Come la cultura uscirà dalla crisi: leggi l’intervista a Bertram Niessen per Cure Naturali

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    Valentina Neri, giornalista per cure-naturali.it, specializzata nel tema della sostenibilità nelle sue varie declinazioni: ambiente, stili di vita, finanza etica, economia sociale, intervista Bertram Niessen, direttore scientifico e presidente di cheFare.

    Stringere tra le mani il biglietto di un museo in cui finalmente potremo ammirare di persona quell’opera che finora abbiamo conosciuto soltanto in fotografia. Lasciarci trascinare dall’ondata di frenesia collettiva nel momento in cui si spengono le luci e l’artista fa il suo ingresso sul palco. Affondare nelle poltroncine di un cinema e dimenticarci il mondo esterno per un paio d’ore.

    Questi momenti sono parte integrante delle nostre vite e scandiscono i nostri ricordi, tant’è che li abbiamo sempre considerati come un diritto. Poi, da un giorno all’altro, sono stati improvvisamente paralizzati. Perlomeno nella loro dimensione di presenza fisica e quindi di condivisione con gli altri, amici o sconosciuti che fossero.

    Si tratta di un sacrificio imposto in funzione di un bene più grande, la salute pubblica. Ma pur sempre di un sacrificio di cui, ora come ora, non si vede la data di fine. In questo periodo “sospeso”, che ne sarà degli operatori della cultura? E tutti noi, come collettività, riusciremo a trovare modalità nuove per saziare la nostra sete di scoperta e appartenenza?

    Alla vigilia del lockdown, cheFare aveva iniziato un lavoro di mappatura dei nuovi centri culturali in Italia: fablab, biblioteche, librerie, cinema indipendenti, spazi occupati, cascine rigenerate. Ora che l’emergenza ha paralizzato le loro attività (almeno quelle in presenza), avete dato una nuova direzione e un nuovo significato anche a questo lavoro?

    Siamo rimasti molto sorpresi, perché avevamo lanciato laCall to Action poche settimane prima del lockdown e avevamo subito ottenuto una risposta superiore alle nostre aspettative. Da una parte, chi si occupa di questi temi in Italia ci conosce e segue il sito o la newsletter. Dall’altra parte, laCall si rivolge a soggetti tradizionalmente diversi che mettono insieme culture e pratiche sociali negli spazi. Il risultato è che già all’epoca avevamo raccolto quasi trecento segnalazioni da parte dei centri culturali, dei loro frequentatori e degli operatori che ci lavorano ma non li gestiscono direttamente.

    Quando è scattato il lockdown, anche noi (come tutti) siamo stati presi dalla riorganizzazione dei processi, quindi per un paio di settimane non abbiamo più fatto comunicazione. Quando abbiamo ricontrollato le candidature, abbiamo scoperto che erano quasi raddoppiate. Siamo stati i primi a stupirci.

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