Consapevolezza urbana e narrazione di comunità a Palermo

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    Consapevolezza urbana è una formula che calata nel contesto di Palermo può facilmente suonare come un ossimoro: una contraddizione in termini. La semplice sopravvivenza quotidiana in questa città sembra richiedere infatti, piuttosto, un accurato e costante esercizio di inconsapevolezza. Non di pazienza, perché non è verosimile che il cittadino medio possa averne a sufficienza, ma di dimenticanza. Bisogna rimuovere fette considerevoli di esperienza urbana come il traffico leggendario, la “munnizza” con la sua stratificazione di odori nauseabondi, i decibel di rumore selvaggio, desideri innocui come pianificare una corsa in autobus, il tutto sullo sfondo della costante contraddizione performativa di un’urbanistica figlia delle mani messe sulla città dalla “borghesia mafiosa”, di un’organizzazione delirante degli spazi urbani in cui ogni «luogo senza senso e disfunzionale», come scrive Davide Leone, ribadisce al cittadino «la dimostrazione fisica che non può fare affidamento sull’agire pubblico né tanto meno sul senso di comunità». Questa insensatezza è poi particolarmente acuta in un ambito cittadino come quello dei quartieri Zisa, Noce e Danisinni, dove da giorni antichi, che gli abitanti in genere non contano e non raccontano, convivono ignari di sé e dell’altro monumenti e catoi.

    È con queste premesse, in questo territorio, che un progetto destinato a ragazze e ragazzi dagli 11 ai 17 anni come Traiettorie Urbane, finanziato da Fondazione EOS e da Impresa sociale Con i Bambini, si concentra sulla consapevolezza urbana e sulla narrazione di comunità, con l’obiettivo di fare dell’azione progettuale – per quanto inevitabilmente circoscritta, come ogni intervento del genere – un contributo di radicalità. Di creare le condizioni affinché ragazzi e ragazze possano essere protagonisti di una storia che, per una volta, non sono altri a raccontare.

    In dialogo con l’intervento sull’altro asse territoriale del progetto, che connette i quartieri Kalsa, Sant’Erasmo e Romagnolo, dove l’ecomuseo Mare Memoria Viva ha fatto di questi temi un pilastro della sua azione educativa, la promozione della consapevolezza urbana ha ispirato innanzi tutto nell’asse Zisa-Noce-Danisinni un lavoro di mappatura dell’esistente che alla dimensione top-down affianca un approccio partecipativo bottom-up, coinvolgendo ragazzi e ragazze, operatrici ed operatori in una cartografia cognitiva ed emozionale del territorio cittadino.

    Raccontare gli spazi urbani dal basso disegnandone la mappa vuol dire innanzitutto creare le condizioni perché possa emergere, contro il “pericolo di un’unica storia” segnalato da Chimamanda Ngozi Adichie, la molteplicità e la diversità delle narrazioni, vuol dire rivendicare il diritto di raccontare per non essere raccontati. Ed è un tentativo di declinare l’idea di “atterraggio” elaborata da Bruno Latour con la sua proposta di una mappatura partecipata delle interrelazioni nel territorio urbano: «Visto dal rovescio, un territorio corrisponde a tutto ciò che si può localizzare su una cartina, visto dal dritto, un territorio si estenderà fino a dove arriva l’elenco delle interrelazioni. […] Ditemi di che cosa vivete e vi dirò fino a dove si estende il vostro territorio di vita» (Bruno Latour, Dove sono? Lezioni di filosofia per un pianeta che cambia). In questo senso, coltivare la consapevolezza delle proprie interrelazioni può significare acquisire coscienza del valore di cose e relazioni che altrimenti rimangono latenti o passano inosservate, e dunque lavorare nella direzione della creazione delle condizioni necessarie per un cambiamento possibile.

    Rispetto a uno sguardo dall’alto come quello che a partire dalle riflessioni di James Throgmorton è andato caratterizzando lo storytelling nel contesto della pianificazione urbana o all’approccio indicato dal Manifesto per le città consapevoli di Itai Palti e Moshe Bar e praticato nei progetti di Urban Consciousness for Sustainable Development, l’azione progettuale di Traiettorie Urbane si ispira piuttosto, quanto ai possibili esiti di medio-lungo periodo, a un’idea di racconto collettivo come quella realizzata dal “Departement of Storytelling” della città di Detroit con la piattaforma di narrazione collettiva The neighborhoods.

    La pratica della consapevolezza urbana è allora il punto di partenza di questo lavoro di mappatura e di narrazione, che si sviluppa attraverso la creazione di una “mappa mentale” in cui il racconto non interviene a posteriori come il resoconto di una trasformazione, cioè come semplice verifica di una teoria del cambiamento, ma è esso stesso strumento di una trasformazione narrativa: passare dall’io al noi e dalla realtà alla possibilità.

    In concreto, lo schema di riferimento che ci siamo dati si articola in cinque dimensioni chiave, che si traducono in una lista aperta di domande-guida:

    Desiderio/avversione

    Cosa ti piace(rebbe) e cosa non ti piace(rebbe)

    Dove stai volentieri, quali sono i posti da cui ti tieni alla larga

    Orgoglio / vergogna

    Che cosa ti rende fiero del posto dove vivi, che cosa ti fa dire “è una vergogna”

    Qual è la ricchezza del tuo quartiere, che cosa manca

    Movimento / blocco

    Dove vai ogni giorno, come ti muovi, da dove passi, dove non puoi andare, quanto sei lontano o vicino da…

    Che cosa fai, che cosa non puoi fare, che cosa si potrebbe fare, chi può farlo

    Conoscenza / ignoto

    Da che cosa dipendi, di che cosa non potresti fare a meno (e se non ci fosse…)

    Raccontami di una persona o una cosa che non c’è più, dimmi una cosa che sai o vorresti sapere di questo posto

    Spazio / confine

    Dove siamo, di dove sei, quanto è grande il posto dove vivi (questa zona, questa città)

    Sei mai stato a mare, sulle montagne qui intorno, in campagna, fuori città?

    Le prime risposte che provengono dalle passeggiate con ragazze e ragazzi ci descrivono un sentire fatto di paure legate ad una impossibilità di muoversi in sicurezza laddove l’illuminazione pubblica è carente, ma anche di fierezza legata alla conoscenza di spazi interdetti e separati da muri o da cancelli chiusi, che comunque vengono usati come luoghi per attraversare più velocemente i quartieri, o come spazi di gioco e di incontro, o angoli dove uscire dallo sguardo dei più. Blocchi che si trasformano in possibilità, confini che nell’essere attraversati si trasformano in cum-finis, luoghi in cui si finisce insieme. E grazie allo sguardo adolescente di chi ci accompagna tra i quartieri, è possibile riconoscere come l’esperienza che deriva dal superare gli ostacoli posti dalla città “irredimibile”, può essere un gioco, che come tutti i giochi provoca un’attivazione in grado di dare piacere.

    Piazza Politeama può diventare luogo che evoca ‘paura’, se collegata al ricordo del compagno ricoverato in ospedale a seguito di una caduta da un tettoia in cui era salito per aiutare un bambino a prendere un pallone incastratosi troppo in alto.

    Un’aia non curata dove vivono maiali, oche e qualche altro animale può evocare un sentimento d’attesa, se chi ci accompagna l’associa alla possibilità di avere una fattoria didattica a fianco alla scuola. Mentre uno slargo tra i giardini dei palazzi, dove il sole esalta il verde degli alberi e i colori dei fiori, può portare alla memoria momenti di disagio connessi all’uso di petardi al momento dell’ingresso a scuola e situazioni di imbarazzo coi compagni e le compagne.

    Narrazioni non scontate emergono nel porsi domande aperte, cenni di quelli che Danilo Dolci proponeva come laboratori maieutici in cui, “valorizzando anche tempi e spazi diversi, ognuno possa risultare levatrice ad ognuno: in cui la struttura ambientale condizioni in modo organicamente liberatorio dalle diverse forme di chiusura, oppressione, ignoranza, ansia, paura, attraverso la continua ricerca” (Dolci, Palpitare di nessi, 1985, pp.113-4)

    Narrare l’intorno per narrare sé stessi e al contempo trasformarsi, decostruendo un immaginario stereotipato e aprendosi a nuove traiettorie di vita. Riconoscere un sé in relazione con l’altro e con i luoghi, per un abitare che non sia piatta abitudine, bensì consuetudine in connessione a quel che circonda, che chiama all’attivazione e al protagonismo, che nel tempo diventano cittadinanza attiva e partecipazione.

    Riflettere come chi, guardando dentro ad uno specchio d’acqua, si protende per osservare meglio e nel vedersi rispecchiato ritorna a sé più consapevole.

    Sono i primi capitoli di una storia, di tante storie che si intrecciano con il percorso dei partner del progetto su questo asse territoriale, l’Associazione Clac con CreZi Plus nello spazio dei Cantieri culturali alla Zisa, la Comunità di Danisinni e il Centro diaconale la Noce – Istituto Valdese e delle persone che li frequentano e li animano o li scoprono.

    Note