Una vita dai margini, la musica di Alberto Mozzati

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    Nel 1917, a un anno dalla fine della Prima guerra mondiale, in un piccolo paese della campagna pavese, nasce Alberto Mozzati. Il padre Emilio, di professione casaro, trasforma il latte in burro e formaggio; la madre si occupa del figlio e della casa. Si tratta di una famiglia modesta, la vita si svolge nei campi e il bambino si abitua presto a giocare all’aperto. All’età di tre anni un incidente con la calce viva rende il piccolo Alberto totalmente cieco. Un anno dopo, nell’ottobre del 1921, il bambino varcherà la soglia dell’istituto dei ciechi di Milano, dove verrà accolto grazie agli aiuti della Congregazione di Pavia e dei Fratelli Crespi di Milano che pagheranno la retta annuale.

    Se compiamo un balzo in avanti nel tempo di qualche decennio, lasciando il bambino sulla soglia dell’imponente edificio in via Vivaio con la sua valigetta, ritroviamo Alberto Mozzati adulto, con il capo chino sui tasti di un pianoforte, intento ad esibirsi davanti a centinaia di spettatori nelle più prestigiose sale da concerto europee. Indossa abiti eleganti di tessuti pregiati, scelti da lui con cura. Lo ritroviamo, ancora prima, elogiato sulle pagine del Corriere della sera, quando all’età di ventun anni si diplomerà a pieni voti al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, grazie alla guida del maestro Emilio Schieppati, a sua volta non vedente.

    Cos’è successo nel frattempo, durante gli anni passati da Mozzati fra le mura dell’istituto milanese? Sfogliando delicatamente i sottili fogli di carta contenuti nel fascicolo dedicato a Mozzati, conservato nell’archivio documentario dell’istituto dei ciechi, su una delle pagelle si nota un commento dattiloscritto in rosso, come a dargli speciale risalto: “Giovane di ottime qualità”. E le qualità migliori Mozzati le dimostra fin da subito in ambito musicale. Presto spicca il suo speciale talento per il pianoforte, la dedizione con cui si dedica allo studio, l’orecchio finissimo che sapeva riconoscere le più minute variazioni di timbro. Mozzati è un alunno brillante, curioso e disciplinato, e la fortuna volle che capitasse nell’unico luogo dell’Italia del tempo dove ai bambini ciechi era impartito un insegnamento della musica serio e completo. Nel 1915 infatti, il rinnovato consiglio di amministrazione si propone di procedere ad una riforma del programma di insegnamento della musica agli allievi. Uno degli obbiettivi principali è “volgere l’insegnamento, per quanto più possibile, a far sì che l’allievo possa ritrarre un mezzo di sostentamento e quindi possa valersi della istruzione ricevuta in otto anni di studii corrispondendo alle peculiari e più comuni richieste del mercato musicale”.

    Una vita piena, resa tale da un talento e un’intelligenza messe a frutto dall’Istituto che seppe coltivarli, scommettendo sulle marginalità, consapevole che spesso è proprio a partire dai margini che prende forma una vita.

    Mozzati non studia quindi solo pianoforte, ma viene anche formato all’accordatura degli strumenti, insegnamento che gli permetterà, nel corso della sua carriera di concertista, di notare difetti che molti tecnici o colleghi non riuscivano a scorgere. Nella scelta dei pianoforti chiedeva che questi venissero intonati ricercando un suono che ricordasse i diversi strumenti dell’orchestra. Sergio Griffa, amico e tecnico del pianoforte di Mozzati ricorda con affetto la richiesta del pianista di un suono “un poco nasale, perché la nostra voce risuona nel naso”.

    I concerti di Mozzati rimangono nella memoria di chi ebbe l’opportunità di ascoltarli:

    “Era terminata da pochi mesi l’ultima guerra in Italia e l’attività musicale riprendeva a Milano nelle poche sale risparmiate dai bombardamenti. La prima volta che ascoltai Alberto Mozzati fu in un suo recital al Castello Sforzesco. Mi impressionarono la sua musicalità, il suo fraseggio, la sua nobiltà di suoni, la sua sicurezza tecnica. A distanza di 37 anni non ho dimenticato il suo modo di eseguire Chopin, soprattutto i preludi. Pensai subito: suona un grande pianista.”

    Chi lo conobbe racconta che, pur non vedendo, fosse più sicuro dei pianisti vedenti. Utilizzava il corpo in maniera consapevole ed equilibrata, in ottica compensatoria: “Sedeva su un sedile molto basso, in modo da avere le mani molto aderenti alla tastiera. Il dito era sempre pronto sul tasto prima di doverlo abbassare”. Questa sicurezza gli veniva forse dalle lezioni di ginnastica posturale seguite durante gli anni in Istituto, dove l’esercizio fisico era diventato uno degli aspetti centrali della formazione dei non vedenti, grazie alle idee innovative del maestro di educazione fisica Luigi Zibecchi, fermamente convinto che le capacità intellettuali dei ragazzi non potessero esprimersi senza prima uno sviluppo sano del corpo.

    Ma Mozzati non era solo un esecutore preciso, capace di dominare lo strumento, era anche un interprete sensibile: “La sua posizione di fronte all’interpretazione era prettamente romantica, non nel senso di suonare forzando il testo, ma nell’esprimere fino in fondo i sentimenti che la musica porta con sé. Questa capacità di portare la musica verso gli ascoltatori fa capire perché tra i pianisti preferiti di Mozzati si collocavano Wladimir Horowitz, Sergei Rachmaninoff, Simone Barere, e Alfred Cortot.”

    Queste sue peculiarità emersero senza dubbio nell’attività di insegnamento che portò avanti per tutta la vita, in parallelo a quella concertistica. Le carte dell’archivio testimoniano che Mozzati iniziò ad insegnare nel 1936, a soli diciannove anni, con l’incarico di maestro di pianoforte presso le scuole postelementari dell’Istituto, incarico che gli fu riconfermato fino all’assunzione in ruolo nel 1941. Le suntuose sale dell’Istituto di via Vivaio furono quindi testimoni del rapido e quasi naturale passaggio di Mozzati da alunno a maestro, come fosse quel luogo ormai l’unico consono per la continuazione della sua attività. Un’espressione di gratitudine, forse. Un restituire, dopo aver ricevuto, formare, dopo essersi formato. Ma continuare a farlo, instancabilmente: “Il suo pianismo, impetuoso e controllato, romantico e razionale, riuniva l’eredità della grande tradizione e il rigore, la lucidità intellettuale dell’esecutore moderno. L’amore per la filologia, la profonda conoscenza dei problemi testuali, l’interesse per ogni nuova impresa editoriale ne fecero un didatta senza pari. Sono molti coloro che, come me, gli devono insegnamenti fondamentali. Mi regalava notti intere, sino a che il primo tram del mattino mi riportasse a casa, ad ascoltare dischi della sua strepitosa raccolta, commentandoli con la pacatezza e la partecipazione di un uomo sempre attento alla fatica degli uomini” ricorda uno degli alunni. Negli anni – rimase titolare della cattedra di pianoforte fino al 1967 – ne ebbe a centinaia, trasmettendo l’amore per la musica e la padronanza della materia. Molti di loro divennero noti musicisti. Era chiamato anche come giurato alle commissioni d’esame di pianoforte e “la sua parola era ascoltata come vera verità”. 

    Capita a volte che le suggestioni più interessanti, quando si tenta di ricostruire l’esistenza di uomini e donne del passato la cui vita è ormai affidata alle carte, si leggano ai margini, più che nel corpo del testo. Sono a volte le abitudini apparentemente insignificanti, i vezzi più o meno laterali e privati, le informazioni all’apparenza superflue, a dare conto della vivacità di una vita. Per quanto riguarda Mozzati colpiscono le molte testimonianze che sottolineano il gusto raffinato per gli abiti di alta fattura, l’amore per il cibo ricercato, soprattutto di tradizione asiatica, la passione per le essenze profumate e per la tecnologia. Viene ritratto come un piacevole conversatore, la cui compagnia era contesa. Dotato di una vasta cultura, incline anche allo scherzo leggero. Si legge che al termine di ogni anno scolastico invitava gli allievi a cena portandoli in ristoranti di alta cucina. 

    Si immagini allora un uomo cieco, che nacque come bambino vedente in un piccolo paese di campagna, come molti, come quasi tutti. Si immagini la sua vita precipitare dopo soli tre anni, per un po’ di calce negli occhi, e poi decollare nuovamente, grazie alla musica. Lo si immagini con gli alunni ciechi al seguito, vestito elegantemente, aprire la porta di un esclusivo ristorante del centro di Milano. Lo si ascolti conversare amabilmente, chiedere del buon vino. Una vita piena, resa tale da un talento e un’intelligenza messe a frutto dall’Istituto che seppe coltivarli, scommettendo sulle marginalità, consapevole che spesso è proprio a partire dai margini che prende forma una vita. 

    Note