‘Nessuno si salva da solo’, un piccolo manifesto in tempi di pandemia

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    Viviamo tutte e tutti nell’ombra di una minaccia grave e generalizzata: quella di una deregolazione ecologica globale i cui effetti sempre più massicci (riscaldamento climatico, massacro della biodiversità, inquinamento dell’aria e degli oceani, esaurimento delle risorse naturali) già colpiscono nell’insieme il vivente e le società umane.

    È certo che oggi una maggioranza di persone ne sia toccata e percepisca (in senso neurofisiologico) questa realtà. Tuttavia, per la maggior parte di noi tutto si svolge come se la catastrofe annunciata, non per domani ma già a partire da oggi, non sia identificata come tangibile e immediata.

    La percezione è ben reale ma sembra rimanere a un livello sfocato senza essere vissuta direttamente. Potremmo dire che siamo immersi nella minaccia. Essa costituisce la nostra atmosfera. Eppure non riusciamo a produrre una conoscenza delle sue cause, l’unica in grado di formare un’immagine concreta del pericolo che l’agire innesca.

    Riceviamo quotidianamente numerose notizie riguardanti “il” disastro, ma l’informazione, lungi dallo spronare all’azione, conduce all’impotenza e alla sofferenza. Chi riesce ad agire, quindi, in questo contesto? Si tratta, secondo noi, di coloro che si impegnano nella ricerca delle cause: le vittime, gli scienziati, chi lancia l’allerta…

    Detto in altre parole, coloro che sono impegnati in un agire volto a far emergere una rappresentazione chiara dell’oggetto in questione. Il problema è che, di fronte a minacce di cui siamo coscienti ma che sono vissute come astrazioni, rimaniamo paralizzati dall’angoscia. Al contrario, quando siamo in presenza di una causa ben identificata, è la paura a farla da padrona. E la paura, diversamente dall’angoscia che è senza oggetto, spinge ad agire.

    Di fronte a minacce di cui siamo coscienti ma che sono vissute come astrazioni, rimaniamo paralizzati dall’angoscia

    Per comprendere meglio la questione della percezione diffusa di una minaccia astratta, è utile rifarsi alla distinzione − proposta in principio dal filosofo tedesco Leibniz e ripresa poi in neurofisiologia − tra percezione e appercezione. L’essere umano, come tutti gli organismi viventi, vive in costante interazione materiale con l’ambiente.

    La percezione consiste in questo primo livello d’interazione costituito dall’insieme di “accoppiamenti” percettivi che l’organismo forma con l’ambiente fisico-chimico ed energetico.

    Per illustrare questo dispositivo, Leibniz fornisce l’esempio di come comprendiamo il suono di un’onda. Spiega che abbiamo una percezione infinitesimale dei milioni di goccioline d’acqua che colpiscono il nervo uditivo, senza essere in grado di percepire il suono di ogni goccia d’acqua.

    È solo a un secondo livello, nella dimensione dei corpi organizzati, che possiamo costruire l’immagine sonora di un’onda. Ciò significa che solo una piccola parte di ciò che percepiamo della base materiale diventa un’appercezione e partecipa quindi ai fenomeni di coscienza.

    La questione centrale è quindi capire quando e perché emerge un’appercezione. Ciò è determinato innanzitutto dall’organismo che percepisce: un mammifero e un insetto non produrranno, ovvia- mente, la stessa immagine appercettiva di un’onda. Nel caso degli animali sociali e in particolare degli umani, l’appercezione è anche condizionata dalla cultura e dagli strumenti con cui essi interagiscono con l’oggetto.

    Gli ultrasuoni sono un buon esempio di come funzionano questi raccordi. A differenza di alcuni mammiferi, gli umani non percepiscono queste frequenze sonore senza articolare il loro sistema percettivo attraverso strumenti tecnologici che permettono di far emergere una nuova dimensione appercettiva.

    Inoltre, se il livello appercettivo partecipa alla singolarità che designa l’unità organica, non deve comunque essere considerato necessariamente come la specificità di un solo individuo o il risultato di una soggettività individuale.

    Una singolarità può essere composta da un gruppo di individui, per giunta di natura molto diversa (animali, vegetali o persino un ecosistema), che partecipa alla produzione di una superficie appercettiva comune. Lungi dall’essere una specie di superorganismo che esisterebbe in sé, questa dimensione esiste invece in modo distributivo all’interno dei corpi che ne sono catturati. Ecco come è influenzato ogni singolo corpo. I corpi partecipano alla creazione di questa dimensione appercettiva comune, che a sua volta influenza e struttura i corpi stessi.

    I corpi partecipano alla creazione di questa dimensione appercettiva comune, che a sua volta influenza e struttura i corpi stessi

    Correntemente, questa dimensione si manifesta nella forma di ciò che siamo abituati a chiamare senso comune, che agisce socialmente come un’istanza reale di significato condiviso. Oggi assistiamo a un evento storico e senza precedenti: per la prima volta, tutta l’umanità produce un’immagine della minaccia. Questa immagine non si riduce a una conoscenza scientifica dei fatti che hanno portato alla comparsa e alla diffusione del virus.

    Ciò che è profondamente in gioco è l’emergere di un’esperienza condivisa della fragilità dei sistemi ecologici, che è stata finora negata e schiacciata dagli interessi macroeconomici del neoliberismo. La particolarità di questa appercezione comune sta nella cornice del suo emergere. Paradossalmente, non è la pericolosità intrinseca della pandemia che la sta causando, ma piuttosto il sistema disciplinare che la accompagna.

    È questo dispositivo, e non la minaccia in sé, che ci mette in una nuova situazione. Ovviamente non lo possiamo comprendere valutandolo dall’angolatura della sola dimensione sanitaria. È questa la trappola che porta alcuni a lanciarsi in sommarie contabilità macabre per contestare il carattere inedito della crisi, paragonandola ad altri flagelli.

    Di fronte a questa nuova situazione, vediamo emergere due interpretazioni opposte. Da un lato, chi afferma che questo è un fatto molto grave, per il quale dovrebbe essere trovata una soluzione nella forma di un vaccino o di un farmaco.

    In questa comprensione della crisi evidentemente non si mette in discussione il paradigma del pensiero e dell’agire dominanti. Ma un’altra interpretazione a cui desideriamo contribuire consiste nel vedere in questa rottura un evento autentico che sfida irreversibilmente l’ideologia produttivista fino a ora egemonica.

    Il coronavirus è per noi il nome di questo punto critico che segna anche, almeno speriamo, un punto di non ritorno a partire dal quale il nostro rapporto con il mondo e il posto degli umani negli ecosistemi devono essere profondamente messi in questione.

    Un’esperienza del comune

    Se facciamo lo sforzo, nonostante l’orrore della situazione, di non rinunciare al pensiero, è possibile scorgere l’unica cosa che questa crisi ci permette di sperimentare positivamente: la realtà dei legami che ci costituiscono.

    Anche in questo caso, tuttavia, occorre evitare qualsiasi visione ingenua. Di fronte alla propria interiorità, ciascuno di noi è diverso. E quando la frenesia della vita quotidiana non permette più di auto-evitarci, alcuni di noi si rendono conto che hanno dei pessimi legami con se stessi e, in modo marginale, con il loro ambiente.

    A porte chiuse, spesso è con se stessi il vero inferno. C’è un odio verso se stessi che finisce sempre per trasformarsi in un inferno per gli altri. Da quando siamo confinati, ci siamo resi conto che siamo esseri territorializzati, incapaci di vivere esclusivamente in modo virtuale, mettendo da parte ogni elemento di corporeità. Milioni di individui fanno oggi, nei loro corpi, esperienza del fatto che la vita non è qualcosa di strettamente personale.

    Le virtù tanto lodate del mondo della comunicazione e dei suoi strumenti si rivelano del tutto impotenti a farci uscire dall’isolamento

    Le virtù tanto lodate del mondo della comunicazione e dei suoi strumenti si rivelano del tutto impotenti a farci uscire dall’isolamento. Nella migliore delle ipotesi, riescono a mantenere l’illusione di riunire i separati in quanto separati. Nel bel mezzo della crisi abbiamo acquisito almeno una certezza: nessuno si salva da solo. Con riluttanza, i nostri contemporanei sperimentano la fragilità dei legami che ci obbligano finalmente a superare l’illusione dell’individuo autonomo e serializzato.

    Capiamo che non si tratta di essere forti o deboli, vincenti o perdenti, ma che esistiamo, tutte e tutti, attraverso questa fragilità che ci permette di provare la nostra appartenenza al comune. La vita individuale e la vita sociale ci appaiono finalmente come due facce della stessa medaglia. Obbligati all’isolamento, scopriamo di essere attraversati da molteplici legami che non corrispondono affatto al disegno thatcheriano secondo il quale “non c’è società” ma solo individui.

    È il desiderio del comune (desiderio della vita), e non la minaccia, che ci permette di agire in questa situazione. In questo movimento di ribaltamento, i nostri punti di riferimento abituali si invertono: non si tratta più solo di me stesso e della mia vita individuale.

    Ciò che conta ora è in che cosa questa vita viene inserita, il tessuto attraverso il quale acquisisce senso. In questo momento in cui i legami sono ridotti alla pura virtualità comunicativa, ci sembra fondamentale pensare i limiti di questa astrazione.

    Pensare a ciò che non è sperimentabile tramite Skype o qualsiasi social network. Insomma, pensare a tutto ciò che costituisce in fondo la singolarità propria dei nostri corpi e delle loro esperienze.

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