Pratiche partecipative per un museo contemporaneo: approcci possibili e rischi


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    Questo autunno, a Milano, daremo avvio alla progettazione del primo museo di comunità dello storico quartiere di Greco. Un museo diffuso pensato allo scopo di valorizzare una zona di periferia attraverso un lavoro dal basso e la definizione di contenuti di interesse trasversale e non solo locale.

    L’idea, resa possibile dal contributo di Fondazione di Comunità Milano, nasce dal più ampio servizio BiG Borgo intergenerazionale Greco cui ABCittà darà avvio nello stesso quartiere a breve. Un progetto complementare, quello del museo, che coinvolgerà molti (e che qui anticipiamo in anteprima) tra cui la Pinacoteca di Brera, Stazione Radio, l’Università portoghese di Aveiro e soprattutto altri soggetti del territorio, abitanti in primis.

    In un momento storico in cui la socialità è obbligata a reinventarsi (nei modi, nelle consuetudini e persino, inaspettatamente, nelle preoccupazioni) interrogarsi sulle opportunità offerte dalla partecipazione pare sempre più necessario, e non solo per coloro che se ne occupano da decenni. Fra i luoghi interessati ad accoglierne le aspirazioni, oltre a BiG Museo di Comunità, ci sono certamente anche i musei più tradizionali: vittime recenti di una comprensibile isteria – così come era stato nei mesi del lockdown – oggi, per sopravvivere, necessitano più che mai di aderire a nuove visioni di lungo termine capaci di rispondere a bisogni reali.

    In un momento in cui la socialità è obbligata a reinventarsi interrogarsi sulle opportunità offerte dalla partecipazione è sempre più necessario

    L’incertezza attuale pone molti vincoli alla possibilità di reimmaginare le distanze, concrete o metaforiche, che separano il museo dai suoi possibili pubblici senza però precludere l’opportunità di ripensare in modo nuovo alla qualità delle sue relazioni.

    In altre parole: se il museo decide di adottare strutturalmente un approccio di tipo collaborativo, un’ulteriore quarantena potrà compromettere il raggiungimento di alcuni obiettivi di breve termine ma, in ogni caso, oltre a facilitarne la realizzazione sul lungo periodo, offrirà valori, strumenti e modelli spendibili anche qualora i visitatori fossero nuovamente obbligati dietro uno schermo.

    Servirà però formarsi, investire risorse e mobilitare l’istituzione nel suo complesso a partire da chi la dirige. Occuparsi di musei e partecipazione, d’altronde, non è affatto ovvio e oltretutto non garantisce di per sé risultati, soprattutto quando ci riferiamo al coinvolgimento di persone e gruppi sociali per i quali (a buon diritto) il museo può anche non essere un luogo significativo e, tuttavia, neppure quell’infrastruttura generativa così come la vorremmo in molti.

    Date queste considerazioni, sappiamo però con certezza che confrontarsi con persone motivate e diverse (per competenze, bisogni e interessi) permette di giungere alla soluzione di un problema in modo più efficace rispetto al dialogo con un gruppo omogeneo, persino quando costituito da soli esperti: un approccio che altresì offre risposte a più necessità, consentendo di riprogrammare un’offerta tradizionalmente calata dall’alto e spesso sconnessa dai destinatari finali e dalle loro esigenze.

    Ascoltare le persone, identificare assieme le barriere per abbatterle, co-produrre saperi e nuovi significati favorisce parimenti l’aggancio e il coinvolgimento, non bastasse che occuparsi di questi temi spesso permette di ampliare la base sociale di riferimento, facilitando l’inclusione di destinatari solitamente esclusi.

    Gli esempi vanno dalle mostre realizzate online con il contributo degli utenti (le crowdsourcing exhibitions) alla raccolta di oggetti considerati significativi in relazione a un dato tema (a esempio, in tempi di pandemia); dalle front-end e dalle formative evaluation, per testare l’efficacia di idee e prototipi, fino alla costituzione di comitati stabili che radunano portavoce di gruppi diversi, le opzioni possibili sono svariate e lasciano percepire altrettanti gradi di consapevolezza e impegno.

    Occuparsi di musei e partecipazione non è affatto ovvio e oltretutto non garantisce di per sé risultati

    La molteplicità dei metodi e la sempre più larga diffusione delle esperienze risultano parimenti correlate a quel sostanziale cambiamento in atto nella nostra società che riconcettualizza la comunicazione e le modalità di partecipazione di ognuno: smette di esistere solo una comunità di tecnici e, nella distorsione percettiva data anche dal digitale, è dato a tutti diritto di parola. Per quanto profondamente distante dagli approcci (e dagli esordi) della partecipazione, questo fenomeno sociale la rende di fatto più comprensibile anche nei musei, nonostante la divulgazione superficiale dei termini e delle sperimentazioni ne abbia svilito il potenziale e banalizzato i modi rendendo così ancora più urgente l’emersione dei nodi critici.

    Per comprendere appieno di che cosa stiamo parlando forse può essere utile anche smontare i grandi miti. Visitare quei musei che, soprattutto negli Stati Uniti, hanno contribuito più di altri a plasmare questa intersezione disciplinare conferma diversi interrogativi: sull’equilibrio fra curatela e la dimensione educativa, sulle istanze di rappresentazione, sulla caducità dei risultati ma soprattutto sui destinatari effettivi.

    A Santa Cruz, ad esempio, l’omonimo museo diretto per anni da Nina Simon (autrice del bestseller “The Participatory Museum”), sembra più un community center che un museo. Chi sta nelle sale ammette che “ci si prova”, che la partecipazione è difficile ovunque ma almeno qui il bar è grande e il caffè buono. Del resto sarà pure California ma Santa Cruz è innanzitutto una cittadina di provincia il cui museo, senza volerlo, le somiglia. Un modello che immaginavamo irraggiungibile delude parzialmente le aspettative per una certa goffaggine della sua curatela, nonostante molte delle sue intuizioni abbiano permesso all’autrice di scrivere un libro che ha davvero segnato la storia della disciplina.

    Anche l’Anacostia Museum, fondato nel 1967 in una periferia degradata di Washington DC, rappresenta un riferimento per chiunque si occupi di museologia sociale eppure, nel quartiere, sembra essere sconosciuto ai più. In anni diversi per raggiungerlo mi sono persa ogni volta, e mai nessuno, sull’autobus pieno, per strada, o i conducenti hanno saputo riconoscerne il nome; al suo interno gli altri visitatori mi sono sembrati parecchio simili a me, istruiti, perlopiù stranieri, arrivati da lontano apposta per visitarlo.

    Ben diverso, invece, in centro città, il recente National Museum of African American History and Culture, il più grande museo americano dedicato alla storia e alla cultura afro-americana: fra l’epico e il mainstream, estremamente curato nella ricchezza dei suoi allestimenti (al contrario dell’Anacostia nonostante siano entrambi istituzioni Smithsonian) affollatissimo, quando l’ho visitato ospitava soprattutto visitatori neri, presumibilmente afro-americani. Il ristorante self-service mi ha ricordato un’enorme mensa: con i migliori auspici ho pensato che i grandi tavoli comuni servissero per facilitare la conversazione fra sconosciuti.

    Da una prospettiva internazionale, in molti affermano che i musei siano nel solco della cosiddetta participatory turn: una svolta che fa della partecipazione una nuova spinta (così come era stato e tuttora è per quella educativa) e che simbolicamente ha preso avvio vent’anni fa, grazie anche alla stessa Nina Simon.

    Siamo nel solco della cosiddetta participatory turn

    Il plurale chiaramente guarda all’Italia in modo parziale poiché le esperienze più significative provengono certamente da altri paesi che lavorano all’incrocio di questi temi da molto più tempo. 
Le complessità storiche di questi processi sono raccontate bene, attualizzandole, anche da un recente volume intitolato “A History of Participation in Museums and Archives. Traversing Citizen Science and Citizen Humanities” (2020), un testo che indaga le pratiche partecipative e di ricerca che coinvolgono i volontari, sia nell’ambito delle cosiddette citizen science che nelle citizen humanities. Con un focus sulle esperienze sviluppate nei paesi del Nord Europa, sono molti gli interrogativi che il libro pone: dalla retribuzione mancata dei soggetti coinvolti fino alle sfide museali e archivistiche in ambito digitale e soprattutto scientifico.

    Ed è forse proprio la scienza il campo nel quale il confronto fra esperti e cittadini si rivela fra i più sfidanti laddove la democratizzazione della disciplina risulta essere il vero obiettivo della relazione, raggiungibile, a esempio, solo riconoscendo alle persone comuni la competenza per riformularne la comunicazione.

    Anche nell’esperienza del Danish Welfare Museum (che come ABCittà abbiamo invitato a Milano lo scorso anno per una formazione) si tratta di coinvolgere i cosiddetti “esperti alternativi”, persone il cui sapere non è necessariamente acquisito attraverso una formazione classica ma che sono comunque in possesso degli strumenti e dell’esperienza necessari tali da rendere il loro contributo significativo.

    Nella fattispecie del museo danese, si tratta di persone senza dimora che lavorano come ricercatori e guide raccontando ai visitatori di quella stessa poorhouse (oggi sede del Welfare Museum) che nel Novecento aveva ospitato migliaia di persone indigenti come loro.
Lo racconta la direttrice, Sarah Smed, anche nel libro “Museums and Social Change” (2020).

    Come accennato, esistono più livelli di partecipazione che vanno dalla semplice consultazione alla vera e propria co-progettazione. A un livello più superficiale troviamo approcci che spesso, nei musei, rispondono più a esigenze di sollecitazione cognitiva che altro: è il caso delle domande aperte o dei post-it pensati per coinvolgere il visitatore che possono certamente rappresentare uno strumento di consultazione ma solo qualora i dati siano poi rielaborati e restituiti in un resoconto, altrimenti rimarranno utili solo per rimotivare l’attenzione dei presenti.

    Esistono più livelli di partecipazione che vanno dalla semplice consultazione alla vera e propria co-progettazione

    Molto più articolata è invece l’attivazione di una comunità intorno a un museo ancora da realizzarsi o l’avvio di un processo di co-progettazione di uno nuovo, o di una collezione online o di singole didascalie: il successo non è chiaramente assicurato e per ognuno di questi casi la complessità aumenterà non soltanto in relazione ai diversi punti di vista ma anche con l’emergere di argomenti controversi o addirittura conflittuali. 
La museologia attuale, quantomeno nella teoria, si dimostra però ben disposta a stimolare il dibattito e accogliere significati plurimi: anche per questo motivo si suggerisce di evitare i facili paternalismi, gli stessi di chi chiede ai bambini di riscrivere le didascalie delle opere con l’implicita proposta di imitare (inevitabilmente in modo maldestro) contenuti prodotti dagli adulti.

    Altri equivoci ricorrenti possono essere individuati nel coordinamento incerto (“Nel focus group i visitatori hanno deciso che il nostro museo deve chiudere: Direttrice, cosa facciamo?”), nella scarsa rappresentatività dei partecipanti (“Non li invitiamo tanto sappiamo che non gli interessa”), nell’istigazione alla critica e alla lamentela (“Elencate tutto quello che non vi piace”), in domande che richiedono un sapere tecnico (“Chiediamo ai cittadini quali approcci anti-Covid dovremmo adottare al museo!”) ma anche nel rischio di banalizzazione dei contenuti qualora non sia stato avviato un percorso di capacitazione o definita una cornice concettuale di riferimento (“Nella nuova didascalia dell’opera i visitatori suggeriscono di scrivere che a loro è piaciuta”).

    Più in generale, a seconda degli obiettivi specifici, si tratterà di coinvolgere soggetti che possano farsi portavoce di gruppi diversi, interessati e consapevoli del proprio ruolo di agente di cambiamento. Condividere quest’ultimo aspetto risulta fondamentale per ragioni etiche e di trasparenza ma anche per evitare equivoci sulla portata dello scambio: è il caso di quei progetti interrotti bruscamente – finiti i fondi a disposizione e il tempo per i saluti – che avevano coinvolto destinatari fragili e a rischio di esclusione, insistendo sull’opportunità di costruire relazioni durature.

    La domanda che è necessario porsi, dopotutto, è sempre la stessa: a chi serve quello che stiamo facendo?

  Bernadette Lynch, ricercatrice onoraria della University College London, nel libro “Museum Activism” (2019) ricorda come sia fondamentale sfuggire alla retorica che accompagna molta falsa partecipazione: ogni volta che i musei decidono di “voler aiutare” qualcuno, la loro azione risulterà del tutto inutile se non addirittura dannosa, generando relazioni squilibrate e rafforzando stereotipi già in essere.  
Potrebbe contribuire a questi scopi anche spostare l’attenzione dalle posizioni agli interessi (così come suggeriscono Marianella Sclavi e Laurence Susskind, 2011) restituendo pari diritti a punti di vista opposti.

    Un assunto importante che – verrebbe da aggiungere – permetterebbe di rifuggire anche molti dei bias che nel dibattito identitario attuale intrappolano la discussione in dinamiche statiche e spesso ripetitive, anche perché prive dell’adeguata e necessaria facilitazione.

    La partecipazione, in sostanza, apre la strada alle possibilità, smontando l’immagine del museo-cristalleria per accogliere una nuova cultura progettuale che vede contribuire chi vuole come sa, per il bene comune. A prescindere dai luoghi e dalle sedi, questo è quello che cercheremo di fare anche noi a breve a Milano, sperimentando, passo passo, un’altra idea di museo – intorno a una panchina, una scultura, un’arcata ferroviaria, un parco – ma soprattutto facilitando un processo naturalmente difficile che rimane innanzitutto di relazione e confronto.

    Note