Cosa succederebbe se scomparissimo tutti dalla faccia della Terra?

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    Qualche giorno fa, in questo tempo che sembra un’ininterrotta domenica pomeriggio silenziata da una coltre di neve, e invece era martedì e c’erano già 22 gradi, ho sentito un uccello cantare fuori dalla finestra, e non l’ho riconosciuto. Non era uno degli amabili piccioni, e neanche una delle ancor più adorabili cornacchie; non era il passero solito, e non era neppure il merlo che da qualche settimana bazzica il cortile. Giurerei di non averlo mai sentito, ma non sono un ornitologo e non ho un grande orecchio musicale, ho attribuito il tutto alla suggestione, al riverbero nelle strade vuote.

    Ho riabbassato lo sguardo sul computer, lì dove succedono le cose, ma per una di quelle strane coincidenze – come quando da bambino imparavi una parola nuova e da quel momento iniziavi a sentirla dappertutto – tra le news sui nuovi contagiati e le polemiche sui fantomatici farmaci che funzionano, hanno iniziato a spuntare loro: gli animali. Prima in estremo oriente, dove tutto è iniziato: un esercito di scimmie che invade le piazze deserte di Bangkok, i cervi del Nara park in Giappone che girano per la città.

    Cosa succederebbe, davvero, se homo sapiens polluens scomparisse dalla faccia della Terra?

    Ma presto il lockdown è arrivato anche da noi, con le sue conseguenze, immaginabili o sorprendenti. La pianura padana subito meno inquinata, come era successo anche in Cina, e okay. Ma anche le acque trasparenti della laguna di Venezia: ah, quindi il beige fogna non era il colore di default?

    E poi, e soprattutto, gli animali: i delfini più intrepidi che mai nel porto Cagliari, e su fino a Trieste, le anatre nella barcaccia in Piazza di Spagna a Roma e i daini nelle piscine ancora in Sardegna. A Milano vengono filmate lepri nei giardini e persino cigni sui navigli. È come se gli animali non fossero scomparsi, ma se ne stessero ben nascosti negli angoli, pronti a balzare fuori alla prima occasione, non appena noi umani facciamo un passo indietro.

    “La natura che si riprende i propri spazi” è diventato un vero e proprio genere giornalistico: da quando ho avuto l’idea di questo articolo al momento in cui lo sto scrivendo, gli avvistamenti e i conseguenti articoli e post di social si sono moltiplicati. Sono parentesi per rifiatare in mezzo a tante notizie ansiogene; sono manna dal cielo per gli ambientalisti: “quando tutto questo sarà finito”, come dice il mantra del momento, dovremo riconsiderare il nostro posto nella natura, insieme a mille altre cose, dall’organizzazione della sanità al reddito di base universale (vaste programme, ma speriamo).

    Sono, anche, fiato alle trombe degli estinzionisti. Ecco, dicono, siamo noi il virus che ha infettato il mondo. Togliamoci di mezzo, e allora sì che andrà tutto bene, che tutto tornerà come prima. Ma cosa succederebbe, davvero, se homo sapiens polluens scomparisse dalla faccia della Terra? È ipotesi di scuola, ma farla ha senso: va fatta bene però. Bisogna cioè immaginare il caso in cui l’uomo svanisca come per magia: non travolto da un cataclisma naturale (asteroide! asteroide!) che sconvolgerebbe tutto il globo, o per effetto della sua stessa insipienza (apocalisse nucleare et similia) che però estinguerebbe anche molte altre specie – come in effetti sta già facendo.

    Immaginiamo invece un mondo in cui tutti noi, e solo noi, scompariamo all’improvviso.

    Bisogna simulare una scomparsa silenziosa e selettiva: come quella immaginata, ma non spiegata, da Guido Morselli in Dissipatio HG. Lo ha fatto Giacomo Leopardi, prima di tutti e meglio di tutti, come sempre: nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo.

    Lo hanno fatto, più di recente e in modo più analitico, vari scienziati e divulgatori: da Alan Weisman (Il mondo senza di noi) a Telmo Pievani (La terra dopo di noi, con le bellissime fotografie di Frans Lanting).

    Ipotesi di scuola si diceva, ma certo fa impressione leggere quello che Weisman scriveva nel 2008, nelle prime righe del libro:

    Immaginiamo invece un mondo in cui tutti noi, e solo noi, scompariamo all’improvviso. Domani.
    Forse è inverosimile, ma a titolo esemplificativo non impossibile. Ipotizziamo, ad esempio, che un virus colpisca Homo sapiens – un virus naturale oppure prodotto da una diabolica nanotecnologia – spazzandoci via ma lasciando intatto il resto.

    Noi qui e ora, con quasi due miliardi di persone in lockdown nel mondo (al momento in cui scrivo), stiamo facendo un esperimento in vivo, ma parziale. Questi autori hanno fatto delle simulazioni in vitro, per così dire, andando a studiare cos’è successo in quelle terre che, per scelta o necessità, sono state abbandonate dagli uomini. Sono spesso zone travagliate, tutt’altro che oasi di pace: teatri di guerra o di confine come la zona demilitarizzata tra le due Coree, una terra di nessuno dove si sono rifugiati animali in via di estinzione come le rarissime gru della Manciuria, o gli alberghi su una spiaggia di Cipro costruiti poco prima che venisse annessa alla parte turca.

    Se tutti gli uomini svanissero all’improvviso, migliaia di specie minacciate direttamente (come i rinoceronti e gli elefanti) o indirettamente dalla nostra presenza, tirerebbero un sospiro di sollievo. Certo, forse alcune popolazioni sono ormai talmente ridotte all’osso che si estinguerebbero lo stesso, ma in generale le superfici non urbanizzate diventerebbero una immensa riserva naturale. E le città? Verrebbero lentamente colonizzate da branchi di animali selvatici: non subito, ma sicuramente al seguito del ricomparire della vegetazione. Anche se crediamo di vivere in giungle d’asfalto, tutto ciò che ci circonda esiste e resiste grazie a una costante manutenzione: senza umani, si aprirebbero crepe nelle strade, il vento porterebbe terra e spore, e in men che non si dica le metropoli sarebbero sommerse di verde; prima antipatiche piantine infestanti, poi anche alberi.

    In effetti le prime mazzate verrebbero assestate proprio dagli agenti atmosferici. È noto che tra le sette meraviglie del mondo antico solo una, la piramide di Cheope, sta ancora in piedi. Ma se pensiamo che questo dipenda dalle scarse possibilità tecnologiche dei nostri antenati, sbagliamo. Quali sono le opere ingegneristiche che consideriamo più imperiture? A bruciapelo, diremmo le più moderne: ponti e grattacieli di New York, per esempio. Ebbene, l’umidità ci metterebbe poco a corrodere anche i metalli più resistenti, ma i ponti crollerebbero addirittura in un giro di stagione: basterebbe un’autunno in cui la pioggia si insinua tra le fenditure, e un’inverno in cui ghiacciando gli interstizi verrebbero sottoposti a una pressione intollerabile.

    Le leggendarie linee della metropolitana verrebbero sommerse dall’acqua in qualche giorno, e così molte zone costiere, dove l’uomo ha rubato lo spazio vitale al mare con complessi sistemi che lavorano di continuo. Paradossalmente, i manufatti umani che durerebbero di più nei secoli sono i più antichi, quelli prodotti dalle prime civiltà stanziali usando i materiali più resistenti: i vasi e le piastrelle di ceramica, le armi e le statue di bronzo, i grandi e piccoli edifici in pietra. Ma tornando agli animali: alla salvezza delle specie selvatiche farebbe da immediato contraltare un genocidio silenzioso di proporzioni enormi, quello degli animali che vivono per l’uomo e grazie all’uomo. Non pensiamo soltanto agli animali domestici – tra i quali forse solo i gatti e qualche uccello se la caverebbero in natura – ma ai miliardi di bestie da allevamento. Se ragioniamo in termini di biomassa, le percentuali fanno impressione: tra gli uccelli ad esempio, solo il 30% sono specie selvatiche, mentre il 70% è pollame da uova o da carne; e tra i mammiferi, il 60% sono bovini e suini e ovini da allevamento, il 37% siamo noi, e solo il 3% fauna selvatica.

    Che fine farebbero mandrie e greggi senza nessuno di noi?

    Che fine farebbero mandrie e greggi senza nessuno di noi? Facile – e triste – immaginarlo. Ma ci sarebbero anche vittime indirette: la vulgata vuole che dopo l’apocalisse il mondo sarebbe di topi e scarafaggi, ma se sparisse solo l’uomo senza altri disastri naturali (oltre ai processi che abbiamo innescato già, s’intende), non troverebbero molto di che nutrirsi topi, scarafaggi e altri animali cosiddetti sinantropici, cioè che si sono evoluti vivendo presso di noi, dei nostri scarti. In un primissimo momento, banchetterebbero con le nostre masserizie finalmente incustodite, ma la festa durerebbe poco.

    Ma ci sarebbero altri disastri in agguato: senza la costante manutenzione cui sono sottoposte, moltissime attività umane non si limiterebbero a cessare, ma spargerebbero inquinanti nell’ambiente per millenni. Pensiamo alle industrie petrolifere che colonizzano chilometri di coste, tra sversamenti e incendi. La verità è questo film che ci stiamo girando in testa non solo è una pellicola di fantascienza, ma è anche illusorio. E pericolosamente consolatorio.

    Benché Wiseman nel suo libro, ogni tanto, con un mezzo sorriso, sembra augurarselo, l’evoluzione non torna indietro. La scomparsa della specie che ha estinto – per farne bistecche – la megafauna, non riporterà mai in vita tapiri lunghi tre metri e uccelli grandi il doppio degli struzzi. E questo è un primo motivo per non stare troppo allegri: quel che è andato, è andato per sempre. Forse in milioni di anni altre specie erbivore in grado di digerire il legno come gli elefanti potranno evolvere in America, ma non saranno né mammut né mastodonti.

    Il pericolo vero però è un altro. Gli avvistamenti animali di questi giorni in cui siamo chiusi in casa, come certi scenari dipinti da Wiseman e Pievani, dove nel giro di qualche anno New York diventa una palude e Pechino una foresta, sono una trappola. Possono indurci a pensare che, be’, tutto sommato ci vuole poco per rimettere tutto a posto. Basta fare un passo indietro, al limite due. E invece no.

    Perché se guardiamo bene, il quadretto non è così bucolico come sembra: almeno in un paio di casi – le scimmie in Thailandia e i cervi in Giappone – gli animali non si stavano riappropriando di spazi a loro sottratti dall’uomo, ma stavano andando esattamente in cerca dell’uomo. O meglio, del cibo che l’uomo gli dava, i bocconi prelibati e abbondanti con il quale migliaia di turisti li nutrivano fino a pochi giorni prima. Un segnale inquietante di come sia vasto e articolato il nostro impatto sull’ambiente. Ma guardiamo al futuro. Se è vero che la qualità dell’aria è migliorata, dalla Cina all’Italia, è anche vero che appena le maglie della quarantena si allentano, le ciminiere riprendono a sbuffare a pieno ritmo: tanto da far ipotizzare che, forse per l’ansia di recuperare il terreno perduto, l’effetto di questo up & down per il riscaldamento globale potrebbe essere neanche a somma zero, ma addirittura peggiorativo.

    Non solo. Molto dopo che le foreste avranno sommerso le metropoli fino a renderle irriconoscibili, quando anche le più solide cattedrali di pietra saranno crollate, saranno in circolazione sulla terra e soprattutto nei mari le plastiche che abbiamo prodotto negli ultimi decenni. Abbiamo inventato composizioni chimiche che che non esistono in natura, e che perciò la natura non riesce ad assimilare. Potrebbero volerci decine di migliaia di anni perché si evolvano batteri in grado di digerire la plastica. Centinaia di migliaia di anni, forse. Non lo sappiamo, è questa la cosa più terribile. Non andrà tutto bene, neanche se svaniamo dall’oggi al domani.

    Gli estinzionisti sembrano una frangia estrema, ma sono delle mammolette riformiste rispetto a chi sostiene altre posizioni. Ne La malinconia del mammut di Massimo Sandal, che è un libro bellissimo su evoluzioni e fini di mondi, non solo su Specie estinte e come riportarle in vita come dice il sottotitolo, si prendono in considerazione tutte le soluzioni, anche le più fantascientifiche. Dalla panspermia – inviare microrganismi nello spazio perché colonizzino qualche pianeta lontano – alla possibilità di centuplicare la superficie della Terra. C’è anche la soluzione finale: non fare niente. Anzi, accelerare il processo: dato che da quando è comparsa la vita sulla Terra, non è stato altro che un divorarsi a vicenda, in un’apoteosi di dolore e souffrance (Leopardi, ancora una volta), faremmo cosa pietosa a estinguere non noi stessi, ma la vita tutta.

    Troppo facile. Troppo auto assolutorio. Adesso siamo sulla nave, anzi saldamente al timone. Non possiamo abbandonarla, neanche volendo. Restiamo a bordo. Non facciamo un passo indietro, facciamo un passo avanti.

    Note