Martedì 09 settembre 2025
Cosa imparano le biblioteche dalle comunità della conoscenza
 
La diciottesima storia di Libri insieme

"Presto ci saremmo resi conto che [...] in realtà, semplicemente, l'isola voleva avvisarci che avevamo visite. Per questo si dissestava leggermente, per allertarci, perché l'isola sa bene che ad attirare la nostra attenzione non è il rumore né il silenzio, non il ruggito del mare né un tremore della terra, nemmeno la luce di una meteora o il rombo delle navi da crociera, nulla di grande, nulla di enorme: ciò che è troppo in vista non ha affatto bisogno di noi e allora è più semplice tirare dritto per l'isola stessa, lei sa bene che a scuoterci sono, invece, quelle minime alterazioni che richiedono una seconda occhiata, un passo indietro, una placida verifica della differenza: tutti quei segnali che si rivelano di colpo e ci fanno capire, affascinati, che sono lì da diversi giorni, a volteggiare sulla nostra isola per farsi strada tra le crepe dell'uguale"¹.

L’innovazione, quella vera, arriva spesso da chi non sa che sta innovando. Questo ormai lo sappiamo perché tutta la letteratura sull'innovazione sociale lo mette in evidenza di continuo. Il soggetto innovatore, infatti, non avendo un obiettivo chiamato “innovazione”, avanza per intuizione e in totale libertà e forse proprio per questo riesce a spostare le cose. I soggetti innovatori agiscono dentro un campo, certo, ma quasi sempre partendo dai bordi. Non sono al centro del sistema che quel campo regola e struttura, non ne incarnano i codici, non si muovono secondo le sue convenzioni. E proprio per questo, si concedono – o si permettono – di fare letteralmente come gli pare.


Quel “come gli pare” è, talvolta,  un gesto nuovo. Oppure una domanda nuova da porsi. O anche un modo nuovo di vedere le cose, insieme, di collegarle. Chi innova, di solito, non ha molto da dire sull’innovazione ma ha moltissimo da raccontare. Perché tutto parte da lì: dalle azioni, dalle esperienze e dalle storie. E sono quelle che vale la pena ascoltare.


È anche per questo che la logica dei settori disciplinari – quella che sostiene l’impalcatura accademica della cultura – mi sembra sempre più inadatta a leggere (e a restituire) ciò che davvero sta accadendo quando parliamo di innovazione culturale. Ma non è di questo che voglio parlare, non adesso anche se dopo ci torneremo.


Quello che vorrei fare qui è un primo bilancio – provvisorio, personale, aperto – delle conversazioni nate intorno al mio libro Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza². Il libro è uscito il 16 maggio, all’apertura del Salone del Libro di Torino. Siamo ormai alla fine dell’estate e da allora ci sono state una ventina di presentazioni. Come faccio nel libro, dove ogni tanto invito il lettore a prendersi una pausa con me – un piccolo spazio per metabolizzare le storie – anche in questo contributo mi sembra giusto fare lo stesso. E usare lo stesso metodo: condividere il punto in cui siamo, guardarlo insieme, ascoltare cosa ci racconta.

Venti volte Libri insieme e cinque lezioni impreviste


Ho provato a vivere queste prime venti presentazioni con un diverso format mentale in testa: non io, autrice, che “presento” il libro, ma i presentatori – che lo hanno letto³ – e, spesso, molti lettori in sala a raccontare a me i nodi centrali delle questioni che il libro affronta. Ovviamente se le presentazioni diventano momenti dialogici – veri e propri dispositivi di apprendimento condiviso – allora queste cinque lezioni apprese non vanno lette come verità scolpite sulla pietra, ma come appunti vivi, certamente provvisori e comunque in movimento.


Cosa fondamentale: queste lezioni sono guardate in particolare dal punto di vista di quella specie di creature soprannaturali metà neonate e metà vecchissime che sono biblioteche pubbliche. Questa immagine provocatoria rende bene a mio avviso lo stato dell'arte delle biblioteche nel nostro paese. In una delle prime presentazioni, infatti, mi è stato fatto notare che nel libro non si parla praticamente mai di biblioteche pubbliche, quelle di cui mi sono occupata negli ultimi vent'anni del mio lavoro. È vero e non certo per caso: ho scelto volutamente di raccontare un modo di guardare alla lettura “laterale”, ai bordi, dicevo prima, eppure vivacissimo, ricco di stimoli e di forme inaspettate. Proprio per questo, le lezioni riguardano ciò che le biblioteche possono apprendere da questi mondi. Sarò molto sintetica.


1. Le persone hanno fame di luoghi non competitivi 


Lo so, sembra quasi paradossale, ma il mio viaggio e le conversazioni che l’hanno seguito mi hanno consegnato una certezza: in un’epoca dominata da performance e algoritmi, sta crescendo il bisogno profondo di spazi lenti e cooperativi. Tantissime persone durante le presentazioni si sono emozionate di fronte a questa possibilità. C'è un bisogno fortissimo di luoghi in cui ci si possa permettere quella che Byung-Chul Han chiama l’inazione: dove si parla con profondità di tutto, senza la fretta di tirare un bilancio, senza la pressione di produrre. Luoghi in cui "si sta", semplicemente, perché, come ci ricorda lo stesso filosofo, “senza alcun momento di dubbio, l’andatura umana equivale a una marcia”⁴. E della marcia abbiamo cominciato a stancarci.


2. Dove c’è relazione c’è conoscenza: ovvero la biblioteca come "spazio di sviluppo prossimale"


Quando "si sta" è proprio lì che c’è bisogno di corpi e di sguardi. La conoscenza di cui parlo nel libro e che le comunità che racconto esplicitano non è qualcosa che si possiede ma qualcosa che accade tra le persone. Ma attenzione: non c’è trasmissione senza contatto. Non si impara cioè solo dai contenuti ma da come si sta insieme attorno a quei contenuti.  Si ha bisogno di riconsiderare con rinnovata attenzione i limiti della cosiddetta "zona di sviluppo prossimale" di Lev Vygotskij che all’inizio del ventesimo secolo sviluppò l’idea che la mente sia un’entità sociale⁵. Ecco perché bisogna uscire dalla retorica del “fare rete” in astratto e creare momenti e spazi tangibili in cui le persone possano incontrarsi, riconoscersi, guardarsi, parlarsi e sostenersi (s.o.s. tenersi, ovvero tenersi in aiuto⁶).


3. L’ibridazione deve essere la regola e non l’eccezione


I progetti più vivi nascono sempre da un’ibridazione: quando mondi che di solito si sfiorano soltanto si mescolano davvero. Biblioteche e scuole; biblioteche e artisti; scuole e artisti; ricercatori, cittadini e istituzioni. E di nuovo, biblioteche a fare da crocevia. È in queste mescolanza che germogliano idee nuove. La conoscenza che accade tra le persone prospera quando ci si impegna a mettere in contatto linguaggi, codici e saperi che raramente avrebbero la possibilità di sedere allo stesso tavolo.


4. Le biblioteche possono proteggere le comunità della conoscenza e da queste essere protette


Le biblioteche possono essere il luogo in cui le comunità della conoscenza nascono e crescono⁷. Le comunità della conoscenza, infatti, meritano attenzione, cura politica e riconoscimento e le biblioteche possono dare loro questo tipo di protezione. Perché?


Perché offrono spazi cooperativi (come detto sopra) per incontrarsi, letture e storie da cui partire, competenze per orientare le scelte e le azioni. Benissimo, in cambio le comunità della conoscenza potranno essere per le biblioteche un vero e proprio paracadute. Perché?


Perché potranno portare nuovi pubblici, tenere più vivo  il legame della biblioteca con il territorio. Perfino, potranno difendere l’esistenza della biblioteca quando è minacciata. Come nei "superorganismi"⁸ in natura (nel mio libro ne parlo) dove ogni parte protegge e nutre l’altra, le biblioteche e le comunità della conoscenza dovranno essere interdipendenti.


5. Raccontare le pratiche genera nuove pratiche


Le comunità della conoscenza esistono già, ma raramente si chiamano così. Non amano il vocabolario istituzionale, non ci pensano proprio a darsi un nome. Si muovono come un “noialtri”⁹ – un noi che rafforza e allo stesso tempo delimita – e proprio per questo sono riconoscibili solo a chi le vive. Raccontare queste pratiche per me non è stato un esercizio descrittivo. Sapevo già che ogni volta che una storia si mette in circolo, se ne accendono delle altre. Così è successo con il libro ma molto più di quello che pensavo.

La diciottesima storia: Medialab e i suoi gruppi aperti


Nel libro ho raccolto diciassette storie. Oggi, dopo questa breve riflessione, vorrei raccontarne una diciottesima. Il mio viaggio nelle comunità della conoscenza, infatti, mi ha portato a incontrare molte altre esperienze, alcune non ancora narrate e altre che si collocano fuori dai confini del nostro Paese. Tra queste c’è la storia di Medialab, che desideravo raccontare da tempo. Ho scelto di farlo qui e ora perché credo che abbia molto da dirci rispetto alle cinque questioni che ho posto alla nostra attenzione.


Questa è la storia delle comunità della conoscenza – che più avanti chiameremo “gruppi aperti” – nate all’interno della biblioteca della Tabakalera di Donostia/San Sebastián nei Paesi Baschi. La biblioteca stessa, Medialab appunto, è uno spazio cittadino di creazione e sperimentazione che prende forma e vitalità proprio grazie a queste comunità¹⁰.


Tabakalera non è un centro culturale, è un Centro Internazionale di Cultura Contemporanea situato dove un tempo sorgeva l’antica fabbrica di tabacco. Con i suoi cinque piani e 35.000 m², dopo quattro anni di ristrutturazione il centro ha riaperto esattamente dieci anni fa, nel settembre 2015 e in questi dieci anni è diventato un luogo di ispirazione, creatività e condivisione di conoscenze.¹¹


Qui, nel marzo 2016, è nata la biblioteca¹², in un momento in cui stava prendendo forma un profondo cambiamento di paradigma nell’uso del digitale. Un elemento tutt’altro che secondario, che segna il DNA stesso della struttura. Questa biblioteca, infatti, non intende sostituirsi alle altre 14 biblioteche pubbliche della città, ma affiancarle ed essere a loro complementare: offre conoscenze, tecnologie e spazi per facilitare l’apprendimento, generare nuove idee, sperimentare e sviluppare progetti. Medialab vuole sostenere le comunità e le reti locali intendendoli come fattori decisivi di trasformazione sociale.


Nata all’interno di un centro di produzione culturale, Medialab avrebbe potuto essere concepita esclusivamente come servizio per artisti e creativi. Ma sarebbe stato un vero spreco. Il suo obiettivo principale è, invece, quello di promuovere il talento, contribuendo allo sviluppo della capacità creativa e critica di tutti i cittadini e dell’intera società basca. Il presupposto è semplice: ciascuno di noi possiede un talento, ciascuno custodisce una forma di creatività, spesso molto personale, che attende solo le condizioni giuste per emergere e trasformarsi in valore condiviso. Un aspetto significativo è che, in nessun momento, documenti ufficiali o standard internazionali hanno condizionato la fisionomia della biblioteca o messo in discussione questa visione.


Essa è stata realizzata a partire dall’idea di ciò che si desiderava fosse una totale proiezione verso la "fantastic-azione"¹³. La biblioteca replica, infatti, il caos della strada (la calle) dove le cose accadono senza essere progettate ma spesso in modo naturalmente ordinato e rispettoso. Si mescola silenzio e rumore, lettura e azione, solitudine e stare insieme con l’unico obiettivo di incrementare la creatività delle persone anche attraverso la loro socializzazione. Non esiste per intenderci una zona silenziosa distinta da una zona rumorosa, una zona per bambini separata da quella per adulti. Si sta.


Se dovessimo raccontare la biblioteca Medialab della Tabakalera con poche parole chiave, sarebbero quattro – aprender, crear, experimentar e disfrutar – che solo insieme ne restituiscono il concept. Ridotte a tre, restano: apprendere, creare, divertirsi. Ognuna è associata a un’icona – quadrato per aprender, triangolo per crear, cerchio per disfrutar – che ricorre sia nella segnaletica sia nella descrizione delle collezioni. L’obiettivo è uno e preciso: offrire un’alternativa culturale e creativa per il tempo libero.


Queste tre azioni si materializzano nello spazio in due modi: nei pannelli mobili che le illustrano e nel processo stesso di catalogazione, dove ogni risorsa viene contrassegnata in base alla sua finalità. Così un contenuto può essere legato all’apprendimento, alla creazione o al divertimento – e talvolta a tutti e tre insieme. Anche nel catalogo queste tre azioni sono ben visibili, compaiono come filtri di ricerca, permettendo agli utenti di orientarsi tra i contenuti in base alla finalità – apprendere, creare o divertirsi. Le collezioni, pur essendo specializzate in creazione culturale, sono pensate per tutti. L’idea di fondo, vincente perché radicale, è che la produzione culturale non sia una prerogativa degli artisti, ma una condizione accessibile a chiunque: se agevolati, allenati e stimolati, tutti possiamo metterci alla prova e scoprire capacità creative inattese.

Medialab: dove la lettura diventa creazione


Medialab non è nata per “promuovere la lettura” in senso tradizionale, ma per dare forma alle idee. Questa è una nota fondamentale. Eppure, la lettura  è una tappa imprescindibile di questo processo: per questo, ogni area di lavoro è concepita in connessione con collezioni specifiche, pronte a nutrire l’immaginazione e a offrire riferimenti concreti per le progettualità in corso.


Chi entra negli spazi del Medialab si trova immerso in una costellazione di ambienti specializzati: dal set attrezzato con telecamere, faretti e chroma key, dove si può sperimentare la creazione audiovisiva, alla stazione tessile, con macchine da cucire e strumenti per il ricamo e il vinile, passando per l’angolo del self-publishing, ricco di fanzine e pubblicazioni indipendenti. C’è un angolo dedicato al suono, con giradischi, strumenti musicali e registratori portatili; uno ai videogiochi, che affianca postazioni per il gioco e la programmazione a una riflessione critica sulla cultura videoludica; e un’area per la digitalizzazione delle immagini, utile per dare nuova vita a negativi e diapositive.


La stazione di editing e di produzione audiovisiva, dotata di computer e software per lavorare su immagine, testo, suono e fotografia; lo spazio per elettronica e robotica, completo di stazioni di saldatura; quello per la fabbricazione digitale, dove la modellazione e la stampa 3D diventano strumenti creativi; la stazione di disegno, con tavolette grafiche e plotter di grande formato; l’area per il taglio laser e le lavorazioni meccaniche; l’“officina sporca” (taller sucio) per progetti in legno, verniciatura o saldatura; e il Wetlab, dedicato al biohacking e alla sperimentazione culinaria; infine, la stazione “plastica preziosa” raccoglie la sfida del riuso creativo della plastica, trasformando scarti in nuove forme e oggetti.


Tutto questo funziona alla grande grazie a un approccio fortemente collaborativo: la creazione dentro Medialab è per definizione di "noialtri": le competenze diverse si intrecciano per dare forma a idee che, altrove, resterebbero solo intuizioni. Qui le persone si incontrano per creare qualcosa che nessuno avrebbe potuto realizzare da solo.

Se vuoi andare veloce vai da solo ma se vuoi andare lontano vai in gruppo


La filosofia che ha guidato Medialab è chiara: la biblioteca non è soltanto custode di una buona collezione – condizione ovvia – ma lo spazio in cui le persone possono accedere alla cultura e alla conoscenza per trasformarle in esperienza viva. Grazie alle 14 stazioni di lavoro, dedicate a diversi ambiti di creatività e produzione, chiunque può sviluppare e realizzare i propri progetti, individualmente o in forma collaborativa.


Per questa ragione è bene pensare che gli utenti hanno bisogno di essere accompagnati da esperti, nel caso di Medialab, in tutto ciò che riguarda l'arte, la creazione (anche editoriale) e il pensiero contemporaneo. In sintesi il processo di apprendimento e la fisionomia della agenzia educativa¹⁴ è dato dalla somma di tre ingredienti: libri, strumenti e competenze estremamente diversificate del personale. Questa terza è l'area che rende il progetto Medialab particolarmente interessante e che marca a mio avviso la principale differenza con le biblioteche del nostro paese, anche quelle più innovative (per tornare al tema iniziale).


A Medialab, ogni cosa che nasce – un progetto, un’idea, un oggetto – deve rispettare alcune regole semplici ma decisive: lavorare insieme, farlo in modo aperto, permettere a chiunque sia interessato di unirsi al processo e restituirlo alla collettività. La biblioteca continua a offrire i suoi servizi tradizionali, certo, ma parallelamente coltiva comunità di conoscenza. La più rappresentativa – anche se non l’unica – è quella dei grupos abiertos, i “gruppi aperti”.


Qui la fusione tra biblioteca e laboratorio diventa evidente: l’idea è che ognuno possa imparare dagli altri e, allo stesso tempo, insegnare qualcosa. Si parte da un interesse comune e lo si trasforma in un terreno fertile per scambio e sperimentazione. Non c’è fretta, non c’è un obiettivo di produzione immediata: ci si incontra per confrontarsi, per condividere idee e pratiche, con la consapevolezza che da lì nascerà nuova conoscenza. Nessun moderatore, nessuna gerarchia: il gruppo si auto-organizza.


Questo approccio mette la biblioteca in contatto diretto con la realtà che la circonda: i gruppi che si creano spontaneamente intorno a un tema di interesse intercettano persone, bisogni, opportunità e li trasformano in progetti, attività e percorsi di ricerca¹⁵. A volte è la biblioteca stessa a lanciare un’idea per far partire un gruppo, altre volte è la comunità che prende l’iniziativa. Questi gruppi hanno un'organizzazione molto autonoma e sviluppano progetti, propongono attività e, in alcune occasioni, sono i gruppi stessi a essere il motore di parte del programma di attività di Medialab.


C’è però una condizione imprescindibile: tutto ciò che si fa deve essere documentato e reso disponibile in open access, così che chiunque possa unirsi, imparare o replicare l’esperienza. Tutto confluisce in una piattaforma multilingue, che custodisce e rilancia queste conoscenze¹⁶.

In sintesi


“Chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio" ci ha insegnato Calvino. L'ascoltatore, piuttosto che il narratore ha il potere di dare forma e significato al racconto. La missione della biblioteca - intesa come missione civica -  di garantire a tutti il diritto di accesso alla conoscenza può trovare in questa cultura dell'ascolto e cura reciproca che le comunità della conoscenza esplicitano una nuova e concreta opportunità di crescita.


Questo essere mitologico, per metà vecchissima e per metà neonata - dicevo - che è la biblioteca pubblica contemporanea per non perdere i confini di sé stessa e diventare l'ombra della sua ombra è in questa direzione che dovrebbe ripensarsi. Questo è il mio pensiero e quanto ho imparato fino ad ora.



Note

¹ Andrés Montero, L'anno in cui parlammo con il mare, traduzione di Giulia Zavagna, [Ortona]: Edicola, 2024, p. 13. Corsivo mio.


² Chiara Faggiolani, Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza, Roma-Bari: Laterza, 2025.


³ Ringrazio Roberto Arnaudo, Valentina Aversano, Simonetta Bitasi, Ilenia Caito, Cecilia Cognigni, Martina Cotichella, Alessandro Fusacchia, Alberto Galla, Giuseppe Laterza, Maria Laterza, Orietta Limitone, Bertram Niessen, Rocco Pinto, Sara Platone, Alessia Pompei, Gaia Provvedi, Giovanni Solimine, Flaviano Zandonai e tante e tanti altri che si sono uniti alle nostre conversazioni.


⁴ Byung-Chul Han, Via contemplativa o dell'inazione, Milano: nottetempo, 2023, p. 17.


⁵ Si veda Pensiero e linguaggio, l’ultima opera di Vygotskij, pubblicata postuma nel 1934.


⁶ Lo ricorda Gio Evan in Le chiamava persone medicina (Milano: Rizzoli, 2025).


⁷ L’esempio più straordinario è quanto ha fatto la rete delle biblioteche pubbliche di Milano per la rete delle biblioteche di condominio e viceversa.


⁸ Chiara Faggiolani, Libri insieme, cit. p. 4. Si veda Suzanne Simard, L’albero madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta, Mondadori: Milano 2022.


⁹ Torno al bellissimo romanzo di Andrés Montero, L'anno in cui parlammo con il mare, che ha molto ispirato la stesura di questa riflessione.


¹⁰ Quanto scrivo è frutto delle numerose conversazioni con la direttrice Arantza Mariskal Balerdi che ringrazio di cuore per la sua amicizia.


¹¹ https://www.tabakalera.eus/es/quienes-somos/el-edificio


¹² Inizialmente Ubik biblioteca di creazione nasce parallelamente Hirikilabs un laboratorio di sperimentazione cittadina e nel 2019 la biblioteca e il laboratorio vengono fusi e diventano una sola cosa (Medialab) perché ci si rende conto che le due strutture proiettavano su materiali diversi e azioni diverse lo stesso obiettivo e che potevano essere integrati.


¹³ Di questo ho scritto qui: Ricerca come fantastic-azione, in Un incontro di sguardi: biblioteche, libri e lettura come nodi di un reticolo di possibilità creative e generative. Scritti in onore di Maurizio Vivarelli, a cura di Sara Dinotola  e Anna Maria Marras, Roma, AIB, 2024, p. 379-386.


¹⁴ Rimando a Libro città aperta. Le biblioteche e lo sviluppo umano. Cinque tesi, a cura di Chiara Faggiolani, Milano: Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2024.


¹⁵ https://labs.tabakalera.eus/proyectos/ Ecco un paio di video che illustrano il funzionamento di Medialab Tabakalera: https://vimeo.com/235718903 e https://www.facebook.com/watch/?v=1349330212177281


¹⁶ L’elenco dei gruppi è qui:
https://labs.tabakalera.eus/grupos/





Foto di copertina di Rizki Ardia su Unsplash

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