravvedere osservando come la crisi del Covid-19 incide su alcune tendenze e controtendenze che hanno caratterizzato il decennio passato.

    Tutti a casa, tutti online. La perentoria, anche se necessaria, ingiunzione “tutti a casa!”, in un mondo già ampiamente permeato da tecnologie digitali, tende a significare “tutti online!”. E, in effetti, molti segnali ci dicono che proprio questo è quello che sta succedendo: grandi e piccoli, vecchi e giovani, tutti chiusi in casa a navigare, ciascuno secondo le proprie capacità e i propri gusti, nell’universo digitale. Quali sono e quali saranno le implicazioni di tutto questo?

    Gli esseri umani sono creature sociali. In ogni situazione cercano di trovare qualche forma di rapporto con gli altri. La necessità di socializzare in un momento in cui deve essere praticata la “distanza sociale”, e in un ambente in cui le tecnologie digitali e i social media sono già sufficientemente diffusi, ha generato e sta generando un consistente fenomeno sociale: molte persone sono state spinte verso il fare online tutto ciò che può esservi fatto.

    Più precisamente, sono state spinte a fare online più di quanto non avessero mai fatto fino a allora. E non solo in termini di tempo dedicato, ma anche di varietà di attività praticate: lo studio e il lavoro, ovviamente. Ma anche la soluzione di svariati problemi quotidiani. Il risultato è che su questo terreno stanno avvenendo dei cambiamenti sociali e culturali che hanno molta probabilità di durare anche dopo che la crisi in corso sarà in qualche modo finita.

    In altre parole: un gran numero di persone è stato forzato a superare la soglia di difficoltà pratica (in genere non molto alta) e psicologica (spesso insuperabile, in condizioni di normalità) nell’uso delle tecnologie digitali in campi prima non praticati. Ne è derivato che, una volta superate le difficoltà pratiche e/o psicologiche iniziali, in molti stanno scoprendo che queste attività online possono risultare facili, efficienti e a volte divertenti. Non solo: che comportano, o potrebbero comportare, notevoli vantaggi ambientali. E che, riducendo la “mobilità necssaria”, liberano, o potrebbero liberare, il tempo prima occupato dagli spostamenti.

    Individualizzazione e diffusione del controllo sono tendenze in atto da tempo e che, malgrado si dica che nulla sarà più come prima, la crisi del Covid-19 rafforzerà

    Ci sono dunque ragioni per credere che quest’attitudine positiva verso la socializzazione online continuerà dopo la crisi. E che, quando il “restate a casa” non sarà più un ordine impartito dall’altro per esigenze sanitarie, esso diventerà, o sarà percepito come, la soluzione più comoda. Il problema in tutto ciò è che queste virtù della socialità online (reali, potenziali o presunte che siano) sono oggi difficilmente separabili dalle modalità in cui si attuano. E queste queste ultime sono del tutto coerenti con le cause della catastrofe sociale e ambientale con cui oggi ci confrontiamo: l’individualizzazione, la virtualizzazione e il controllo sociale capillare.

    Tendenze e controtendenze. Individualizzazione, virtualizzazione e diffusione del controllo sono tendenze in atto da tempo e che, malgrado si dica che nulla sarà più come prima, la crisi del Covid-19 rafforzerà. Il risultato è che, se null’altro succede, in nome di questa comodità (cioè in nome della ricerca di una quotidianità frictionless e effortless), la società continuerà la sua marcia verso l’auto-scioglimento in una miriade di individui tanto connessi quanto soli.

    Una società di persone più isolate (meno relazioni tra di loro, cioè più individualizzazione), più distaccate dai luoghi in cui vivono (meno relazioni tra persone e luoghi, cioè più virtualizzazione), più disposte a essere osservabili e osservate, in nome della sicurezza (meno privacy, cioè più controllo). In definitiva, una società nel suo complesso meno coesa, meno capace di auto-organizzarsi e meno libera.

    Tutto questo, come si è detto, se null’altro succede. Per cui la domanda è: può succedere qualcosa d’altro? C’è qualche segnale che ci faccia pensare che le cose potrebbero anche andare in una direzione diversa (e meno distopica) di quella ora delineata? Per fortuna sì. Come sempre la realtà è contraddittoria. E vi convivono tendenze anche molto diverse. Anche quelle in controtendenza alle precedenti. Per vederle, queste controtendenze, occorre però avere gli occhiali giusti. Occorre cioè adottare criteri di giudizio che permettano di riconoscerle, anche quando il segnale che emettono è debole.

    Comunità ibride di luogo. I primi giorni dopo l’emanazione del decreto “Io resto a casa”, tutti abbiamo visto in Italia, e poi in altri paesi, i flash mob delle canzoni dai balconi: spinti dal desiderio di sentirsi meno isolati, bambini e anziani, musicisti professionisti e intere famiglie, alle 18:00 di un giorno concordato in rete, si sono affacciati ai loro balconi per cantare e suonare assieme.

    Certamente, per la loro natura di eventi eccezionali, queste iniziative non possono produrre forme sociali durature. Ciò nondimeno, sono qualcosa di più di una commovente espressione di umanità. Essi indicano una possibilità: quella di abitare uno spazio ibrido fisico-digitale. Cioè quella di usare la rete per fare qualcosa assieme anche nel mondo reale ed anche senza contatto ravvicinato.

    Nelle settimane successive, questa stessa possibilità è emersa in altre iniziative (numerose anche se meno appariscenti): c’è chi si è organizzato per aiutare anziani o persone in isolamento. Ci sono enti pubblici e associazioni di volontariato che si sono coordinati localmente. Ci sono negozi che hanno mandato la spesa a casa a chi non poteva muoversi.

    Ci sono librerie che hanno supportato attività culturali locali … sono tutti esempi di una socialità senza contatto, che però risolve problemi utilizzando la rete e la prossimità fisica. Una socialità che coltiva una rete di relazioni che, dopo la crisi, potrebbero evolvere in comunità di luogo capaci di vivere e rigenerarsi in uno spazio fisico e digitale.

    Costruire queste nuove comunità richiede capacità di visione, di ascolto e di ri-orientamento

    Comunità che, proprio in virtù di questa loro natura ibrida e localizzata, possono conferire coesione e resilienza al sistema sociale più vasto di cui sono parte. E’ provato infatti che sono proprio queste comunità ibride di luogo quelle che meglio sanno far fronte a eventi catastrofici. E che possono farlo proprio perché, operando quotidianamente per la cura reciproca e per quella dell’ambiente in cui vivono, quando tali eventi avvengono hanno la capacità di agire e di auto-organizzarsi.

    Una nuova cultura. Costruire queste nuove comunità richiede capacità di visione, di ascolto e di ri-orientamento. Richiede anche di immaginare e sviluppare sperimentazioni sociali e istituzionali. E, non meno importante, richiede una riflessione più profonda in cui si metta in discussione la relazione tra noi, esseri umani, e ciò che fin qui abbiamo chiamato natura. Infatti, la crisi del Covid-19, sommandosi a quella ambientale, sta modificano il quadro in cui tale relazione viene percepita. Quella che sta emergendo è l’idea che la natura non sia inerte e passiva, ma un’entità che reagisce alle nostre sconsiderate azioni. Cresce così il numero delle persone che intuiscono che la tradizionale polarità uomo-natura vada superata perché anche noi, gli umani, “siamo natura”: siamo parte di quell’entità vivente più grande che chiamiamo Terra. Anche questo cambiamento di percezione è un risultato della crisi in atto: la visione demiurgica dell’uomo padrone e signore del mondo potrebbe (finalmente!) essere superata.

    Ma perché ciò avvenga davvero, e porti a esiti positivi (il che non è scontato), occorre che questo ri-orientamento filosofico si intrecci con la sperimentazione di cui prima si diceva. Occorre che si incontri con la costruzione visibile e tangibile di ciò che il nuovo modello non-antropocentrico potrebbe concretamente significare.

    Qual è l’opportunità nascosta in questa crisi?

    Strategie per la resilienza. Tornando al punto di partenza: qual è l’opportunità nascosta in questa crisi? Si è detto che, a fianco di tanta sofferenza, la crisi del Covid-19 ha portato anche grandi cambiamenti comportamentali. E che questi hanno un carattere paradossale: in questa catastrofe planetaria, oggi, essere sociali significa stare separati dagli altri.

    Quest’inedita pratica della socialità senza contatto sta comportando, come effetto più evidente, la ricerca di una socialità online. Da qui, le nostre ipotesi di lavro: l’obbligo di stare a casa e la spinta a fare tutto il possibile online può portare ad un sistema di relazioni digitali che, ad emergenza virus finita, è capace di evolvere e trasferirsi nel mondo fisico. È possibile che l’esistenza di uno spazio digitale popolato di vicini aiuti a rigenerare lo spazio pubblico e i beni comuni. È possibile che ciò avvenga perché si sono coltivate delle relazioni nello spazio digitale che si riferiscono a un gruppo localizzato di interlocutori.

    Fare queste ipotesi di lavoro non significa allinearsi alle tendenze tecnocratiche oggi maggioritarie (che portano, come si è visto, all’individualizzazione, alla vitrualizzazione e, in definitiva, alla società del controllo). Significa invece scommettere sul fatto che la stessa energia che oggi spinge ad andare online possa portare alla costruzione di un reticolo di interazioni digitali che, a sua volta, possa stimolare e supportare le reti di vicinato. Significa ipotizzare che, oggi, nell’epoca della socialità senza contatto, le prime coltivino la possibilità che, nel post-crisi, le seconde rifioriscano.

    Note