Iconologie del tatuaggio: scritture del corpo e oscillazioni identitarie

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    Se cerchiamo “tatuaggi” su Google Immagini, ci troveremo davanti una ricca galleria che va dai tatuaggi semplici e discreti a quelli che ricoprono tutta la superficie del corpo correndo dal collo ai polpacci e che costruiscono un insieme eterogeneo di simboli tenuti insieme dalla superficie della pelle.

    Potremmo anche incappare in tatuaggi che riproducono cartoni animati o simboli matematici, o in quelli che vogliono rappresentare fedelmente volti, animali, paesaggi, opere d’arte, passando per strofe di canzoni o frasi di poesie; non dimentichiamoci dei tatuaggi che sfruttano particolarità del corpo del tatuato, come cicatrici e nei, o di quelli che costruiscono illusioni ottiche.

    Tra i molti, qualcuno attira l’attenzione più di altri: si passa da un’enorme tigre nell’atto di saltare che ricorda il tratto dei bambini alla realizzazione di tatuaggi e disegni creati da talenti pari a quelli di artisti contemporanei.

    Grazie a queste performance, negli ultimi anni questa forma di raffigurazione su pelle è entrata di diritto tra le pratiche artistiche moderne, sullo stesso piano di pittura e scultura.

    Ne sono testimonianza le recenti mostre dedicate a questo tipo di arte allestite a Torino e a Roma e il tatuaggio ha raggiunto anche il tempio italiano dell’arte contemporanea della Biennale di Venezia, in cui, nel 2017, sono state esposte tre fotografie di tatuaggi eseguiti da Gabriele Pellerone. Ma non sono solamente le fotografie a celebrare l’arte del tatuaggio nei musei: in molte occasioni i loro stessi portatori sono rimasti impassibili di fronte alla folla di osservatori, immobili nel loro ruolo di mostrare la propria pelle inscritta.

    Celeberrimo il caso del famoso maiale Tim, il cui corpo è stato tatuato dal noto artista belga Wim Delvoye, il quale è solito colorare la pelle dei suini con ritratti di principesse Disney o con loghi di case di moda come Chanel o Vuitton.

    Ora, se c’è qualcosa di comune a tutte queste manifestazioni eterogenee è una specie di vocazione principale: quella di segnare la pelle. Non esiste tatuaggio senza segno. In tutte le culture, in tutti i secoli, in ogni stile, il tatuaggio è il tentativo di permettere alla nostra pelle di parlare, di significare e dire qualcosa su di noi e sul nostro habitat culturale.

    Il tatuaggio è due volte segno

    Dunque, il tatuaggio è due volte segno: è segno in quanto incisione sulla pelle ed è segno perché parla di qualcos’altro, significando qualcosa per qualcuno.

    È questo quanto emerge dal libro Iconologie del tatuaggio – Scritture del corpo e oscillazioni identitarie(Meltemi), a cura di Gianfranco Marrone e Tiziana Migliore (2018), che raccoglie la coraggiosa sfida di mappare e descrivere questa pratica e i modi in cui oggi può essere inteso il tatuaggio in tutte le sue sfaccettature, concentrando lo sguardo sui modi in cui si inserisce all’interno delle dinamiche culturali e sociali dei nostri giorni.

    Dall’essere considerato, agli inizi del Novecento, il simbolo che identificava malfattori e delinquenti o il segno di pratiche tribali appartenenti di culture lontane, il tatuaggio ha ormai subito una profonda trasformazione all’interno delle nostre culture. Da un lato è stato sottoposto a un processo che Paolo Fabbri definiva “artificazione”, arrivando così a conquistare uno statuto artistico a seguito di un percorso lungo e tortuoso, che conduce al riconoscimento del tatuaggio come opera d’arte. Dall’altro si è invece enormemente popolarizzato, amplificando così i suoi significati possibili attraverso l’incontro di gusti e di necessità espressive molto eterogenee, che passano dall’imprimere indelebilmente sulla pelle una data o un ricordo simbolicamente pregnante fino all’assolvere una mera funzione estetica, senza investimenti valoriali particolari.

    Ecco allora che, di fronte a questa molteplicità di direzioni, l’attenzione si sposta su un’altra questione, ovvero il supporto che incarna il tatuaggio e lo rende possibile: il corpo.

    Il primo tema, intimo e fenomenologico, concerne allora il dolore e il suo ruolo nella pratica del tatuaggio, considerando anche i vari processi di realizzazione e il valore che viene attribuito alla sua sopportazione, affinché il tatuaggio venga realizzato. In questo senso, il dolore può venire compreso sia come un inevitabile correlato dell’esperienza del tatuaggio, sia come qualcosa di profondamente significante all’interno di questa pratica, a volte arrivando addirittura a superare l’importanza del tatuaggio stesso.

    È il caso, su cui lavora Giuditta Bassano, del progetto Brutal Black del collettivo 3Kreuze, in cui tutti i progetti di significato del tatuaggio svaniscono nelle profondità del nero inchiostro. Dal momento che, a loro parere, il tatuaggio è oggi diventato «una cosa di plastica, senza anima, in mano alla moda, ai media, alla cultura pop» (Kaviani 2017), il loro obiettivo è riportarlo a qualcosa di originario e di mitico, indietro fino alle pratiche ancestrali in cui il dolore costituiva una parte non irrilevante della pratica stessa del tatuarsi.  Per questo, il loro dovere è garantire il maggior dolore possibile in un disegno che non c’è. Ciò che deve rimanere dopo essersi sdraiati nel loro studio è solamente una estesa macchia di inchiostro nerissimo e il ricordo di un’esperienza straziante, in cui il dolore non si esaurisce nei momenti appena successivi alla sessione, ma è supposto persistere per giorni. Si tratta di un ritorno al rito di passaggio attraverso il dolore, in cui la sofferenza e la sua sopportazione indica un grado di maturità tale da poter entrare a far parte della società degli adulti: una fase performativa assimilabile alla fase di marchiatura dell’eroe (Greimas 1972).

    Ma il corpo e la pelle non sono importanti solamente come supporti attraverso i quali mostrare i propri segni tegumentari, capaci di comunicare al mondo la sofferenza che si è stati in grado di sopportare. Alle volte è all’opera il significato opposto: alcune ferite possono essere nascoste dai tatuaggi, fornendo delle ancore materiali intorno alle quali “costruire” un disegno capace di inglobare i segni sulla pelle all’interno della sua struttura.

    Questo succede spesso per le cicatrici, soprattutto se riportate su parti del corpo estremamente visibili, come ad esempio nella piccola cicatrice rosso sgargiante trasformata nella spada di Dart Vader.

    C’è poi la soluzione che combina entrambe queste pratiche, in cui è la cicatrice stessa a divenire “tatuaggio”, come nelle pratiche della scarificazione, dell’incisione con utensili appuntiti o del tattoo branding, in cui l’individuo viene marchiato a fuoco con degli stampi appositi.

    In tutte queste pratiche, attraverso il tatuaggio il corpo acquista una identità unica, perfetto esempio di bricolage in cui si ottiene un nuovo oggetto dalla composizione originale di elementi già esistenti. A questo proposito, è interessante rivolgere lo sguardo a una pratica riguardante tatuaggi che raffigurano mappe e cartine, la quale consiste nell’aggiornare il tatuaggio a seconda dei posti visitati.

    Quello che questi tatuaggi ci raccontano è una storia, una trasformazione, un divenire che testimonia avvenimenti che si succedono in diacronia e che corrispondono alla storia dei viaggi e della vita dell’individuo, che li continua ad aggiornare a ogni nuovo luogo visitato.

    Insomma, nelle nostre società il tatuaggio ha conquistato il ruolo di narratore di storie e di trasformazioni individuali, che si possono leggere attraverso la pelle. Una considerevole spinta in questo senso è data dalle rappresentazioni dei tatuaggi offerte dai media, che circolano in gran numero nella nostra società. In tv si moltiplicano i reality show e le serie tv che vedono come protagonisti i tatuaggi e le persone che li hanno o che li fanno. Al tempo stesso, la produzione cinematografica ha sempre più spesso costruito personaggi e interi lungometraggi sui tatuaggi e sulle pratiche che li includono. Si pensi ad esempio al film Memento, in cui il tatuaggio ricopre un ruolo fondamentale ai fini dello svolgimento della trama, che fin dal trailer fornisce degli indizi della funzione imprescindibile dei tatuaggi all’interno del film.

    Il tatuaggio è un segno che contribuisce in modo significativo a determinare l’identità del suo portatore

    Ma proprio perché racconta una storia, un tatuaggio, come tutti i segni, può mentire. Come mentiva la piccola M che mio padre ha sempre avuto tatuata sull’avambraccio. Spacciata per anni per l’iniziale del mio nome, Martina, quella M era in realtà l’iniziale del nome di una sua ex fidanzata. Dietro i tatuaggi e dietro la loro funzione narrativa c’è quindi innanzitutto una volontà di far credere e di comunicare ciò che si è, ma anche innanzitutto ciò che si vorrebbe essere. Questa volontà può essere deformata, come ad esempio nei molti tatuaggi in ideogrammi impressi sulla pelle dal suo portatore con lo scopo di significare “amore”, “amicizia” o “buona fortuna”, ma che invece si è poi scoperto essere il corrispettivo in lingua cinese o giapponese di parolacce, offese o ricette di cucina. In questo caso, il meccanismo di menzogna è messo in pratica dai tatuatori, sfruttando proprio la natura segnica del tatuaggio, che proprio perché può ingannare, può essere utilizzato per mentire non solo a coloro che vedranno il tatuaggio, ma anche al suo stesso portatore.

    Attestazione di un dolore subito, di un viaggio compiuto, dei tempi che cambiano, il tatuaggio è un segno che contribuisce in modo significativo a determinare l’identità del suo portatore. Prima di ogni parola detta e di ogni azione diretta verso l’altro, il tatuaggio serve a riconoscere colui che lo porta, a comunicare chi si vuole essere e a preparare l’altro al contatto con noi. Nella società liquida, come troppo spesso si sente dire, c’è qualcosa che vuole essere così indelebile da essere portato per sempre sulla pelle attraverso il dolore. Il libro di Marrone e Migliore è allora una testimonianza di questa sua fenomenologia.

    Immagine di copertina: ph. Janko Ferlič da Unsplash

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