Il governo del cambiamento visto da San Vittore

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    Quando penso al carcere, spazio dove entro ormai da tredici anni con una certa regolarità [Valeria Verdolini è presidente di Antigone Lombardia, ndr], non posso fare a meno di pensare a San Vittore, che è per molti versi, la mia idea di penitenziario.

    Nato dal modello lombardo, strutturato come un Panopticon di Bentham, il penitenziario al centro di Milano racchiude pregi e paradossi del sistema penale. È una casa circondariale, attraversata da oltre 10000 persone all’anno. È una testimonianza dell’illuminismo, e porta con sé tutte le fragilità strutturali di questa datazione. Ma non solo. Se si vuole avere il polso del paese, dell’Italia, la prospettiva e la visione offerta dalla ronda centrale è sicuramente un punto di vista privilegiato, ed un ottimo termometro dello stato della pena e di quello dei diritti.

    È san Vittore nel 2011 ad offrire l’immagine dolente del penitenziario che scoppia, con i tripli letti a castello in 9 metri quadri che impediscono di aprire le finestre.  È il CONP (Centro di Osservazione Neuro Psichiatrica) con il suo letto di contenzione in metallo e cuoio che restituisce l’urgenza e la necessità della commissione Marino e del lavoro per il superamento degli OPG. È ancora piazza Filangeri a cambiare aspetto dopo la riforma per adempiere alla condanna Torreggiani, che ha portato alle svolte della svuotacarceri.

    Martedì ci sono tornata, e quei corridoi mi hanno restituito il senso dell’adesso e la prospettiva degli effetti del Contratto di Governo su quelle mura e su quelle vite. Dei sei raggi, due e mezzo sono chiusi e inagibili. Ci sono 1048 persone per 543 posti. 800 in attesa di diventare definitivi. I numeri non rendono il senso di asfissia in una stanza da undici, con i letti fino al tetto, tutti occupati.

    La stanza de LOS GLADIATORES ha 7 brande 21 metri e una manciata di millimetri e un pavimento pendente, che fa scivolare l’acqua verso il fondo, sotto il letto di uno dei detenuti, bagnando i pacchi e i pochi effetti personali.

    Nel Contratto viene fatto chiaramente riferimento a questi temi:

    Per far fronte al ricorrente fenomeno del sovraffollamento degli istituti penitenziari e garantire condizioni di dignità per le persone detenute, è indispensabile dare attuazione ad un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture e l’ampliamento ed ammodernamento delle attuali.

    Una proposta che non risponde a due questioni centrali: i costi di nuove strutture (sotto ricatto della condanna Torreggiani, sono stati realizzati nuovi padiglioni, sacrificando aree di socialità e richiedendo tempi elefantiaci di realizzazione. In che modo la costruzione di nuove strutture potrà risolvere numeri così consistenti, che si sono duplicati in meno di 4 anni, e che si rafforzeranno a fronte di una nuova politica penale estremamente giustizialista?

    La stessa sentenza Torreggiani rappresenta oggi un boomerang: come afferma uno degli agenti “la conquista dei 3 metri la stiamo pagando”. Il prezzo di questa battaglia di dignità, che aveva comparato il sovraffollamento ad un trattamento inumano e degradante sono le difficoltà di gestione degli spazi in relazione alla pericolosità, in funzione del percorso rieducativo, dell’età e del tipo di reato. Così, i giovani adulti non possono essere tutti giovani (la norma prevedrebbe solo la fascia 18-25) perché non c’è spazio, e quindi vengono ricollocati con detenuti ben più anziani, spesso recidivanti, nel I raggio, secondo e terzo piano, con le mura spugnate arancioni e decori di edera rampicanti, che restituiscono un vago sapore da pasticceria di periferia, mitigato immediatamente dai blindi.

    Allo stesso modo, lo spazio disciplinare dell’isolamento diventa il luogo di appoggio dei nuovi giunti, perché è l’unica porzione di struttura in cui rimangono quelle metrature, in cui i 3 metri si possono garantire. Così la prima socializzazione avviene con le persone che dovrebbero essere in isolamento disciplinare, probabilmente le ultime che andrebbero incontrate in un percorso penitenziario. Mentre la struttura si affatica, nelle righe del Contratto di Governo Lega-M5S c’è la revisione dello stato di diritto così come lo conosciamo, la compressione del garantismo, una sorta di stato etico che disciplina, pulisce e punisce.

    A dispetto dei molti problemi del paese, i temi della sicurezza, delle forze dell’ordine, del carcere, delle migrazioni risultano sovradimensionati nel testo. Revisione dell’imputabilità minorile, estensione del trattenimento amministrativo, costruzione di nuovi centri, discriminazione nei confronti dei RoM, nuovi CIE. Ma se questo mi spaventa, tuttavia non risulta inatteso se non per la asprezza, per l’estensione, per il lessico vendicatorio e premoderno.

    Per garantire il principio della certezza della pena è essenziale abrogare tutti quei provvedimenti emanati nel corso delle legislature precedenti tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari a totale discapito della sicurezza della collettività. Per far sì che chi sbaglia torni a pagare, è necessario riformare e riordinare il sistema venutosi a creare a seguito dei seguenti provvedimenti: l’abrogazione e la depenalizzazione di reati, trasformati in illeciti amministrativi e civili, la non punibilità
per particolare tenuità del fatto, l’estinzione del reato per condotte riparatorie anche in assenza del consenso della vittima, nonché i periodici ‘svuota carceri’. È inoltre opportuno ridurre sensibilmente ogni eventuale margine di impunità per i colpevoli di reati particolarmente odiosi come il furto in abitazione, furto aggravato, furto con strappo, la rapina e la truffa, modificandone le fattispecie ed innalzando le pene.

    Se proviamo ad analizzare la nazionalità di questi 1048 ristretti, 625 sono stranieri, provenienti da Tunisia, Marocco e Romania, una percentuale costante per la Lombardia e per il Nord Italia, che si stempera sul piano nazionale (il 30 aprile 2018 si attestava sul 34%). Il contratto propone come soluzione il trasferimento delle persone condannate:

    È opportuno consentire al maggior numero possibile di detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane di scontare la propria condanna nel Paese d’origine attraverso l’attivazione di accordi bilaterali di cooperazione giudiziaria con gli Stati di provenienza.

    Tuttavia, rimane un tema scoperto: chi coprirà i costi di questi viaggi in situazioni spesso di grave indigenza? Quanto potrebbero pesare quei 18000 rimpatri? L’assunto suona come una facile soluzione sulla carta ma poco praticabile e percorribile, e soprattutto percorsa negli ultimi vent’anni di detenzione straniera.

    Eppure la questione dei rimpatri torna spesso nel testo:

    Fondamentale, infatti, per una corretta gestione della politica immigratoria è la questione dei rimpatri. Oltre ai recenti richiami dell’Ue che hanno evidenziato una assoluta incapacità dell’Italia sotto questo profilo, rispetto agli altri Paesi, nell’effettivo allontanamento degli immigrati irregolari presenti nel proprio territorio, secondo i dati ufficiali sugli ingressi, tenuto conto di una stima di quelli non registrati, e gli esiti delle domande di asilo presentate dal 2013 ad oggi sarebbero circa 500 mila i migranti irregolari presenti sul nostro territorio e che, pertanto, una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria.
Ai fini dell’espletamento delle procedure e dell’effettivo rimpatrio, il trattenimento deve essere disposto per tutto il periodo necessario ad assicurare che l’allontanamento sia eseguito, fino ad un massimo complessivo di diciotto mesi in armonia con le disposizioni comunitarie.

    Al carcere si somma quindi, di nuovo una detenzione amministrativa protratta fino ai 18 mesi, al termine dei quali non è chiaro come verrà risolta la questione dei respingimenti, spesso tradotti, nelle prassi, in un rilascio senza prospettiva sul territorio nazionale, offrendo manodopera irregolare al mercato informale del lavoro, e rafforzando il meccanismo delle porte girevoli di ingresso e uscita dal carcere.

    Tornando agli incontri di San Vittore, di quei 1048 presenti, 595 sono tossicodipendenti. 257 psichiatrici conclamati. Al CONP sono arrivate le lenzuola, ed è stato tolto il letto di contenzione, ma le infiltrazioni di umido e le grida non bastano a compensare questa miglioria negli alloggi, sebbene restituiscano un minimo di dignità a quei 18 posti letto.

    A quarant’anni dalla legge Basaglia, possiamo dire che sono stati slegati i matti, per poi arrestarli tutti. E soprattutto che, a fronte di molte analisi che attestano lo smantellamento del sistema di presa in carico territoriale del disagio psichico, questo contratto di governo non tratta l’argomento, pur istituendo un “ministero per la disabilità” non viene previsto nessun passaggio sulla salute mentale, tema centrale dentro e fuori le mura del penitenziario.

    Nel frattempo, attraversando i corridoi del sesto raggio, è percepibile e visibile l’inizio del Ramadan. A fianco del cuscino resistono le baguette e le arance, in attesa del futur (o iftar) serale.

    Al centro del corridoio, protetto da un cancello, l’unico frigorifero per tenere le cose in fresca (altrimenti lasciate nell’acqua corrente della turca). C’è scritto “entra nella magia” e una ragazza ammiccante divora un Maxibon, fissando negli occhi chiunque si avvicini per prendere una bibita.

    Nella cella di Z., invece, c’è un pantheon sincretico che tiene insieme il Corano, Bob Marley, che Guevara e Lady D.

    Nel contratto si fa esplicitamente menzione della religione islamica:

    Ai fini della trasparenza nei rapporti con le altre confessioni religiose, in particolare di quelle che non hanno sottoscritto le intese con lo Stato italiano, e di prevenzione di eventuali infiltrazioni terroristiche, più volte denunciati a livello nazionale e internazionale, è necessario adottare una normativa ad hoc che preveda l’istituzione di un registro dei ministri di culto e la tracciabilità dei finanziamenti per la costruzione delle moschee e, in generale, dei luoghi di culto, anche se diversamente denominati. Inoltre, occorre disporre di strumenti adeguati per consentire il controllo e la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultino irregolari. A tale riguardo, onde garantire un’azione efficace e uniforme su tutto il territorio nazionale è necessario adottare una specifica legge quadro sulle moschee e luoghi di culto, che preveda anche il coinvolgimento delle comunità locali.

    Ma il tema dei diritti religiosi, dentro e fuori le mura, è solo una delle questioni. Nel meccanismo di rafforzamento securitario i reati contro la persona, soprattutto sessuali, sono al centro dell’agenda:

    È prioritario l’inasprimento delle pene per la violenza sessuale, con l’introduzione di nuove aggravanti ed aumenti di pena quando la vittima è un soggetto vulnerabile ovvero quando le condotte siano particolarmente gravi.

    “colui che ci ha creati non può salvare noi senza di noi” campeggia sulla parete del reparto protetti (il raggio degli infami, dei reati sessuali e degli autori di reato delle forze dell’ordine) dove ora si tenta di aprire le celle, tra conflittualità e timori. Sulla vecchia televisione Grundig nella sala lettura è appoggiato un ironico “premio Fair Play”. Nel plico di libri sotto l’etichetta “nuovi arrivi” l’occhio cade sul testo “dalla beat a bandiera gialla”, che restituisce l’attualità delle letture proposte.

    Si tratta di uno spazio denso di questioni aperte, come quella dei detenuti dichiaratamente omosessuali, che possono vivere una sessualità proibita di fatto tra le mura, alterando gli equilibri del reparto, e rendendo la sorveglianza dinamica una sfida ancora più articolata. Sfida destinata a svanire, proprio perché si vuole rivedere e modificare “il protocollo della c.d. ‘sorveglianza dinamica’ e del regime penitenziario ‘aperto’, mettendo in piena efficienza i sistemi di sorveglianza”.

    A fronte di una sofferenza percepibile, che si mescola al forte odore di cloro e al pesce dei carrelli del pranzo, suonano particolarmente ostili le parole che evocano una maggior durezza e severità del sistema penitenziario:

    È infine necessario riscrivere la c.d. ‘riforma dell’ordinamento penitenziario’ al fine di garantire la certezza della pena per chi delinque, la maggior tutela della sicurezza dei cittadini, valorizzando altresì il lavoro in carcere come forma principale di rieducazione e reinserimento sociale della persona condannata. Si prevede altresì una rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali. Occorre rivedere altresì le nuove linee guida sul cd. 41-bis, così da ottenere un effettivo rigore nel funzionamento del regime del ‘carcere duro’.

    Mentre il Contratto esplicita un progetto di reddito di cittadinanza, un meccanismo deflattivo attraverso la flat tax, un sistema di aiuti alla classe media, nelle celle di san Vittore la marginalità estrema si confronta con anche un regime carcerario economicamente non sostenibile, seppur preferibile alla libertà. “Io sono preoccupato perché il 1 giugno devo uscire!” afferma uno dei detenuti. I soldi non bastano per telefonare, per le sigarette.

    Il meccanismo di mail costruito all’interno da una cooperativa di ex detenuti prevede costi di 12 euro per 30 email (ossia 30 fogli), perché le lettere devono essere manualmente raccolte, scannerizzate, inviate via mail e altrettanto vale per la risposta. Si tratta di una grande innovazione, che riduce i tempi e costa meno dei telegrammi, ma dai costi amplificati dal meccanismo di sicurezza. La comunicazione all’esterno è quindi subordinata ai privilegi economici, ai supporti, agli aiuti. Nel carcere di oggi, la diseguaglianza permette di fare due galere distinte, in base alla capacità monetaria.

    L’accesso al lavoro si basa su una graduatoria di anzianità di disoccupazione, a partire dal tempo trascorso dall’ingresso in carcere. A volte vengono inventati lavori, come nel caso di K., che è stato assunto come piantone per aiutare M. che non si riesce ad alzare, ma K. si sveglia troppo tardi per il Ramadan e M. non si sente assistito. K. ha 20 punti su una gamba, si è tagliato un giorno in cui era arrabbiato, per la cocaina, per il non lavoro (e rischia di perdere anche questo).

    E questo non è il caso più estremo: spesso viene utilizzata la minaccia del suicidio per migliorare le posizioni in graduatoria, soprattutto da parte dei detenuti migranti, soli nel loro percorso detentivo, spesso non supportati da fuori e diffidenti nei confronti della struttura detentiva, spesso scambiata con modelli autoritari esperiti nei paesi d’origine. Spesso avendo incontrato la mattina della direttissima un avvocato d’ufficio e non avendo né il numero né i soldi per poterlo ricontattare.

    Ancor più tristemente ironico suona perciò il pre esordio del presidente del consiglio che dichiara che farà “l’avvocato degli italiani”. O forse no, semplicemente queste parole hanno esplicitato con maggior chiarezza cosa aspettarsi da questa legislatura, da questo governo e da queste promesse, che risultano così chiare se ascoltate da piazza Filangeri.


    Immagine di copertina: ph. Ricardo Gomez Angel da Unsplash

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