Il nastro, la montagna. Maria Lai pioniera dell’arte relazionale

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    Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Antinomie in basso per leggere il testo completo.

    In occasione di Cucire il tempo. L’arte come tessitura del quotidiano (a Mantova, alle Pescherie di Giulio Romano, da domani al 7 novembre), progetto di Stefano Baia Curioni e Melina Mulas con opere di Sonia Costantini e Maria Lai (sino al 27 settembre), Marta Allegri e Irene Lanza (dal 28 settembre al 17 ottobre), Rosanna Bianchi Piccoli e Antonella Zazzera (dal 19 ottobre al 7 novembre), allo Spazio Te di Palazzo Te si terrà domani alle 18 una conferenza su Maria Lai di Elena Pontiggia e Maria Sofia Pisu (prenotazione a spaziote@fondazionepalazzote.it), nel corso della quale verrà anche proiettato il video di Tonino Casula su Legarsi alla montagna. Proponiamo qui l’intervento di Pontiggia.

    Maria Lai ha avviato in Italia l’arte relazionale, cioè un’arte che non nasce dall’io dell’artista, ma da una azione corale. Ora mi spiego meglio, ma prima vorrei fare una premessa, ricordando le parole di Baudelaire e di Gadda. “La modernità è la metà dell’arte: l’altra metà è la sua eternità”, ha scritto il primo nel Pittore della vita moderna. “Se un’idea è più moderna di un’altra è segno che non sono immortali né l’una né l’altra”, ha scritto il secondo nella Cognizione del dolore. In questo senso l’arte relazionale non va intesa in senso evoluzionistico, come se fosse un’arte “più moderna” di altre, ma piuttosto va considerata una possibilità espressiva che può aggiungersi ad altre possibilità, allo stesso modo in cui l’invenzione del cinema non ha certo cancellato il teatro.

    Note

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