Venerdì 17 aprile 2026
Abitare illegale
 
Vivere ai margini in occidente
Scritto da: Andrea Staid

Abitare illegale non è solo un libro sulle occupazioni, sulle case vuote o sulle crepe del diritto alla proprietà. È un’indagine sociale e antropologica sul modo in cui gli esseri umani vivono lo spazio, le relazioni e l’appartenenza a una comunità quando le regole ufficiali falliscono.


Questa nuova edizione arriva in un contesto segnato da crisi abitative sempre più acute, gentrificazione, turismo predatorio e crescente precarietà. Abitare illegale diventa così uno strumento critico indispensabile per comprendere il presente e per immaginare forme diverse di vita urbana, fondate sulla condivisione, sull’autonomia e su un’idea di giustizia che non coincide necessariamente con la legge.


Pubblichiamo un estratto del libro di Andrea Staid, edito da UTET. Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile concessione.



Per molti secoli gli abitanti del pianeta Terra si sono costruiti la propria casa, hanno prodotto i propri alimenti e tessuto i propri vestiti. Il saper costruire, l’agricoltura e la tessitura sono pratiche che da sempre hanno risposto ai bisogni umani e si sono trasmesse per generazioni e generazioni. La storia dell’abitare umano è un’epica, mai raccontata, di architetture anonime: l’architettura spontanea o vernacolare, senza nome, è l’espressione culturale dell’esigenza umana di avere non solo un riparo, bensì una posizione, un’identità, dei piaceri.


Con l’era industriale e capitalista le cose sono cambiate in fretta; questo sistema di trasmissione del sapere tra generazioni e di architetture spontanee si è interrotto e l’uomo ha cominciato a lavorare per potersi comprare una casa, per acquistare il cibo, i vestiti e tutto quello di cui ha bisogno per vivere. Per quasi due secoli, il xx e il xxi, abbiamo vissuto in quella che viene chiamata un’“età d’oro”, durante la quale non sono mancate risorse e combustibili; ora le cose stanno velocemente cambiando e sono convinto che proprio guardando ai margini potremo trovare delle soluzioni possibili. Mi sembra evidente che dobbiamo ripensarci e rifondare l’abitare non con una sola tipologia di costruire universale, ma ricreando un saper fare collettivo che da troppo tempo abbiamo abbandonato, un’arte di arrangiarsi, di architetture non ufficiali costruite dal basso. La cultura dominante prescrive determinate forme architettoniche: la casa o l’appartamento, per la singola famiglia; l’ufficio alveare (sistemazione di lusso per le api regine, celle standard per le api operaie); l’enorme complesso industriale (entrate, mense e gabinetti differenziati per ogni diverso livello di gerarchia); l’immensa istituzione educativa; l’agroindustria su vasta scala e così via. La controcultura postula dei tipi edilizi piuttosto diversi: la casa multifamiliare, o comune; la reintegrazione di agricoltura e industria, e di lavoro intellettuale e lavoro manuale; o la libera scuola, che può essere totalmente deistituzionalizzata, usando l’intero ambiente come risorsa educativa. Non solo la cultura alternativa può implicare modi di costruire diversi, ma li può combinare in forme del tutto diverse: la scuola che è anche un’officina, l’orto che è anche una scuola di musica.

Dobbiamo rifondare l’abitare non con una sola tipologia di costruire universale, ma ricreando un saper fare collettivo che da troppo tempo abbiamo abbandonato, un’arte di arrangiarsi, di architetture costruite dal basso

Soluzioni interessanti sono sicuramente quelle basate sull’autocostruzione di riciclo, ancora meglio se ecocompatibile, possibilità importanti per il nostro futuro e quello del pianeta. Perché «la casa è oggi uno dei luoghi universali da cui ripensare noi stessi e il mondo che abitiamo: è diventata, di fatto, un reale laboratorio di comprensione e trasformazione del mondo».


Studiando e viaggiando mi sono reso conto che il modo di abitare dell’essere umano sta sconvolgendo il pianeta e proprio negli interstizi della globalizzazione del costruire centralizzato ed egemonico stanno crescendo migliaia di interessanti alternative, proprio in quello spazio che chiamerò in questo testo abitare marginale, illegale, a-legale e informale. Non sono sicuramente il primo ad accorgersi di questa importante spinta che cresce dal basso e crea forme importanti e risolutive di abitare; John Turner in Perù aveva già capito la lezione che emergeva dagli insediamenti abusivi che, lungi dall’essere sintomi minacciosi di un malessere sociale, sono un trionfo del “fare da sé”.


Dalla conoscenza di varie e differenti realtà abitative è nato questo libro, una ricerca ricca di esperienze alternative al linguaggio dominante che ci vorrebbe tutti uniformati in palazzoni anonimi di cemento, schiavizzati da un mutuo o da un affitto che molto spesso non ci possiamo permettere. Come se non bastasse l’orrore estetico e asociale, fare palazzoni è anche antiecologico, a-funzionale e scomodo per chi ci abita: non a caso i ricchi si costruiscono belle ville in campagna, di certo non abitano nelle torri di cemento che popolano le periferie. Ma non è soltanto questo il problema. Questi casermoni di ferro e cemento hanno ingenti costi di costruzione dal momento che servono grandi imprese per poterli realizzare e mantenere; al contrario, le case di più piccole dimensioni e autocostruite o costruite da piccole imprese artigiane richiedono manodopera locale e i benefici vengono goduti da coloro che hanno esercitato la propria immaginazione e iniziativa, abilità e responsabilità. Pur riconoscendo la complessità data dalla vastità della popolazione mondiale – che preclude l’utopia di una vita interamente basata sull’autocostruzione di piccole unità abitative – è perentorio mettere in discussione l’obbligo di conformarsi a questo specifico modello residenziale. L’imperativo etico è invece quello di risignificare l’esistente, riabitarlo con piena consapevolezza. Dopotutto, non possiamo ignorare una verità fondamentale: l’abitazione più sostenibile è, intrinsecamente, quella che non richiede nuova edificazione. Sempre Turner scrive che quanto più grande diventa l’organizzazione, tanto più sarà centralizzata la gestione e di conseguenza tanto più frequenti e profonde saranno inevitabilmente le disarmonie tra le priorità di alloggio della gente e l’alloggio che ottiene. A misura che cresce la disarmonia, cresce anche l’insoddisfazione dell’utente e, di conseguenza, l’investimento di risorse locali e personali diminuisce ed è necessario trovare altre risorse sostitutive. Si tratta generalmente di attrezzature pesanti e di tecnologie complesse adatte all’organizzazione centralizzata che risulta ulteriormente rafforzata.

Questi casermoni di ferro e cemento hanno ingenti costi di costruzione dal momento che servono grandi imprese per poterli realizzare e mantenere

Sono convinto che vivere in modo standardizzato sia disastroso anche per le relazioni che crea l’essere umano: abitare un luogo e viverlo sono due azioni coestensive; per questo trovo fondamentale l’esercizio del diritto di vivere, di vivere concretamente ognuno nel suo modo sapendosi mettere in relazione con l’altro. L’abitazione, secondo Colin Ward, non è ciò che essa è, ma ciò che essa fa nella vita della gente. Meglio una casa imperfetta ma nella quale ci si riconosce che una scatola ipertecnologica rinchiusa in un palazzone, perché le deficienze e le imperfezioni del proprio alloggio sono infinitamente più tollerabili se di esse si è responsabili, di quanto invece lo siano se le responsabilità sono di qualcun altro:


Quando gli utenti controllano le decisioni principali e sono liberi di dare il loro contributo alla progettazione, costruzione e gestione del loro alloggio, sia il processo che l’ambiente prodotto stimolano il benessere individuale e sociale. Quando la gente non ha controllo sul processo di produzione degli alloggi, né responsabilità riguardo alle decisioni chiave, gli ambienti abitativi possono diventare una barriera alla realizzazione personale e un peso per l’economia.


Bisogna capire che l’ambito dell’abitare è lo spazio prezioso dei rapporti primari, il luogo primo di definizione dell’identità singola e collettiva: per questo è un tema da non trattare con superficialità e sicuramente da non lasciare nelle mani di coloro che si autoproclamano esperti di settore come urbanisti e architetti; come scrive in Nemesi medica Ivan Illich, dobbiamo prestare attenzione alla “iatrogenesi sociale”: come quella clinica (i danni e le malattie che hanno origine dallo stesso sistema medico) diventa incurabile dai medici quando raggiunge un’intensità critica e può allora regredire solo con un ridimensionamento dell’impresa, così la “iatrogenesi sociale” è reversibile solo mediante un’azione politica che riduca il dominio professionale.


Più l’organizzazione centralizzatrice è grande, maggiore è la sua dipendenza da energie meccaniche difficilmente autoreperibili, più è su piccola scala, meno carburante viene utilizzato e più forza muscolare viene attivata. Più il potere di costruire è centralizzato, calato dall’alto, più la meccanizzazione dei processi costruttivi prende il comando e questo tipo di produzione diventa sempre più simile, uniformata e disarmonica; basta pensare all’orrore prodotto dal socialismo reale in Mongolia o alle periferie italiane e francesi.

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