La complessità come pratica politica, l’intuizione di Franca Ongaro Basaglia

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    «Il pensiero inizia quando un’esperienza di verità colpisce nel segno». Come si può definire un’esperienza di verità? E quale, o meglio quali di queste esperienze di verità hanno colpito e trasformato le traiettorie di vita – e quindi di pensiero – di Franca Ongaro Basaglia? E per quale ragione ripercorrere tali esperienze è necessario ed importante oggi? 

    Se provassimo a riassumere una vita in quattro parole, forse potrebbero essere: Gorizia, donna, politica, complessità. O, meglio ancora, in quest’ordine: donna, politica, complessità, Gorizia. Ma questa sarebbe una riduzione della complessità, opposta al tentativo di non semplificazione del mondo, pratica politica (e femminista) che è stata la cifra di tutto il percorso di Franca Ongaro, iniziato dalla rivoluzione (privata) e poi pubblica di Gorizia. Gorizia è il luogo in cui si compie e si fa corpo e vita l’esperienza dell’ospedale possibile, diverso dal manicomio esistente. 

    Queste parole sono quindi la traccia con cui leggere l’attenta e minuziosa ricostruzione del pensiero e delle pratiche della saggista veneziana operata dalla storica Annacarla Valeriano. 

    Il volume, “Contro tutti i muri” continua il percorso sulla prospettiva femminile e femminista nella storia del manicomio e delle trasformazioni operate in esso, a partire proprio dalla figura chiave di Franca Ongaro Basaglia. Dalle prime pagine, è evidente che non si tratti di una “letteratura minore”, o forse ne é una rivendicazione così come quella fatta da Deleuze e Guattari.

    Per gli autori, la letteratura minore è quella che una minoranza fa della grande storia, riscrivendola. “Contro tutti i muri” in qualche modo opera quello slittamento, tracciando in filigrana la letteratura di Franca, la biografia di Franca, e la storia del rovesciamento dell’istituzione di Franca. 

    In qualche modo, il volume opera un rovesciamento istituzionale della storia (pubblica) coniugale. Il rovesciamento è  “un contemporaneo rovesciamento in entrambi i poli della situazione in cui si agisce, attraverso la negazione dei valori di riferimento che ne sostengono, ad entrambi i livelli, la condizione. Solo in questo caso la libertà perderebbe il carattere (tipico della permissività) di concessione controllata dall’alto, e, insieme, quello di capovolgimento di una situazione coatta in semplice supremazia di chi era prima soggetto; per diventare il rovesciamento di un sistema difensivo, implicito nel rapporto fra dominato e dominatore (Ongaro Basaglia, in Basaglia, 1968, p. 326).

    La storia rovesciata della riforma Basaglia è la storia di Franca Ongaro, che non è il suo negativo fotografico, bensì il completamento di una vicenda politica, affettiva e pubblica che ha cambiato la storia d’Italia e della follia. Già i precedenti volumi di Valeriano tracciavano questo solco: tanto “Ammalò di testa” sul manicomio di Teramo, quanto “Malacarne. Donne e manicomio dell’Italia Fascista” riannodano i fili della storia del manicomio e quella delle donne che l’hanno attraversato, prima come pazienti e poi come fautrici della trasformazione, come nel caso di  Franca Ongaro Basaglia. 

    Il volume sgombera fin dalle prime pagine il rischio della storia di una “moglie”, evidenziando come il connubio tra i coniugi non fosse solo una dimensione affettiva e privata, ma riduzione in nuce dell’esperienza del collettivo che ha caratterizzato (e continua a caratterizzare) la storia della psichiatria democratica e del movimento anti-istituzionale che prende le mosse dalle stanze di Gorizia. Come riporta Valeriano, Franca Ongaro “Considerava i contrasti che scaturivano dalla dialettica uomo/donna «produttivi» nella misura in cui riuscivano a creare qualcosa di nuovo: «il senso del rapporto è proprio che da uno più uno salta fuori qualcosa che prima non c’era, è un due che prima non c’era» (p. 126). E tale dialettica è alla base di tutta la produzione che ha visto i coniugi fianco a fianco in un confronto definito da Franca come «lunga lotta con e contro l’uomo che ho amato».

    Le differenze aprono il piano del confronto, e restituiscono il respiro della complessità. Così, Valeriano ci racconta come si debba a Franca Ongaro l’intuizione di far dialogare la medicalizzazione della follia con la dimensione sociale: “Fu infatti lei a sforzarsi per includere la prospettiva sociologica nel campo psichiatrico, sottolineando come la valutazione delle condizioni ambientali fosse importante per comprendere l’instaurarsi dello stato morboso, nella convinzione che questo tipo di approccio al problema si sarebbe rivelato utile per determinare chiaramente «se il malato mentale sia ciò che è in quanto malato mentale, o in quanto costretto ad una vita concentrazionale».

    Ancora, la centralità della questione delle diseguaglianze di status e classe nell’affrontare la sofferenza e la malattia:«Mettere tra parentesi la storia del malato e curare il sintomo della malattia» – scriveva – significa «mettere fra parentesi – come se non esistessero – i bisogni dell’individuo», bisogni che spesso si esprimevano attraverso il sintomo e che, se non soddisfatti, potevano produrre la malattia. Ecco perché per comprendere la malattia era prima fondamentale conoscere le radici reali da cui essa traeva origine, prestando attenzione alle necessità degli uomini (pp.15). 

    Il comprendere, e il non perdere la problematicità delle vite diventa il paradigma della complessità come pratica politica, e come pratica di vita. Valeriano riporta, ancora come la non semplificazione fosse il principale modus operandi di Franca Ongaro: “Le carte d’archivio rivelano che Franca Ongaro, negli anni di Gorizia e all’interno del gruppo dei basagliani, si spese moltissimo per sviluppare una riflessione compiuta sulle pratiche di de-istituzionalizzazione e in questo fu agevolata dalla sua capacità di non semplificare mai la complessità dei problemi e di restituire profondità a tutte le dimensioni possibili dell’esistenza”. 

    La non semplificazione e la complessità sono l’apprendimento che deriva dal suo stare nel mondo come donna, saggista e politica: “In questo agì, fin dall’inizio, nella sua doppia veste di donna «che si occupa di questi problemi ma che contemporaneamente è perfettamente consapevole del fatto che chi deve sopportare il maggior peso dell’assistenza è sempre la donna»,. E tale esperienza viene mantenuta e tradotta nelle sue proposte politiche: “ adoperandosi per fare in modo che la funzione di sostegno del nucleo famigliare da sempre attribuita all’universo femminile non fosse più percepita come attitudine naturale, ma come questione cui era necessario assicurare risposte qualitativamente diverse”. 

    Per questo appare ancora più coerente il continuare e lo spendersi in prima persona che Franca Ongaro fa all’indomani dell’introduzione della legge 180/78, e della prematura morte del marito. Scende in politica, prova a rendere possibile la trasformazione culturale di cui la legge sul superamento del manicomio doveva essere il punto di partenza, non la soluzione dei problemi. Senatrice nelle file della sinistra indipendente, Franca Ongaro unisce alla battaglia culturale sull’anti-istituzionalismo altre campagne che rispecchiano la critica delle forme di violenza: la battaglia sulla depenalizzazione dell’aborto, e ancora la lunga discussione sul reato di violenza sessuale e ancora sulle pene alternative alla detenzione, convinta che andassero respinte tutte le forme di violenza, in grado solo di riprodursi, anziché di funzionare come deterrenza. 

    Rileggere il percorso, le tappe e le “esperienze di verità” restituisce la densità della biografia ma soprattutto l’importanza, oggi, di un pensiero situato e la forza e l’attualità non solo della critica alle forme di violenza istituzionale, ma soprattutto alle costanti semplificazioni, che spesso sono ancillari a tali pratiche di potere. 


    Immagine di copertina: Archivio Basaglia

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