Mercoledì 15 aprile 2026
Dalla retorica alla cura
 
Rigenerare la vita quotidiana

Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.



Negli ultimi vent’anni rigenerazione urbana è diventata una parola consunta, usata per giustificare qualsiasi intervento, dal restyling di una piazza fino alla costruzione di un intero quartiere di lusso. Un’etichetta che ha perso spessore, assorbita dalla retorica istituzionale e dal marketing urbano. In molti contesti, “rigenerazione” significa oggi gentrificazione mascherata: aumenti degli affitti, espulsione delle fasce popolari, spettacolarizzazione dello spazio pubblico. Non stupisce allora che molti e molte la dichiarino una parola morta.


Eppure, nel decretarne la fine, si rischia di buttare via anche le esperienze che, nel quotidiano, continuano a dare senso a questo termine: la rigenerazione, infatti, non è solo quella dei masterplan o dei grandi finanziamenti europei; è anche quella minuta, situata, che prende forma quando un gruppo di vicinato si organizza per riaprire un giardino chiuso da anni, quando un collettivo di donne porta in luce le paure legate a un sottopassaggio, quando una comunità migrante si riappropria di uno spazio pubblico trasformandolo in luogo di incontro. Queste esperienze, più che dalla volontà di “rigenerare” in senso stretto, sono mosse dal desiderio di vivere meglio, di rendere la città più abitabile. E proprio in questo sta la loro forza trasformativa.


Leggere la rigenerazione da questa prospettiva significa uscire dall’idea che si tratti di un modello da applicare, di un pacchetto chiuso di politiche, e riconoscerla invece come un processo sociale, collettivo, situato. Significa spostare lo sguardo dalle grandi operazioni calate dall’alto verso le pratiche della vita quotidiana che tengono insieme i quartieri e i legami che li attraversano.


Le esperienze dal basso ci mostrano che la rigenerazione è un processo che nasce in contesti precisi e prende forma a partire dalle vite reali delle persone. Non è mai astratta: è concreta, incarnata, legata a un quartiere, a un gruppo, a una necessità. Un orto comunitario, ad esempio, non nasce con l’obiettivo di “riqualificare” un’area verde, ma dalla volontà di alcune persone di coltivare cibo, di incontrarsi, di socializzare in uno spazio che altrimenti resterebbe abbandonato. Una casa occupata e trasformata in centro culturale non è un progetto immobiliare, ma un modo per dare risposta al bisogno di spazi accessibili per attività collettive. Una mappatura dei percorsi quotidiani fatta da un gruppo di donne non è solo un esercizio tecnico, ma un’azione politica che rende visibile come la città condizioni la loro mobilità, i loro tempi, la loro sicurezza.

Le esperienze dal basso ci mostrano che la rigenerazione è un processo che nasce in contesti precisi e prende forma a partire dalle vite reali delle persone. Non è mai astratta: è concreta, incarnata, legata a un quartiere, a un gruppo

Queste azioni possono sembrare piccole, ma possono avere un impatto enorme perché lavorano sulle condizioni della vita ordinaria. Non parlano di “innovazione” in senso astratto, spesso si tratta di cambiamenti piccoli ma concreti: un cancello che si apre, un percorso che si illumina, un servizio che diventa accessibile. In questo senso, rigenerare spesso significa riattivare, ricollegare, prendersi cura di ciò che già esiste, più che inventare dal nulla.


C’è poi un altro aspetto cruciale: queste pratiche producono conoscenza. Chi abita un quartiere conosce dettagli che difficilmente emergono nei piani ufficiali: dove ci si sente al sicuro, dove la notte non si ha il coraggio di passare, quali servizi mancano davvero, quali spazi sono centrali per la socialità. Rigenerare dal basso significa valorizzare queste conoscenze situate e farle diventare parte del progetto urbano. Sarebbe sbagliato considerarla un’alternativa “povera” alla rigenerazione istituzionale, perché si tratta di un approccio diverso, che ribalta la prospettiva: piuttosto che partire dalla grande scala per calare decisioni sui territori, la spinta parte dai territori stessi, dove ci sono già risorse, saperi, reti di cura che vanno riconosciute e ascoltate.


Parlare di rigenerazione dal basso significa inevitabilmente parlare di cura. Una cura che sappia superare la visione tradizionale - che la considera responsabilità individuale e quasi esclusivamente femminile - per farsi responsabilità condivisa, riconosciuta come infrastruttura invisibile che permette alla città di funzionare. Per rigenerare uno spazio, in questo senso, non basta renderlo più “attrattivo”, si tratta piuttosto di creare le condizioni perché possa essere vissuto, attraversato, abitato in sicurezza e con dignità. Significa fare in modo che ci siano panchine su cui riposarsi, bagni pubblici accessibili, un’illuminazione che riduca la paura, percorsi che facilitino la mobilità quotidiana di chi accompagna bambini o persone anziane. Significa pensare la città come un ambiente che sostiene la vita. Il concetto di cura, applicato al ripensamento delle nostre città, sposta radicalmente la prospettiva. Ci dice che il valore di uno spazio non sta tanto nella sua capacità di attrarre investimenti, quanto nella possibilità di accogliere le persone che lo abitano ogni giorno. Che la vera misura del successo non è il numero di turisti o di nuove aperture commerciali, ma la qualità della vita di chi ci vive: donne, anziani, giovani, persone razzializzate, chi svolge lavori di cura, chi ha disabilità.

Spesso si tratta di cambiamenti piccoli ma concreti: un cancello che si apre, un percorso che si illumina, un servizio che diventa accessibile. Rigenerare significa riattivare, ricollegare, prendersi cura di ciò che già esiste

Guardare la rigenerazione attraverso questa lente significa anche riconoscere che la città non è neutra. È stata costruita seguendo priorità che hanno privilegiato alcuni corpi e alcune funzioni - l’uomo adulto, lavoratore, economicamente attivo - lasciando ai margini tutte le altre esperienze. Integrare la cura nei processi di riqualificazione urbana vuol dire quindi mettere in discussione questa gerarchia e immaginare spazi che rispondano a una pluralità di bisogni.

E qui emerge la dimensione più politica della cura: essa abbandona la sua invisibilità e subalternità alla logica della produzione per diventare un principio condiviso di organizzazione urbana. Una città che si prende cura è una città che riconosce il valore della vita quotidiana, che dà centralità al tempo, alle relazioni, alla possibilità di muoversi senza paura e senza ostacoli. In questo senso, rigenerare è molto più che riqualificare: è ridisegnare le condizioni materiali ed emotive che permettono alle persone di vivere meglio.


Molti dei progetti più significativi che trasformano concretamente le condizioni di vita nei quartieri non rientrano nemmeno nell’immaginario della “rigenerazione urbana”, non si muovono con quel tipo di sovrastruttura - con loghi, sponsor, inaugurazioni ufficiali. A volte non hanno neppure un nome preciso: sono pratiche spontanee, iniziative comunitarie, occupazioni temporanee che diventano permanenti, reti di vicinato che decidono di prendersi cura di un luogo. Proprio questa assenza di retorica è ciò che li rende potenti, perché il loro obiettivo - più che comunicare - è quello di mettere in atto una trasformazione, viverla. Non devono convincere nessuno con narrazioni patinate: devono funzionare, giorno dopo giorno, per chi abita quei luoghi.

In queste pratiche c’è un valore politico forte, che spesso viene ignorato dalle istituzioni. Esse mostrano che un altro modo di fare città è possibile, che la trasformazione può nascere anche dal basso, da azioni piccole e costanti. Spesso si tratta di processi complessi: si possono incontrare conflitti, resistenze, perfino fallimenti, ma proprio in questo risiede la loro autenticità. Lungi dal voler creare un modello universale da replicare ovunque, la loro forza sta nel cercare risposte specifiche a bisogni situati, costruite con le persone che vivono quel contesto.


Al contrario, la retorica istituzionale della rigenerazione spesso tende a omogeneizzare: gli stessi arredi, le stesse soluzioni, gli stessi linguaggi visivi proposti in città diverse, senza tener conto delle differenze reali. Le pratiche dal basso ci ricordano invece che ogni spazio ha le sue caratteristiche, ogni comunità i suoi bisogni, ogni quartiere la sua memoria. Rigenerare davvero significa riconoscere e valorizzare questa diversità, non cancellarla sotto un’estetica standardizzata.

È per questo che parlare di questo approccio senza retorica significa rivolgersi ai processi più che ai risultati, alle relazioni più che alle opere finite. Significa chiedersi: questo spazio è oggi più vivibile per chi lo attraversa? Ha reso più libere le donne di muoversi senza paura? Ha rafforzato le reti di vicinato? Ha dato tempo, risorse, possibilità a chi prima non le aveva? Se la risposta è sì, quella è rigenerazione, anche se non è stata chiamata con quel nome.

In questo senso, rigenerare è molto più che riqualificare: è ridisegnare le condizioni materiali ed emotive che permettono alle persone di vivere meglio

Forse sì, la rigenerazione urbana come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni è davvero arrivata al capolinea. Quella dei grandi progetti calati dall’alto, delle operazioni immobiliari travestite da politiche sociali, delle piazze abbellite per attrarre turisti e investitori, più che per servire chi ci vive. Se guardiamo a quella stagione, possiamo dire che la parola “rigenerazione” ha perso senso, svuotata dalla sua stessa inflazione.


Ma questa non è la fine. È piuttosto l’occasione per spostare lo sguardo altrove, verso ciò che accade già nei quartieri e che spesso resta invisibile ai radar istituzionali, e ciò che potrebbe essere stimolato e sostenuto, anche economicamente: nuove reti di vicinato, nuovi arredi, nuove iniziative, capaci di mettere in pratica un’idea di città più capace di accogliere tutti i corpi che abitano la città.

In questo senso, la vera sfida non sta tanto nell’abbandonare la parola “rigenerazione”, quanto piuttosto nel ridefinirla, riconoscendo le pratiche già esistenti e inventandone di nuove. Accettare che la rigenerazione, lungi dall’essere un modello universale, è un insieme di processi molteplici, situati, spesso imperfetti, che hanno però un punto in comune: la volontà di rendere la città più abitabile per chi la vive.


È qui che il concetto di cura diventa decisivo, perché ci obbliga a ripensare i criteri con cui misuriamo il successo di una trasformazione urbana: più che i metri quadri riqualificati o i capitali attratti, diventa cruciale la capacità di sostenere la vita, di ridurre le disuguaglianze, di riconoscere le esperienze invisibilizzate. Rigenerare significa allora restituire centralità alle persone, invece che ai profitti.

Forse la “fine della rigenerazione urbana” è, in realtà, l’inizio di un altro modo di immaginare e praticare la città. Non si tratta più solo di riparare gli spazi, ma di trasformare le relazioni, dare spazio e voce a una trasformazione che parte dal basso, che mette al centro la vita quotidiana, che riconosce la diversità e la cura come principi urbani fondamentali. È da qui che può nascere una nuova stagione per la rigenerazione delle nostre città.



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