
Il pezzo è stato scritto da Dario Chianese, Jessica Parola, Arianna Petrosino, Sara C. Santoriello e Camilla Volpe del collettivo Game of Tech
Algorithms of resistance: The Everyday Fight Against Platform Power di Tiziano Bonini ed Emiliano Trerè si presenta come uno studio critico sugli atti quotidiani di resistenza agli - e attraverso gli - algoritmi. Il potere evocativo delle immagini trova ampio margine per la creazione di un immaginario che legittima la presenza di piccole esperienze, talvolta localizzate in specifici contesti, di contrapposizione al potere delle piattaforme digitali.
Un immaginario che si nutre di pratiche diffuse che testimoniano una capacità collettiva per la salvaguardia di spazi di apertura su sfere pubbliche privatizzate.
Inquadrato come un lavoro etnografico, il testo racconta l’evoluzione di pratiche che si sono cristallizzate nel nostro modo di interagire con app e media digitali, mentre riconosce la normalizzazione di forme di raggiro alle piattaforme, l’imbattersi in scam (annunci falsi o ingannevoli), hate speech o linguaggio molesto, così come della comprensione comune del pericolo di una penalizzazione algoritmica (shadowban) che si traduce nell’adattamento delle parole e dei simboli per poter continuare a diffondere efficacemente un messaggio. Un’analisi sulle forme di resistenza diventa ancor più necessaria alla luce di una tendenza, sviluppatasi dal 2010, a considerare lə utentə come passivə e sottomessə alle decisioni, e a considerare il potere come un concetto asimmetrico, assegnato nella sua totalità alle Corporation digitali.
Restituire allə utenti un ruolo attivo si ricongiunge con l’esperienza di interazione precedente ai social media, dove erano presenti esperimenti di creazione e produzione del contenuto in dialogo tra codici html e forum. Venuta meno la componente tecnica di intervento sul codice, anche chi non è alfabetizzato ai linguaggi di programmazione può intuire come agire: in questo senso, l’agency emerge come capacità di elaborazione di attività volte a eludere un sistema di controllo, formando una scissione netta tra chi prende le decisioni e chi trova gli strumenti creativi per aggirarle.
Il potere delle piattaforme, scrivono, è soltanto metà della storia, che non esisterebbe senza questa agency algoritmica. Si configura come l’abilità riflessiva che gli utenti manifestano per sfruttare le affordances e liberarsi dalle imposizioni delle strutture. L’agency costituisce un continuum con la resistenza: non tutte le sue forme, infatti, possono essere annoverate in quanto tale; al contrario, la resistenza è una forma di agency. Secondo Bonini e Treré, è l’atto di qualcunə che si trova in posizione di subalternità (o “on his behalf”), spesso in risposta al potere. La resistenza diventa attrito, distinguendosi dalla ribellione. È forza resistente che si produce nel conflitto tra due entità.
L’esempio dellə rider è emblematico: chi agisce rifiuta un ordine non redditizio, eterodiretto (lavora su più piattaforme) e schematizzato (lavora con ordini falsi). Gli autori sostengono che persone, gruppi sociali e istituzioni possono decidere di allearsi con gli algoritmi (algorithmic alliances) per raggiungere obiettivi materiali/sociali o interrompere ogni cooperazione ed eluderli: si propone l’immagine di un passo a due per descrivere questa tensione (“It takes two to tango”, titolo del paragrafo nell’originaria versione inglese, è un’espressione che si usa quando la disputa riguarda la responsabilità di entrambe le parti), in cui emergono differenti gradi di intimità, che possono essere effimeri o temporanei; a differenza del tango, tuttavia, l’ambivalenza è meno chiara e più asimmetrica.
Questa peculiare resistenza viene messa in campo attraverso tattiche mirate e device digitali. Nel contesto della gig economy, ad esempio, esistono gruppi Whatsapp o Telegram in cui i rider entrano per collettivizzare l’inganno dell’algoritmo: qui scoprono, ad esempio, quali sono le zone e gli orari migliori per organizzare il lavoro o come possono aggirarlo per ottenere più turni. Gli utenti organizzano anche vere e proprie pratiche collettive, come i surge clubs di Uber.
Gruppi di autisti coordinano gli spostamenti per modellare e influenzare il sistema di domanda e offerta della piattaforma con il fine di aumentare le tariffe. A fronte di una necessità (quella di resistere alle condizioni di sfruttamento estremo) lə lavoratorə si ingegnano per scoprire i punti scoperti delle infrastrutture in cui operano. Attivisti e content creator sfruttano le funzioni a propria disposizione per dare risalto sia alle cause che ai profili con bot o pods. Non è la prima volta che si osserva come siano le voci dissonanti quelle più abili nell'individuazione dei meccanismi di raccomandazione: i creator dimostrano capacità di riappropriazione dello strumento economico, per redistribuire le risorse che la stessa piattaforma genera nei termini di sponsorizzazioni e visualizzazioni, oltre che di capitalizzazione di attenzione e reputazione.
La precisazione degli autori sulla distinzione tra le variegate forme di resistenza è utile a capire come questi espedienti derivino da un proprio microcosmo di pratiche e valori specifici. Utilizzando la nozione di “economia morale”, non di nuova adozione nell’ambito della sociologia digitale, viene definito e tematizzato lo spazio della resistenza. Va chiarito l’aspetto plurale del termine, che non riguarda soltanto la posa degli attori subalterni, bensì la collezione di economie morali che circolano e collidono nell’uso delle piattaforme: se ne riconoscono alcune più affini alle piattaforme, frutto di condizioni di utilizzo e da cangianti, e talvolta arbitrarie, forme di disciplina adottate, ed altre appartenenti agli utenti, caratterizzate, invece, da un disallineamento anche solo parziale con le prime. Il funzionamento delle economie morali fa sovente da fulcro nell’interpretazione dell’agency degli utenti, letta come volta al “gaming” o all’ottimizzazione del rapporto con le piattaforme; mentre la nozione di economia morale, simile alle mire di Edward P. Thompson, viene qui mobilitata per liberarne le ragioni. E con simili conclusioni: gli utenti dotati di economie morali alternative a quelle delle piattaforme non adottano alcuna strategia di uscita, per scelta o per necessità, ma la messa in discussione dei valori della piattaforma si esplicita in forme variegate di dissenso.
È possibile vedere nell’idea di una economia morale degli utenti un depotenziamento delle istanze più radicali di resistenza – che gli autori definiscono “oppositive”, recuperando Stuart Hall-, le cui posizioni sono raccolte e considerate nello spettro dei possibili disaccordi: ciascuna, per antonomasia, nasce per opposizione, anche minima, alla controparte. Bonini e Treré, dunque, riconoscono che tale è la diversità di queste forme che non è possibile considerare un’unica economia morale degli utenti se non semplificando fino a questo punto la sua definizione, a sua volta così largamente inclusiva nei confronti dell’agency seppur opinabilmente poco incisiva a livello analitico: da un lato, risulta poco distinguibile dalla già discussa nozione di resistenza; dall’altro, perché l’utilizzo di strategia e tattica come dimensione dell’agire non ne arricchisce la portata, risultando ad essa praticamente ortogonale. Insomma, le economie morali ci informano dell’esigenza di ragioni diverse a sostegno dell’agency algoritmica, ma non le rivelano, al massimo invitano a scoprire quali esse siano.
Riconosciuta questa varietà di economie morali, bisogna interrogarsi sulle linee di faglia che possono separarle ed esplorarle in profondità, indicando ulteriori dimensioni utili. Un’operazione certamente più ardua, ma anche arricchente sul piano teorico.
Le dinamiche di resistenza descritte nel libro sembrano offrire parallelismi con i filoni di letteratura che parlano della precarietà delle economie informali e dell’emersione di una nuova classe sociale: il postfordismo ha dato vita a precari con caratteristiche inedite, la cui condizione non si limita più alla sfera lavorativa, ma si estende anche alle relazioni personali e all'identità, influenzandone intimamente la costruzione e la stabilità (Worth 2019; Craig e McDaniel 2020; Mrozowicki e Trappman 2021). Le esperienze barocche e industriose (Gago 2014; Arvidsson 2019) delle economie informali restituiscono un tentativo di sopravvivenza di questa classe: quando il lavoro salariato non riesce a mantenere le sue promesse di stabilità ed equità, gli individui si ingegnano per sopravvivere. Si muovono tra dimensioni formali e informali, costruendo reti solidali dal basso per superare le disuguaglianze, seppur nel mercato neoliberale.
La resistenza raccontata nel libro è proprio questa: una serie di pratiche che non ribaltano l’ordine esistente, ma sono indirettamente rivolte contro l’ambiente-piattaforma. Non si rileva alcuna forma di luddismo, bensì un utilizzo strategico delle medesime tecnologie di controllo impiegate dalle piattaforme, trasformandole in attrezzi, né che ci siano a essi sottese coscienze più o meno organizzate. In entrambe le prospettive – economie morali ed economie informali – emerge un aspetto collettivo, anche se depotenziato: i movimenti non attingono da ideologie e valori, ma sperimentano dinamiche più vitaliste, diffuse e meno idealistiche.
Per restituire la complessità del ragionamento di Bonini e Trerè, una visualizzazione sotto forma matriciale (come insegna la tradizione di Hyperpolitics, Calise e Lowi 2010) può aiutare a definire le varie forme di agency algoritmica (Figura 1).

Figura 1: Matrice di Agency Algoritmica basata su Hyperpolitics (Calise e Lowi 2010) Fonte: Elaborazione a cura del Collettivo Game of Tech
L’asse verticale descrive la tensione di allineamento e disallineamento alle economie morali come tattica per la sopravvivenza. L’asse orizzontale esprime la sintesi tra una moltitudine di realtà e l’esistenza di piattaforme con valenza prescrittiva, che definiscono cosa è lecito (dove chi non si adegua viene punito). La Resistenza agli algoritmi, osservata a livello micro, in alcuni casi si configura come un’azione coordinata, mentre è contemporaneamente possibile che si manifestino azioni di resistenza senza particolari forme di collaborazione.
Nel primo caso, si potrebbe generare un cambiamento su larga scala, attraverso connessioni, comunicazioni e collaborazioni tra le persone. Strategie e tattiche sono rilevanti non soltanto per le persone che le mettono in atto perché rappresentano la prova che è possibile negoziare la nostra relazione con gli algoritmi anche nello spazio e nei limiti asfissianti delle piattaforme, basate sulla reputazione. Le pratiche che caratterizzano l'economia morale degli utenti, così come analizzate, sono certamente atti di resistenza a un sistema premiale fortemente individualista.
Le strategie di “Propaganda” mirano a interferire con il lavoro degli algoritmi quando competono tra loro valori morali opposti e sono finalizzate a ottenere un vantaggio economico o politico, come i bot e la propaganda computazionale, che intossicano il discorso pubblico producendo un numero artificiale di opinioni a favore di una specifica agenda politica. La “Promozione” è un tipo di agency strategica che si manifesta nell’aumento della visibilità, nell’ottimizzazione (ovvero la valutazione razionale delle risorse disponibili per ottenere un risultato efficiente) del profilo e nel miglioramento del rating, resi possibili e incoraggiati dalle piattaforme. Diversi attori - individui, istituzioni, formazioni sociali e content creators - progettano di pagare per promuovere la visibilità dei propri contenuti (per esempio, un post sponsorizzato).
I “nuovi luddisti” si trovano dinanzi a sistemi algoritmici complessi. Il “Sabotaggio” diventa una tattica di interruzione del ciclo di accumulazione della piattaforma rifiutando il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro. Dis-organizzati e dislocati, ciascunə si relaziona con i capi attraverso contratti personalizzati, vedendosi privato della possibilità di affiliazione a movimenti e sindacati tradizionali. Il sabotaggio, tuttavia, diventa collettivo quando si inscenano proteste contro prezzi di consegna troppo bassi (nel settore delle consegne) e rifiuti nella consegna o si creano luoghi di incontro per saldare legami sociali.
Infine, la “Algorithmic Evasion” è una tattica di rimozione che consiste nel raggiro delle norme che istruiscono i sistemi (Community Standards, Terms of Service e Platform Policy) per difendere la propria libertà di espressione. Ciò include il regno della moderazione dei contenuti e l’osservazione degli autori ha riguardato gruppi NoVax, gruppi sui disturbi alimentari (pro-anoressia, per esempio) e movimenti di estrema destra.
Oltre l’analisi delle forme di agency, ci sono ulteriori aspetti che meritano di essere portati alla luce. Di particolare interesse nel lavoro di Bonini e Trerè è l’attenzione alla storicizzazione dei processi analizzati, utile ad evitare uno schiacciamento esclusivamente sul tempo presente, come spesso avviene nei dibattiti sul lavoro digitale e di piattaforma.
Gli autori sottolineano l’importanza di situare il capitalismo di piattaforma nella longue durée del capitalismo industriale, con le sue relative implicazioni: «If platform capitalism is merely the mask that capitalist accumulation has taken on in the digital age, platform workers’ contempt and dissent against it are also merely the latest stage in a long history of workers’ protests that always operated to subvert, alter, or take over the processes of production» (73-74, EN version). Al contrario, le tendenze all’annullamento temporale, che interpretano i processi attualmente in campo come isolati e isolabili, amplificano il rischio di letture neutrali e universalistiche. Se le relazioni di potere che definiscono il capitalismo delle piattaforme non vengono dal nulla, ne consegue che anche i processi di resistenza che lo attraversano, e che sono al centro dell’elaborazione degli autori, sono situabili in una relazione dialettica con il passato.
Non solo: riconoscere la storicità dei processi significa evidenziare il retaggio coloniale che resta alla base dell’articolazione del tardo capitalismo, tanto in relazione alle diseguaglianze insite nelle catene globali del valore quanto rispetto alle forme di discriminazione agite lungo le linee di razza e genere.
In questo orizzonte si situano anche la scelta del quadro dell’economia morale come schema di interpretazione e la rilettura delle pratiche attuali di resistenza e sabotaggio attraverso immagini ed esperienze provenienti dal passato – o da contesti in ogni caso distanti da quello del lavoro di piattaforma.
Gli autori restituiscono questa lente temporalmente condizionata facendo largo uso dell’evocazione e della risonanza come strumenti narrativi. La folla affamata e inferocita della rivolta del pane dei Promessi Sposi si sovrappone alla versione inglese del XVIII secolo di Thompson (1971), ed è attraverso queste immagini che si introduce la scelta interpretativa delle economie morali.
O ancora, nei passaggi finali del libro, gli autori richiamano il processo delle enclosures, che ha dato inizio all’affermazione del capitalismo industriale, per evidenziare come anche oggi ci troviamo, probabilmente, davanti a un punto di rottura: «The peasants gradually left the countryside, whose lands had been enclosed and privatized, to be employed in the new cycle of industrial production. [...] In a similar way, we could say that today, a whole range of activities that used to be carried out online on the web, or offline in the world of “atoms,” are increasingly platformized [...] Work, cultural production and consumption, and political activities have been progressively captured and enclosed in the private spaces of commercial platforms» (171-172, EN version).
Come nel passato, proseguono gli autori, ha inizio un processo che, ben lungi dall’essere omogeneo, lineare o privo di attriti, può aprire spazi nuovi di possibilità. È tramite una dialettica con il passato che si anticipa “the making of the platform working class”, così come anche la definizione del meccanismo di reciproca (ri)configurazione tra piattaforme e soggettività degli utenti. Il making è analizzato in maniera dettagliata, attraverso due tipi di parallelismi: il disciplinamento e le vie di fuga – gli atti/spazi di resistenza; la nuova classe operaia delle piattaforme e la classe operaia inglese del primo ciclo di industrializzazione. I processi di produzione, di consumo culturale e di accumulazione capitalistica del valore stanno progressivamente subendo una platformization e questa nuova classe viene socializzata e disciplinata a ritmi etici di pervasiva competizione per la conquista di denaro e visibilità; proprio come le masse di contadini e artigiani inglesi sono stati disciplinati dai ritmi scanditi della fabbrica (Thompson, 1966).
La classe operaia emersa tra XVIII e il XIX secolo si è mobilitata tra mutuo soccorso, associazioni e sindacati, mentre la classe operaia delle piattaforme si organizza tra gruppi di solidarietà informali e associazioni di categoria. Riteniamo importante ricordare che lə lavoratorə non sono mai soggetti singoli, individuali, isolati, quanto piuttosto soggetti plurali votati all’agire-in-comune del mutualismo. In questa discussione, gli autori portano alla luce la dimensione di una necessaria presa di coscienza sul lavoro opaco degli algoritmi (Pasquale 2015). La classe operaia non è delineata solo dalla disciplina ma anche dalla capacità di azione, mobilitazione e cambiamento, che avviene quando la platform working class si rende consapevole del “recinto” del potere computazionale.
Se la resistenza strutturata non può privarsi della consapevolezza (algoritmica), i processi dal basso di solidarietà, incontro, comunicazione e di mobilitazione quotidiana fungono da spazi pubblici per la riappropriazione e la (ri)scrittura partecipativa e democratica dei valori etici del lavoro. Il valore della collettività, oppositivo all’economia morale della piattaforma, diviene la base per la resistenza.
Tramite la metafora del campo di battaglia, Bonini e Trerè concludono il libro delineando le piattaforme come uno spazio di lotta in cui la (ri)scrittura del futuro del lavoro digitale è ancora in corso. Una conclusione aperta che si fa portavoce di una richiesta di riappropriazione dei nostri spazi e delle nostri identità digitali.
Bibliografia
Calise, M. & Lowi, T. J. (2010). Hyperpolitics: an interactive dictionary of political science concepts. University of Chicago Press
Foucault, M. (1976). Sorvegliare e punire: nascita della prigione (1975), trad. Alcesti Tarchetti, Einaudi, Torino
Knorr-Cetina, K. (1999). Epistemic cultures: How the sciences make knowledge. Cambridge: Harvard University Press
Gillespie, T. (2022). Do Not Recommend? Reduction as a form of Content Moderation. Social Media + Society, p. 1-13
Pasquale, F. (2015). The black box society: The secret algorithms that control money and information. Harvard University Press
Thompson E. P. (1966). The Making of the English Working Class. London: Vintage
Woolgar, S. (1990). Configuring the user: the case of usability trials. The Sociological Review, 38(1suppl.), pp. 58-99