Fatti di cultura: policy making e impatti

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    Nei prossimi giorni – dal 28 settembre – si terrà a Mantova la quarta edizione di Fatti di Cultura promosso e ideato da Pantacon, uno dei primi network di imprese culturali in Lombardia.

    cheFare vi partecipa proponendo due panel: Il primo è previsto il 29 settembre alle 10.00 presso HUB Santagnese 10 officina creativa e muoverà attorno ai temi dell’impatto e della sua misurazione, Misurare gli impatti. Ma quali? Verrano chiamati a confrontarsi Giovanni Pizzochero (Project Manager e ricercatore), Paolo Venturi (Economista, Università di Bologna) e Stefano Maffei (Professore di design, Politecnico di Milano).

    Il secondo panel sempre il 29 settembre (ore 14.30 HUB Santagnese10 officina creativa) affronterà invece la misurazione in chiave urbana: Città, spazi e cultura tra misurazione, valutazione e policy making, e a confrontarsi abbiamo chiamato Valentina Montalto (Economista della cultura), Marianna D’Ovidio (Sociologa) e Alessandro Rubini (Fondazione Cariplo, P.L. iC-InnovazioneCulturale).

    Riteniamo i due panel cruciali in quanto propongono una discussione attorno a una chiave spesso sottovalutata e fraintesa dell’impresa culturale: quella della misurazione e della sua relativa efficacia. Perché fare cultura significa fare politiche culturali, attivare cittadinanza e immaginare un presente consapevole e visionario.

    Abbiamo rivolto un paio domande ai relatori del 29 settembre anticipando così su l’Almanacco di cheFare quello che sarà il dibattito di Mantova a Fatti di cultura. È solo l’inizio.

    Mariana D’Ovidio

    (Sociologa, ricercatrice al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari)

    Nel suo ultimo libro, Richard Florida mette in discussione gli assunti della Classe Creativa sui quali ha basato gli ultimi 15 anni della sua attività. Nonostante i ricercatori di urban studies avessero messo in evidenza fin da subito il fatto che pure misure di city marketing non potessero rappresentare soluzioni sostenibili, le ricette facili proposte da Florida e dai suoi epigoni sono state abbracciate entusiasticamente dai policy makers di mezzo mondo. Cosa ci dice tutto questo sul ruolo pubblico degli studi urbani? C’è forse una deontologia da ripensare?

    Secondo me questo dice molto sul modo in cui si fa politica, e sul modo in cui si cercano risposte e strategie. Il grande successo delle proposte di Florida sta proprio, come dici tu, nell’essere presentate come “ricette”, ricette utili per risolvere il problema di tutte le città. Per di più, sono ricette costruite proprio per evitare il conflitto. Quindi, ripeto, non credo che il problema sia di un mancato “social and political engagement” da parte degli studi urbani in generale, ma della politica che, da un lato, non vuole rischiare, facendo scommesse troppo impopolari, e dall’altro, dell’egemonia del pensiero neoliberale.

    Se guardiamo ai paesi anglosassoni, ad esempio, vediamo che quando la politica guarda alla sociologia per ottenere supporto, questo spesso comporta uno spostamento verso posizioni meno radicali da parte della sociologia e che lì il confine tra progettazione, riflessione teorica e discipline è più sfumato rispetto all’Italia (e forse all’Europa continentale).

    Spostiamo ora il fuoco sul nostro paese. Sociologia è spesso usato in maniera dispregiativa, capita di leggere editoriali di testate giornalistiche nazionali dove ci si vanta di “non fare della sociologia” come se fosse una brutta abitudine. I sociologi italiani riescono ad avere una voce pubblica su poche questioni, tra cui ad esempio il welfare; ma quando si parla di città, la sociologia urbana è pressoché assente. La sociologia urbana sembra essere una scienza pavida, che si nasconde dietro una profonda critica sociale (nella migliore delle ipotesi) senza azzardare soluzioni ai problemi perché la responsabilità della scelta è politica. Weber scrive nel suo metodo delle scienze storiche-sociali che la rilevanza delle discipline sociologiche stia in primo luogo nella possibilità di offrire “a colui che agisce, la possibilità di misurare tra loro le conseguenze non volute e quelle volute del suo agire”. Sarebbe forse il caso di ritornare ai classici.

    Quando ci si sposta da un approccio radicalmente quantitativo si ha spesso l’impressione che i tentativi di misurare “la creatività” di un determinato spazio urbano perdano di vista l’oggetto stesso della propria analisi, riducendolo ad una serie di indicatori che non sono in grado di restituire la complessità qualitativa della realtà. È così? Esistono rimedi?

    Questo è vero per definizione, la domanda è un po’ tautologica, messa così. La misurazione quantitativa non può dare conto delle sfumature qualitative, questo è vero. Ha però dei vantaggi, che sono noti. Dal mio punto di vista non ha più senso guardare solo alle statistiche o solo alle ricerche qualitative. Ormai è chiaro che una buona ricerca la si fa solo con un approccio misto, indipendentemente dalla domanda di ricerca.

    Io invece vedo un altro problema, direi epistemologico, che sta tutto nella pratica della ricerca: quando ci si sposta verso un approccio più quantitativo, di solito lo si fa perché si cerca di misurare l’impatto economico della creatività, e quindi si rischia di snaturare la creatività in posti di lavoro (indipendentemente dalla loro qualità), fatturati (indipendentemente dalle tasche a cui arrivano) e così via. E qui sta tutto il problema: cioè chiarire cosa si intende misurare e per quale motivo si intende farlo. Se, ad esempio, vogliamo misurare quanto la creatività sia in grado di portare inclusione sociale (in senso ampio) dovremmo fare uno sforzo per misurare sia la creatività che l’inclusione in tutte le loro dimensioni.

    È vero che si tratta di un’operazione molto faticosa, che rischia di portare ben pochi frutti, e che spesso (sempre?) viene risolta con analisi qualitative, di casi studio, che riescono a restituire tutte le famose sfumature, ma, dal punto di vista prettamente metodologico, non vedo nessun ostacolo.

    Stefano Maffei

    (Professore di design, Politecnico di Milano)

    Quando si ragiona in termini di impatti, misurazioni e valutazioni si pensa solitamente al contributo di discipline come le scienze politiche, la sociologia o l’economia. Qual’è il valore aggiunto che può dare il design da questo punto di vista?

    La questione della valutazione dell’impatto è a mio parere un tema controverso in cui molte discipline si stanno avventurando con un approccio che sarebbe IMHO da discutere: vedo passarmi sotto il naso cose come i cosiddetti indicatori, o i tool-metodi di qualsivoglia disciplina senza che si parli mai minimamente dei due concetti fondamentali (da un punto di vista epistemologico o scientifico-operazionale) che sono quello della definizione di che cos’è la valutazione stessa e che statuto d’azione ha rispetto all’oggetto da valutare (ontologico? politico? convenzionale-economico?) e quello della definizione dell’oggetto stesso della valutazione (campo) che vogliamo valutare.

    Gli approcci tradizionali che costruiscono _ perdonatemi la provocazione _ metriche di cartone ad uso e consumo dei processi di costruzione di consenso dell’azione politico-economico-trasformativa sono, più che dei sistemi di valutazione, dei sistemi di orientamento del campo.

    La parola che nessuno vuol sentire pronunciare è complessità che mal si concilia con la visione riduzionista-operazionalista-attivista imperante.

    Non esiste nessuna speranza di poter individuare la natura causale di fenomeni sistemici interdipendenti e di misurarli nella loro dinamica attesa immaginando, se mai fosse possibile, l’effort di modellizzazione e calcolo che sarebbe necessario.

    Il contributo del design (che si occupa di trasformazioni nella sua estensione più ampia di significato) è quello di mettere sabbia nella macchina oleata dei processi politico-decisionali e nel conseguente sistema consulenziale opportunistico che si è costruito interno. Usare un pensiero che dà il suo meglio nel problem setting per smontare con pazienza lo scientismo che orbita attorno a questo tema.

    Ma si sa…la vita economica non chiede dubbi (pericolosi) ma certezze. Il dubbio spegne gli ardori e gli affari. Meglio una cosa apparentemente sensata ma nella sostanza infondata che fare niente e criticare.  Quindi il risultato del dibattito è..palla avanti e pedalare.

    Cosa vuol dire, praticamente, “progettare le politiche”?

    Prima di tutto una distinzione. Nella lingua inglese la differenza tra politics e policy mette a fuoco un primo fraintendimento pericoloso che l’imprecisione dell’italiano e della sua cultura profondamente intrisa di idealismo non chiarisce.

    Il design che si occupa di individuare, analizzare, studiare, progettare le trasformazioni. Quindi, rispettando la distinzione dell’inglese, si occupa di progettare le policy, ovvero i sistemi, i processi e gli atti trasformativi stessi, con cui l’azione delle politics (il mondo dei valori, delle credenze, delle identità, delle relazioni, degli interessi…) si manifesta concretamente nel mondo. I policymaker sono in questo senso dei potenziali designer (pur non appartenendo al campo disciplinare) che come tali devono immaginare una relazione con la politics che ne legittimi il ruolo, ma che allo stesso tempo devono migliorare la loro capacità di compiere atti trasformativi che appartengono a livelli e processi differenti.

    Il design lavora da molto tempo (design strategico a scala territoriale, service design, design e social innovation, interaction design…) sulla costruzione di capacità negli individui e nelle organizzazioni di adattare, creare e utilizzare un approccio e dei processi che consentano di costruire processi condivisi, trasparenti, pragmatici.

    Anche perché le policy _ nella discussione su cosa sia il tema della governance e del potere nelle grandi entità sociali contemporanee (lo stato? le regioni? la città?)_ generano quasi automaticamente nella loro attivazione all’interno dell’amministrazione una traduzione in termini di filosofia, organizzazione, offerta di servizi (che sono una dimensione che il design sa certamente affrontare).

    Valentina Montalto

    (Economista della cultura, Joint Research Centre JRC – European Commission’s Science Service, Ispra)

    Dall’inizio degli anni ’90 si sono succeduti decine di strumenti diversi per misurare l’impatto delle industrie culturali e creative sui territori. A che punto siamo arrivati?

    È proprio così. A partire dagli anni ’90, si registra una domanda crescente di metriche e metodologie sull’impatto dei settori culturali e creativi, spesso difficili da valutare vista la natura intangibile e il valore fortemente simbolico dei loro prodotti e servizi. Anche in sede europea, Eurostat – l’ufficio statistico europeo – si è « attrezzato » per misurare in maniera più precisa, comparabile e regolare questi settori. L’Unione europea, inoltre, invita sempre di più le città a dotarsi di indicatori e tecniche di valutazione che permettano di monitorare e valutare gli impatti dell’investimento culturale. Non a caso, diverse capitali europee della cultura si sono mobilitate in tal senso: Liverpool 2008 (città pioniere sul tema), seguita poi da Essen 2010, Turku 2011, Kosice 2013 e Mons 2015.

    A che punto siamo? Bella domanda. Credo si tratti di un momento molto particolare in cui o si fa la svolta definitiva oppure gli sforzi fatti finora diventeranno carta straccia. Mi spiego: abbiamo maturato un’importante consapevolezza degli effetti benefici che la cultura e la creatività possono avere sui territori, a dei fini di immagine, di rigenerazione urbana ma anche di nuove economie che pian piano stanno contribuendo a riconfigurare le economie cittadine.

    Siamo ancora lontani dalla ripresa, ma si vedono i semi di un nuovo sistema economico, più aperto, « opensource » e collaborativo, di cui i professionisti della cultura e della creatività sono stati i pionieri. Questa consapevolezza è nata anche grazie ai numerosi studi e dati prodotti sul tema. Grazie a queste ricerche, però, sappiamo anche che i (pochi) dati a disposizione sono davvero limitati. Finora, ci siamo accontentati di misurare « quel che si può ». Ed è importante che lo abbiamo fatto.

    Ma dopo vent’anni, non possiamo più accontentarci. Uno, perché la nostra sete di domande resta insoddisfatta (la nostra, è un’offerta culturale inclusiva? Chi sono i « pubblici » della cultura? Quali sono gli impatti della partecipazione culturale sull’impegno civico o sul capitale umano? Qual è l’impatto dell’economia creativa sui salari dei creativi (e non), sulla gentrificazione o sulle diseguaglianze?). Due, perché, « Not everything that counts can be mesured and not everything that can be mesured counts » (A. Einstein). Ma senza misura, restano le opinioni. I numeri non sono certo il punto di arrivo ma quello di partenza per una discussione più consapevole sul tema. Terzo, perché viviamo nell’era dei big data e mi rifiuto di pensare che non si possano estrarre da questi nuove e rilevanti informazioni sul tema. Non lo dico io, ma quei (pochi) ricercatori brillanti che ci hanno cominciato a lavorare. Mi riferisco in particolare ai lavori di NESTA per mappare in maniera più esaustiva il settore dei videogiochi, per esempio (http://www.nesta.org.uk/publications/map-uk-games-industry).

    Credo sia necessario mettere sempre più a lavorare insieme decisori politici e progettisti culturali, da un lato, e ricercatori con profili diversi (economisti, scienziati sociali e data scientists, per cominciare), dall’altro, per produrre dati e ricerca di qualità. I primi aiuteranno nella formulazione delle domande, i secondi nell’adozione dei metodi necessari per estrarre e analizzare nuovi dati. L’interpretazione dei dati sarà frutto del lavoro collettivo.

    Forse sono troppo ottimista, ma chi mi conosce sa che l’ottimismo non è esattamente il mio punto forte! Se sono fiduciosa è perché l’esperienza al JRC e il contatto sempre più regolare con il mondo della ricerca, mi sta portando a vedere le cose sotto un’altra ottica.

    Pier Luigi Sacco, per esempio, combinando dati disponibili con metodi di analisi quantitativi robusti, sta tirando fuori dei risultati davvero interessanti e incoraggianti. Andate a dare un’occhiata ai suoi ultimi articoli, giusto per citare i più recenti, sull’impatto della partecipazione culturale sul consumo di cibo organico o ancora quello di Davide Quaglione, Ernesto Cassetta, Alessandro Crociata e Alessandro Sarra sul risparmio energetico.

    Al JRC ho avuto anche la fortuna di cimentarmi in un progetto per me straordinario che cerca appunto di rispondere ai dei bisogni di policy mobilitando competenze scientifiche. È così che abbiamo sviluppato il Cultural and Creative Cities Monitor, una piattaforma interattiva che permette di valutare 168 città europee su 29 indicatori (selezionati dai circa 200 indicatori inizialmente considerati). I dati sono stati raccolti da fonti europee ufficiali – principalmente Eurostat – ma anche da TripAdvisor come fonte sperimentale.

    La piattaforma non risponderà certo a tutte le nostre domande, ma si tratta del primo tentativo di mettere assieme dati comparabili per un campione così ampio di città che non include solo Parigi, Londra, Barcellona o Milano, ma anche Matera, Bordeaux, Essen e Turku, per citarne alcune. Potete trovare tutti i dati, il rapporto con la nostra analisi dei risultati e tutti i dettagli metodologici qui : https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/cultural-creative-cities-monitor/

    Quali pensi che possano essere, in quest’ambito, le forme di integrazione più efficaci tra le politiche a livello europeo e quelle a livello micro-regionale ?

    Più che di integrazione di politiche parlerei di integrazione di pratiche e ricerca delle competenze giuste, come suggerito prima. A livello europeo, per esempio, è stato istituito qualche anno fa un gruppo di lavoro per favorire lo scambio di esperienze e tra le capitali europee della cultura in tema di valutazione (https://ecocpolicygroup.wordpress.com). Un altro tentativo lo si è fatto con il nuovo regolamento per le capitali dal 2020 al 2033 dove si elencano gli indicatori « minimi » che una capitale europea della cultura dovrebbe rendere disponibili per misurare l’impatto dell’evento (http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=uriserv:OJ.L_.2014.132.01.0001.01.ENG). Gli indicatori non saranno esaustivi ma sono già un buon punto di riferimento affinché le città si preparino alla raccolta dei dati necessari a produrre questi indicatori.

    Al di là della valutazione dei « grandi eventi », il Cultural and Creative Cities Monitor potrebbe giocare un ruolo molto importante nei piani di ricerca futuri relativi all’impatto che la cultura e la creatività possono avere sullo sviluppo urbano – economico e sociale. Si tratta infatti della prima piattaforma che mette a disposizione dati comparabili per ben 168 città europee. Per comparabili intendo dire che, per esempio, mentre i dati sull’occupazione culturale e creativa spesso misurano l’occupazione in settori diversi (alcuni includono l’industria del cibo, altri no, per fare uno dei tanti esempi possibili), qui viene utilizzata la stessa definizione per tutte le città. Quindi sappiamo che i dati sull’occupazione a Milano e Parigi misurano esattamente la stessa tipologia di lavori.

    L’argomento è complesso, ma spero renda l’idea. Certo, resta il fatto che il Monitor non è uno strumento pienamente esaustivo – dove sono, per esempio, i dati sui luoghi informali di cultura o sull’accesso alla cultura via web ? Chi ha lavorato sui dati sa bene che si tratta di dati molto difficili da ottenere, soprattutto a livello di città..e per 168 città ! L’obiettivo è proprio quello di completare e affinare il Monitor nelle edizioni future anche grazie a un migliore uso del web e del coinvolgimento delle città stesse che, viste le potenzialità di un tale esercizio, potrebbero essere più motivate a raccogliere e fornire dati di buona qualità. Abbiamo in effetti già ricevuto delle proposte da alcune città in questo senso.

    Ma il Monitor è uno strumento operativo già oggi perché permette di 1) valutare in cosa le diverse città vanno meglio e dove meno bene ; 2) identificare in cosa città simili identificabili in base alla popolazione, PIL pro capite e tasso di occupazione vanno bene (se nell’offerta culturale pro capite, per esempio, o sul numero dei turisti attirati o sull’occupazione nei settori culturali e creativi) al fine di instaurare con queste un dialogo o avviare un progetto europeo a fini di apprendimento reciproco (anche sul tema della valutazione) ; 3) inserire dei dati di « scenario » (per esempio un maggior numero di turisti o di visitatori museali previsto) per capire che tipo di impatto certe politiche potrebbero avere sulla performance complessiva della città sul Culturale and Creative Cities Index ; 4) « interrogare » i dati raccolti e messi liberamente a disposizione degli utenti interessati (V. Annex C – https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/cultural-creative-cities-monitor/) su questioni come : «Qual è l’impatto della cultura sull’occupazione e la crescita?”. Inoltre, grazie alle future edizioni che verranno pubblicate ogni due anni a partire dal 2019, sarà anche possibile monitorare l’evoluzione della performance delle città, sugli indicatori selezionati e arricchiti nel tempo.

    Giovanni Pizzochero

    (Project Manager e ricercatore)

    Il termine “valutazioni d’impatto” è quasi ammantato da una sorta di aura mistico-tecnica, come se aiutasse ad invocare l’intervento di forze super partes in grado di dirci – finalmente – cosa funziona e cosa no in questo mondo così complicato. Eppure nella costruzione delle valutazioni d’impatto i presupposti politici e, perché no, filosofici sono assolutamente determinanti. Come ricostruiresti questa relazione?

    L’impatto ha una profonda valenza politica fin dalla sua etimologia. Dal latino “impingere” spingere avanti, spingere avanti in modo netto e quindi urtare, cambiare di stato. In qualche modo l’impatto porta in sè il concetto di cambiamento e di conflitto, l’essenza stessa della politica (sia quello caratterizzante le ideologie storiche, sia, più semplicemente, la ricomposizione di differenti interessi, la politica come mediazione).

    La valutazione di impatto ha a che fare con fenomeni strettamente connessi alla vita delle persone. Per citare l’antropologo De Castro “confrontare il commensurabile è un compito che spetta ai contabili, soltanto l’incommensurabile merita di essere confrontato”: questo incommensurabile spetta prima alla filosofia, e poi alla politica.

    Ma se la valutazione d’impatto è in qualche modo incardinata su presupporti politici allora i punti di attenzione sono tre: il primo è quello di non confondere gli effetti (che la valutazione è chiamata a misurare) con le cause. Il secondo è la relazione con il contesto, che richiede un approccio “democratico” e aperto all’intelligenza collettiva. Il terzo ha a che fare con la scala: le dimensioni dell’impatto contano. Siamo chiamati ad ampliare l’orizzonte, per fare il salto di scala: dalla singola iniziativa (di innovazione) sociale, alla visione ecosistemica.

    Dal punto di vista empirico, in questo senso, come si costruisce il legame tra valutazioni d’impatto e misurazioni?

    Il fatto che non esista nè una definizione univoca di misurazione di impatto, né uno standard universalmente riconosciuto, dice molto, nel bene e nel male. Se la misurazione ha una natura più oggettiva, la valutazione include componenti di soggettività. E’ qui che subentra l’interpretazione politica. In questo campo vale il principio di Heisenberg: l’atto stesso dell’osservazione modifica gli oggetti osservati, o per dirla meglio, chi valuta è parte del sistema e deve relazionarsi con esso in una logica partecipativa, mediante processi di coinvolgimento.

    In particolare è forse alle imprese che è richiesto il cambio culturale più grande: smettere di ragionare “per performance” e cominciare a ragionare “per impatti”. Perché i soggetti economici non sono estranei al contesto in cui operano, perché l’impatto integra anche il punto di vista dello stakeholder, a differenza della trimestrale, favorisce la creazione di capitale relazionale, e perché ampliare la prospettiva permette di includere nell’agire economico anche quell’”incommensurabile” di cui il nostro sistema economico avrebbe un grande bisogno.

    Alessandro Rubini

    (Programme Officer di Fondazione Cariplo e Project Leader iC-InnovazioneCulturale)

    Ormai è noto che le performance dei soggetti che agiscono nell’ambito culturale sono molto diverse sia da quelle di chi agisce nel mercato puro che da quelle di chi agisce esclusivamente nel settore pubblico. Quali sono secondo te i fattori o le dimensioni che differiscono maggiormente? Cosa ha veramente senso prendere in considerazione?

    La qualità dell’azione culturale di un ente nel breve periodo non è linearmente correlata alla sua capacità di avere entrate pubbliche o private che dipende invece da capacità di altro tipo (nel medio periodo questa correlazione tende però ad aumentare). La cultura è intrinsecamente nemica dell’opportunismo, che invece è spesso (soprattutto nel breve periodo) premiato sul mercato. Il contesto pubblico invece tende a premiare comportamenti conservativi e autoreferenziali che non necessariamente reprimono la qualità, ma ne rendono difficile il rinnovamento. L’innovazione culturale differisce da modelli di mercato o della pubblica amministrazione perché del primo acquisise il dinamismo e il rischioso sistema di validazione ma non l’opportunismo, del secondo acquisisce la vocazione sociale ma non le protezioni.

    Scegliere di prendere in considerazione una forma di misurazione piuttosto che un’altra è una grande forma di responsabilità per un policy maker. Quali credi che siano le principali forme di cautela deontologica da mettere in atto?

    Le dimensioni da considerare per le imprese culturali rimangono quelle legate all’economicità in quanto inevitabilmente costituiscono la sua linea di sopravvivenza e quelle legate al rapporto con l’audience diretta e indiretta in quanto ne costituiscono la sua prospettiva di senso e di costruzione di valore.

    Paolo Venturi

    (Economista, Università di Bologna)

    La ricerca e la pratica sul terzo settore in Italia ha sviluppato alcuni strumenti importanti per misurare il valore non strettamente economico delle attività sociali. Quali sono secondo te i più significativi?

    L’emersione del tema dell’impatto sociale generato dagli Enti non profit ed in particolare delle imprese sociali, nasce dalla fase di passaggio che il Terzo settore italiano sta attraversando e che si lega inevitabilmente alla transizione da un modello di welfare state ad uno di welfare society (o “civile”), due sistemi di welfare che si basano su altrettanti principi.

    Da un lato, quello di redistribuzione, in cui lo Stato preleva dai cittadini risorse tramite la tassazione e le redistribuisce attraverso il sistema di welfare; dall’altro, il principio di sussidiarietà circolare in cui i cittadini sono coinvolti nel processo di pianificazione e di produzione dei servizi (co-produzione), che supera la dicotomia pubblico-privato (ovvero Stato-mercato) aggiungendovi una terza dimensione, quella apportata dai beni e servizi generati dal soggetti privati che però svolgono una funzione pubblica. Passare da una logica di produzione ed erogazione di servizi ad una di produzione condivisa con i beneficiari di quei servizi (co-produzione) postula un cambiamento di prospettiva e rende centrale la valutazione.

    Se ai tempi del welfare state era sufficiente rendicontare (dare conto dell’uso delle risorse) nell’era del welfare generativo è indispensabile valutare, ossia dare valore. La valutazione d’impatto sociale per il non profit, pertanto non entra solo su “cosa” e “quanto” viene fatto ma sul “come” e su il “cambiamento” generato. In questo senso il non profit non deve avere paura, ma deve accogliere con soddisfazione questa sfida poiché è un’occasione per rendere esplicita la propria “biodiversità”.

    Quali sono secondo te le affinità e le divergenze tra il mondo del sociale e quello della cultura?

    Capitale culturale è una forma di “capitale” e in quanto tale può essere misurato. Per capire come ci viene in aiuto F. Benhamou quando dice “Sarebbe spiacevole che nel momento in cui la scienza economica comincia a prendere in considerazione la dimensione qualitativa di ciò che misura, l’economista si ostinasse a considerare solo i ritorni commerciali degli investimenti culturali”. (L’Economia della Cultura, Il Mulino, 2000).

    Occorre cioè allontanare dal tema della valutazione dell’impatto delle attività culturali, quella visione utilitaristica che spesso nasce ricombinando in maniera additiva, la dimensione economica con quella culturale. Il riduzionismo della visione economica ha reso il dibattito sul “valore della cultura” una mera esternalità.È quindi indispensabile non sottomettere la valutazione al solo criterio di efficienza, pena il rischio di parametrare i beni e i servizi culturali al pari di merci qualsiasi.

    Pertanto, nell’avventura della valutazione dell’impatto, il primo rischio da evitare è quello di adattare gli strumenti di analisi della teoria economica mainstream alle attività culturali.

    Note