Due città e una strage: Milano e Roma a cinquant’anni da piazza Fontana

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    Tra 2018 e il 2019 si sono susseguiti diversi anniversari: il cinquantesimo del ’68 e il quarantesimo del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro hanno scandito il 2018, con molteplici iniziative che hanno interessato le istituzioni, la società civile, la politica, lo spettacolo e la cultura in generale.

    Il 2019 è diventato l’anno catalizzatore delle commemorazioni. Ricorrono in sequenza, solo a titolo di esempio: il centenario della nascita dei Fasci italiani di combattimento (1919), il centenario dei trattati di pace di Parigi (1919), il novantesimo del martedì nero di Wall Street (1929), l’ottantesimo dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939), il cinquantesimo dell’autunno caldo e della strage di piazza Fontana (1969), il trentesimo della caduta del muro di Berlino (1989).

    Il 2020 appare, per il tema che stiamo trattando, la violenza politica e i terrorismi nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, un anno carico di celebrazioni: a partire dal quarantesimo della strage di Ustica (27 giugno 1980) e della bomba alla stazione di Bologna (2 agosto 1980).

    La sequenza degli anniversari è stata (ed è tutt’ora) vorticosa. È difficile trarne un bilancio. Certamente si è avvertito un cambio di sensibilità in quella parte dell’opinione pubblica informata su questi avvenimenti. In particolar modo le celebrazioni della strage di piazza Fontana hanno fatto emergere una domanda diffusa sulla responsabilità o meno delle istituzioni nella realizzazione dell’attentato. Un tema niente affatto scontato, se si pensa al disinteresse e al silenzio degli anni precedenti. Il clamore mediatico, tuttavia, difficilmente colmerà il vuoto di conoscenze e l’ignoranza generalizzata sul quel drammatico snodo dell’Italia repubblicana.

    La digitalizzazione della documentazione dei principali processi inerenti le stragi hanno prodotto un salto di qualità

    L’apertura degli archivi, il versamento di nuovi fondi presso l’Archivio centrale dello Stato e soprattutto la digitalizzazione della documentazione dei principali processi inerenti le stragi – risultato della lunga battaglia delle associazioni dei famigliari delle vittime degli attentati – hanno prodotto un salto di qualità.

    La contropartita, tuttavia, è stato lo straripare della memorialistica e il rifiorire di tutta una letteratura grigia, nella fattispecie il giornalismo investigativo, che hanno contribuito, a cinquant’anni dall’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura, a presentare la strage di Milano come un cold case ancora in cerca di soluzione. Con l’eccezione del bel libro di Benedetta Tobagi (Piazza Fontana. Il processo impossibile, Einaudi), i venti e più titoli che sono usciti in queste settimane hanno riproposto una lettura in chiave esclusivamente giudiziaria delle bombe del 12 dicembre.

    Il rapporto tra verità storica e verità giudiziaria si è rovesciato. La storiografia è diventato puro racconto, analogo ad altri tipi di narrazione

    Gli stessi magistrati che si sono occupati delle indagini sulla strage hanno avuto un ruolo centrale nella rielaborazione di quell’evento, non solo sul piano della memoria. Il rapporto tra verità storica e verità giudiziaria si è rovesciato. La storiografia è diventato puro racconto, analogo ad altri tipi di narrazione, per di più costruito sulle sentenze emesse dalla magistratura e non sulle fasi istruttorie dei processi (un scelta che avrebbe fatto la differenza da un punto di vista metodologico).

    Una così profonda giuridicizzazione della storiografia non avveniva dai primi anni Novanta, quando gli scandali legati a Tangentopoli e la traumatica transizione dalla prima alla seconda Repubblica avevano prodotto un profluvio di pubblicazioni sul tema della «vera storia d’Italia» che sarebbe emersa dalle carte giudiziarie in contrapposizione alla storiografia accademica relegata a vulgata ufficiale del potere, intrinsecamente falsa e perciò inservibile dal punto di vista civile.

    Così, oggi, le uniche immagini che ci restituisce quella stagione sono quelle degli imputati, mentre la sola documentazione che sembra contare qualcosa sono le perizie scientifiche sugli esplosivi. Tutto il resto scompare, ingoiato dal grande buco dell’incontrollabile marea di informazioni, testi e immagini che sgorgano dal web. Giornalisti d’assalto, testimoni ed ex-magistrati in guerra tra loro si combattono a colpi di documenti smaterializzati, estrapolati da archivi digitali che passano di memoria portatile in memoria portatile.

    Nella totale confusione di verità e menzogna, è venuta meno la disgiunzione logica del vero e del falso

    Nella totale confusione di verità e menzogna, è venuta meno la disgiunzione logica del vero e del falso. La memoria della strage di piazza Fontana nell’Italia dei populismi ha portato quell’evento in una dimensione a-storica e a-temporale: l’Io so di Pier Paolo Pasolini, pronunciato dalle colonne del «Corriere della Sera», il 14 novembre del 1974, è stato pervertito e diluito in una generalizzata letteratura della cospirazione, adatta per ogni scenario e divenuta – è importante ricordarlo in questa sede – la retorica ufficiale della principale forza di governo del paese.

    Dalla vulgata digitale sono scomparsi i principali soggetti politici e sociali che subirono gli attentati, che ne vissero le conseguenze e che reagirono alla strage. Viene istintivo immaginare le piazze vuote, le strade deserte, le periferie buie e silenziose delle principali città italiane. Il ripiegamento su sé stessi come eterno dato antropologico delle classi popolari: il Resistere non serve a niente di Walter Siti retroattivo al contesto sociale dell’Italia di fine anni Sessanta.

    Siamo ormai abituati alla «lettura criminale» non solo della storia italiana, ma anche della sua attualità. Le periferie sono diventate il grande palcoscenico dove narrare la deriva antropologica del paese. La letteratura e il cinema hanno ormai codificato un canone che è divenuto il perno della narrazione populista della società: un popolo amorfo, uniforme e sempre uguale a sé stesso. Il “safari” sociale si è sostituito all’indagine, l’impressionismo alla volontà di comprendere. In particolar modo i quartieri periferici di Roma sono diventati un laboratorio “asettico”, il cui prodotto è un amalgama preconfezionato di corpi, droga, ignoranza, miseria umana e desolazione sociale. Ma è sempre stato così?

    Com’è noto il pomeriggio del 12 dicembre 1969 un ordigno ad alto potenziale esplodeva all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone e ferendone ottantasei. Un’altra bomba veniva ritrovata nei locali della Banca commerciale italiana, mentre a Roma si verificavano tre attentati che provocarono diversi feriti: la prima esplosione deflagrò in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto, a poche centinaia di metri dalla sede dell’ambasciata statunitense; altri due ordigni venivano fatti scoppiare all’Altare della Patria e al vicino Museo del Risorgimento. Le due più importanti città italiane, le due capitali rivali, venivano così investite all’unisono dalla violenza terroristica.

    In questi giorni Milano si appresta – finalmente – a onorare il cinquantesimo anniversario della strage, attraverso un lungo programma di cerimonie e liturgie che vedono protagoniste le istituzioni del Comune e quelle dello Stato.

    Analoghe iniziative, per il momento, non vengono segnalate nella città di Roma. Un’assenza vistosa che va ad aggiungersi all’opacità delle celebrazioni che si sono avute nel 2018 per l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Tanto più che la nuova giunta comunale capitolina, insediatasi nel 2016, aveva dato molto spazio alle politiche della memoria, con l’omaggio della sindaca Virginia Raggi, in successione, alla lapide commemorativa le vittime della Shoah al Tempio maggiore del ghetto, la visita alle Fosse Ardeatine, all’Altare della Patria e infine la commemorazione del trentaseiesimo anniversario dell’assassinio del magistrato Mario Amato, ucciso, il 23 giugno 1980, dal gruppo terroristico neofascista “Nuclei armati rivoluzionari”, poi al centro delle indagini giudiziarie per la strage di Bologna del 2 agosto. La celebrazione di Amato, addirittura, costituì il primo intervento pubblico della neoeletta sindaca.

    Il silenzio su quanto accadde a Roma quel 12 dicembre ha fatto dimenticare il contesto sociale che faceva da sfondo agli attacchi terroristici

    Il silenzio su quanto accadde a Roma quel pomeriggio del 12 dicembre ha fatto dimenticare il contesto sociale che faceva da sfondo agli attacchi terroristici. Negli anni Sessanta e Settanta, infatti, la capitale era stato al centro di un’intensa stagione di conflittualità sociale, non solo in virtù del suo ruolo di palcoscenico e cassa di risonanza delle tensioni che si registravano a livello nazionale. Particolarmente intensa era stata la mobilitazione del movimento studentesco, già a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, così come la stagione di lotte nelle periferie e nei quartieri popolari.

    La conflittualità si sprigionò in un contesto sociale con caratteristiche specifiche che la rendevano anomala rispetto ai teatri di scontro sociale delle città operaie del nord e del nord-est. A Roma, il proletariato urbano vedeva una ridotta presenza di classe operaia, mentre i quartieri periferici della città erano investiti dal flusso di migrazione interna, attratta dalla crescente domanda di forza lavoro proveniente dal settore edile. A costituire l’ossatura della città erano poi i ceti medi, in costante crescita, in un contesto urbano, tra l’altro, caratterizzato da uno sviluppo disordinato, non governato da piani regolatori, che accresceva le tensioni sociali, in una struttura urbana dove quartieri alti e bassi, zone povere e ricche si compenetravano.

    Nei giorni immediatamente successivi alla strage di Milano, quando erano state rilanciate dai grandi mezzi di comunicazione di massa, le false notizie sulla colpevolezza di Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli per l’attentato di piazza Fontana, si era registrata, a Roma, come nel resto del paese, la mobilitazione capillare della società civile, dei sindacati, dei partiti di sinistra e di quelli che un tempo si chiamavano i “partiti dell’arco costituzionale”.

    Si trattò di una mobilitazione pulviscolare che si giocò su un piano simbolico, con una liturgia volta a ribadire la difesa delle istituzioni repubblicane e dei valori della Resistenza. Centinaia di manifestazioni, cortei, assemblee pubbliche dei lavoratori e delle amministrazioni locali anticiparono la grande partecipazione popolare ai funerali delle vittime della strage, che si tennero a Milano il 15 dicembre 1969. Alle esequie presenziarono migliaia di persone.

    I funerali delle vittime si tennero a poca distanza, in Duomo, il 15 dicembre 1969. La piazza di fronte alla cattedrale fu occupata da una folla immensa – migliaia le tute blu giunte dai quartieri operai – che in silenzio assistette alle esequie dei caduti, trasportati a spalla dentro la chiesa, il cui ingresso era sormontato da un cartello con su scritto: «Milano si inchina alle vittime innocenti e prega pace». Durissima l’omelia del cardinal Giovanni Colombo: «La mano predatoria e furtiva di Caino ha sorpreso fratelli inermi e ignari e ne ha fatto strage».

    Fu una straordinaria dimostrazione della coscienza democratica del Paese, direttamente proporzionale alla gravità degli attentati, il cui senso e le cui finalità erano ben impresse nella coscienza della nazione, molto prima che le indagini della magistratura imboccassero, finalmente, la pista nera.

    Una simile prova di maturità si ripropose in occasione e del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta il 16 marzo del 1978 ad opera delle Brigate rosse. Di nuovo la città di Roma era stata teatro di una grande manifestazione popolare, organizzata dai partiti, con le bandiere rosse del Partito comunista che si mischiavano a quelle della Democrazia cristiana.

    Un’immagine che contrastava con le esequie pubbliche di Aldo Moro, svoltesi, senza il suo corpo e senza la sua famiglia, ma di fronte all’intera classe politica della nazione, smarrita e ammutolita, nella chiesa di San Giovanni in Laterano: in zona extraterritoriale, dunque, appartenente al Vaticano.

    C’è da chiedersi cosa sia rimasto di quelle drammatiche giornate. In queste settimane Roma guarda a quello che sta accadendo a Milano: l’auspicio, oltre le celebrazioni, è che la narrazione di quegli anni non si appiattisca su una visione formale, piatta, monolitica e mono-causale della storia, fatta propria dai populismi, dove il popolo stesso scompare e il conflitto sociale è espunto come una pericolosa interferenza del racconto mainstream.

    Una narrazione lineare, senza contraddizioni, senza contraddittori, perciò manipolabile e quindi sostituibile con altri racconti meno obsoleti e più funzionali alla congiuntura politica del momento.

    Note