Amare o tradire una città

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    In Confessioni di un borghese di Sandor Marai, c’è un passo molto intenso in cui lo scrittore afferma: “Non incontrai più, in seguito, né paesaggi che mi invitassero a fermarmi, né città che mi attirassero tra le loro mura. Sempre di meno sentivo il viaggiare come una tabella di marcia coerente. L’infedeltà che, come una malattia, determina la mia personalità, ha influito sui miei viaggi, determinando i miei itinerari. Un infedele non si mostra tale soltanto nei confronti dei suoi cari, ma anche nei confronti di città, fiumi e montagne. Il suo è un impulso più forte di qualsiasi considerazione morale. E io ho tradito delle città esattamente come ho tradito delle donne, di cui, ogni tanto, ho poi sentito nostalgia; una volta andai a Venezia con l’intenzione di fermarmi per diversi mesi, ma dopo due giorni presi la fuga, per poi approdare casualmente in una cittadina anonima, priva di qualsiasi attrattiva, dove bighellonai per settimane”. 

    Dal 5 al 21 novembre ritorna, a Roma, “Alla fine della città”, un progetto di Ti con Zero, un festival che guarda alla periferia e a nuovi modi, sostenibili, di vivere gli spazi urbani. Due settimane di passeggiate esplorative, laboratori artistici, eventi teatrali e sportivi.

     

    Amare o tradire una città, come si ama o si tradisce un corpo, una persona. È un rapporto complesso e spesso difficilmente decifrabile quello tra un territorio e i suoi cittadini. Esistono luoghi che abbiamo scelto, altri in cui nasciamo e dai quali non andiamo più via, altri luoghi ancora in cui siamo costretti a vivere, per ragioni diverse. Esattamente come un corpo, la città si snoda nelle sue terminazioni, raggiunge la periferia e si dirama in mille paesaggi differenti, dove in modi altrettanto alternativi si ritrovano a vivere comunità distinte tra loro. 

    Esistono luoghi che abbiamo scelto, altri in cui nasciamo e dai quali non andiamo più via, altri luoghi ancora in cui siamo costretti a vivere, per ragioni diverse.

    È in questo spirito di scoperta, conoscenza e rispetto del territorio al di là del centro cittadino che nasce Alla fine della città. Narrazioni viandanze e immagini nelle periferie, un festival del paesaggio umano ed edilizio (qui il programma), che si propone di rilevare e rivelare le nuove relazioni territoriali nelle città, aree verdi e parchi, traiettorie urbanistiche e itinerari pedonali, piste ciclabili, ma anche approfondire le relazioni culturali con artisti e comitati di quartiere, tra attori e associazioni di volontariato, tra letteratura e storia dellurbanistica. 

    Anche quest’anno la rassegna racconterà il paesaggio cittadino attraverso narrazioni performative, laboratori teatrali, racconti di partecipazione cittadina e appartenenza.  Abbiamo incontrato Fernanda Pessolano, presidente dell’associazione Ti con Zero. 

    “Alla fine della città”, prima di ogni riferimento possibile, sembra una visione, un modo di guardare e pensare lo spazio, il luogo città e le sue terminazioni. Quando e come nasce questo progetto? 

    Il progetto nasce nel 2018 per la programmazione di Contemporaneamente 2018 come un percorso dal centro all’estremità, dai piedi alla testa, dal Parco dell’Appia Antica al mare di Ostia, dalla periferia al centro, con la voglia, il desiderio, l’urgenza di raccontare Roma lungo questa traiettoria, a piedi e in bicicletta. E con l’intenzione di farlo come in un grande reportage attraverso l’incontro con le associazioni, le esplorazioni del territorio, le interviste con gli studiosi e gli esperti, le interpretazioni con gli artisti, le performance degli artisti (municipi VIII, IX e X). Nel 2019 il progetto ha cambiato municipio (il XV) e la traiettoria. dal Museo Napoleonico a Isola Farnese, dal Cimitero di Prima Porta a Ponte Milvio seguendo il Tevere. Nel 2020 per tre anni saremo nel XIV. Inizio e fine dipendono dalla prospettiva da cui si osserva e quando un abitante di Ostia ci disse che lui non si sentiva alla fine della città, ma all’inizio, aveva ragione. Era quello che volevamo sottolineare. Accettare e suggerire altre prospettive e direzioni, cioè altri punti di vista.

    Dall’5 al 19 novembre si svolgeranno una serie di attività nelle scuole che rappresentano l’essenza più vera di questa rassegna. Mi riferisco a una serie di laboratori che hai curato personalmente in collaborazione, tra gli altri, con Aurora Pica, Anna Paola Bacalov, il Museo degli Automata e la Biblioteca della Bicicletta. Nel 2013 hai fondato la Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza, l’unica biblioteca in Europa specializzata in bicicletta e ciclismo, che progetta percorsi didattici legati alla promozione della lettura per ragazzi sui temi delleducazione ambientale, sport e intercultura. 

    Da più di 200 anni la bicicletta ci accompagna, silenziosamente ed ecologicamente, poeticamente e spiritualmente, semplicemente e muscolarmente, nella vita di tutti i giorni. Tutti i nostri laboratori dedicati alla scuola (Istituto Pablo Neruda di Casal del Marmo) hanno, come tema, la mobilità sostenibile, il nostro essere itinerante e informale. La mobilità sostenibile come punto di partenza o di arrivo, come strategia o filosofia, come comportamento o stile. La mobilità sostenibile è anche una delle materie fondamentali – le altre vanno dalla letteratura ciclistica alla partecipazione cittadina, dalle collaborazioni con le ciclofficine alla progettazione di feste e festival – della Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza che collabora con noi. Ma soprattutto la bici, il primo giocattolo che si regala dopo la palla, è un pretesto per raccontare, costruire, muoversi. Le proposte artistiche, di danza, di esposizione tra arte e artigianato, di costruzione degli automata e di fotografia adottate dalla scuola, diventano presidio culturale temporaneo e quotidiano. Gli artisti silenziosamente portano vento pulito come una pedalata nel bosco. Le insegnanti attivamente pedalano, adottano e scampanellano. Gli studenti stanno al gioco e corrono. I miei teatrini, opere tra artigianato e arte, ricchi di oggetti tessuti e ricami, verranno adottati nelle classi per 20 giorni, uno a classe, corredati di un abbecedario ciclistico e umano di corse e disfatte. Il museo degli automata illumina l’ingegno con i suoi laboratori e –  come tutti sanno – la catena della bicicletta trasmette movimento. Ma particolare è il lavoro sperimentale iniziato in primavera tra lingua dei segni e danza, tra gesto e narrazione, tra bicicletta e itineranza. Mi piaceva l’idea di trasformare la mostra I 10 perché della bicicletta, realizzata da me con illustrazioni tattili e scritta da Marco Pastonesi con trascrizione in braille, anche in mostra danzata per non udenti. Insieme alla danzatrice Aurora Pica e agli studenti dell’ISSIS Magarotto di Roma e le inseganti e i bambini dell’Istituto Comprensivo Pablo Neruda a distanza abbiamo giocato e gesticolato. Finalmente tra qualche giorno Aurora potrà vedere e lavorare con i bambini. Finalmente Aurora e Anna Paola Bacalov potranno giocare con le insegnanti.

    Quest’anno il programma del Festival è particolarmente ricco e alterna focus artistici a momenti più prettamente laboratoriali e sportivi. Com’è stato realizzare questa edizione? Quali sono state le principali difficoltà e quali i momenti più esaltanti nell’allestimento di questo grande lavoro collettivo?

    Il nostro è – sempre – un lavoro di gruppo. Si comincia con un’idea, o forse con un’intuizione, e poi si cerca di costruire un programma multiplo, multidisciplinare, multisettoriale. Ciascuno con le sue competenze, le sue abilità, le sue possibilità, anche il suo pubblico. Così, nell’ambito di un progetto, cerchiamo di collegare, connettere, confrontare, perfino mettere in rete bambini e archeologi, danzatrici e atleti, urbanisti e ciclisti. Realtà diverse, teste diverse, esigenze diverse, aspettative diverse. Bisogna considerare tutto e tutti. E non è facile. Esaltante è il primo appuntamento, perché si comincia il viaggio, come corridori a un pronti-via, ma anche l’ultimo appuntamento, perché si arriva alla meta, al traguardo. Esaltante è l’adesione dei docenti, che spesso lottano nelle scuole. Esaltante è l’ingresso nel carcere, spesso visto e vissuto come un luogo di emarginazione, di non ritorno. Esaltante è un’intuizione, un’idea, che diventa una performance, un video. Siamo un gruppo di lavoro in cerca di comunità.

    Il vostro progetto si configura nel formato di una rassegna triennale che utilizza tre verbi per proporre un tema e tre verbi tra loro concatenati per un triennio. Quest’anno il verbo è volare. Perché? 

    Accendere, creare, volare. “Accendere” con decisione per iniziare, illuminare e testimoniare il territorio. “Creare” con arte per partire e fare esperienza, collegando significati, interpretazioni e relazioni. “Volare” con leggerezza per sfrecciare, sorvolare su noi stessi, sugli uomini, sulla città, sulla storia di una città. Sono i verbi di un processo vitale. E’ la vita stessa. Un amore, un viaggio, una sfida. I nostri tre verbi per proporre un tema e concatenati per un triennio. 

    ACCENDERE Accendere una luce, un lume, un fuoco, accendere una radio, una tv, un registratore, accendere una sensazione, un’emozione, un sentimento, accendere una voglia, un desiderio, una passione, accendere un interesse, una curiosità, un territorio. Accendere un gesto, anche simbolico.

    I ANNO IL GESTO SIMBOLICO Il gesto simbolico delle mani che danno vita a personaggi, storie, racconti, quelli di un teatro di figura. Il gesto simbolico di un piede dopo l’altro, di un passo dopo l’altro, quello di una camminata naturalistica. Il gesto simbolico – quale simbolo potrebbe essere altrettanto forte? – di una mano che impugna una torcia e della torcia che accende un braciere, quello dei Giochi olimpici di Roma 1960. Il gesto simbolico di una mano che impugna una vanga o che guida un trattore, per vivere e guadagnare, per nobilitare e lottare, per mantenere la memoria dei luoghi (la lotta delle terre dell’azienda agricola Cobragor).

    CREARE Creare un movimento, un’azione, un’attività, creare un ordine, una regola, una disciplina, creare un lavoro, un capolavoro, creare un’opera, un’opera d’arte, creare un percorso, un itinerario, un viaggio, creare una soluzione, un’interpretazione, una rappresentazione. Creare un gesto, anche studiato.

    II ANNO IL GESTO STUDIATO Il gesto studiato nel lavoro, che allo stesso tempo è artigianale e industriale, ripetitivo e creativo, allenamento funzionale ed evento unico, musicale e culturale, un canto ritmato.  Come quello del viaggio nella musica popolare, tra canti di lavoro e blues, tra canti di protesta e spiritual, con gli Scariolanti che rivisitano le strade percorse da Alan Lomax e Diego Carpitella negli anni Cinquanta.

    Il gesto studiato nella danza, disciplina e poesia, ripetizione e imitazione, è studio e passione, un seminario sull’arte del gesto e sulla trasmissione del movimento. Come nel caso di Virgilio Sieni, attraverso esercizi e contatti con la natura esplora la tattilità come fonte sorgiva. Sviluppando l’idea di comunità del gesto e della sensibilità dei luoghi.

    Il gesto studiato nell’arte della scenotecnica, nel teatro di figura, che è meccanismo e ripetizione, articolazione e posizione, marionetta mobile e automa, un linguaggio mobile e scenografico. Come quello luminoso del racconto su Marie Louise Fuller, a due voci (Rossella Battisti e Patrizia Hartman) e un corpo (Eva Paciulli), per ricreare i giochi di luce di una farfalla elettrica.

    III anno: VOLARE e IL GESTO ISPIRATO ve lo racconteremo il prossimo anno. 

    Dal 2004 sei Presidente dell’associazione Ti con Zero, che svolge la sua ricerca nellambito della promozione della cultura, della promozione alla lettura e della didattica scientifica. Sviluppa progetti ed eventi per costruire presidi culturali. Si occupa di contemporaneo tra letteratura, sport e scienza con una particolare ricerca sulle forme di spettacolo dal vivo e azioni site specific. Qual è la tua idea di territorio e come credi che il lavoro culturale di un Festival così radicato a un luogo possa determinarne le dinamiche, le politiche?

    Credo nei presidi culturali. La mia esperienza si è moltiplicata nelle biblioteche dei Comuni e della Provincia, in carceri, teatri, ciclofficine, piazze, mercati, giardini, parchi. Tutti luoghi dove scorre la vita vera. Tutti luoghi da puntellare e consolidare in periodi di resistenza, da abitare e frequentare in periodi di stabilità, da valorizzare sempre. Attività che possano garantire nella loro gratuità verso il pubblico un’opportunità per tutti. Un invito alla partecipazione senza riserve.

    Alla fine della città è un Festival di “Narrazioni, viandanze e immagini nelle periferie”. Chi sono i viandanti di oggi?

    I viandanti oggi non sono solo pendolari e pellegrini, ma viaggiatori nel tempo e nei luoghi. Quelli che viaggiano attraverso una storia, orale o scritta o musicata. Quelli che viaggiano guardando e ascoltando e domandando. Quelli che viaggiano a prescindere dalle carte d’identità e dai certificati anagrafici e sanitari. I viandanti sono anche quelli che viaggiano a piedi o in bicicletta. Ma sono soprattutto quelli che viaggiano salutando e ringraziando, consapevolmente, nella vita quotidiana e nei luoghi informali. I luoghi informali sono, per Ti con Zero, una ricerca e una scelta.

    C’è una frase che ritorna tra le pagine del vostro sito: le città contengono, possiedono, custodiscono. Le periferie accolgono, ospitano, trattengono. Cos’è periferia oggi, a Roma? Quali sono le conquiste, quali le sfide per un vivere consapevolmente il territorio?

    Ogni volta che esploro una periferia, mi sembra di ascoltare musica: ritmata e sincopata, musicata e urlata, colorata e interrotta, profumata e cupa. La musica è un’attesa che accoglie, ospita e trattiene. E l’attesa prevede una capacità di essere sorpresi e reattivi. L’osservazione e la valutazione delle condizioni che ti circondano sono utili a saper reagire, convivere e combattere. Ma soprattutto è l’allenamento al saper osservare e attendere che ti permette di emozionarti, prendere o lasciare il ritmo, intonarsi o stonare. Le periferie ti allenano a questo. 

    L’imponderabile, enorme evento della pandemia ha ridefinito anche drammaticamente il rapporto delle persone con gli spazi della città. Com’è cambiato questo rapporto, secondo te, nelle periferie e come  ne immagini il futuro? 

    La pandemia – il contagio e la quarantena, la paura e il sospetto – ci ha costretti a ridimensionarci, ridefinirci, ritrovarci, porre nuova attenzione ai luoghi che si abitano, alle relazioni con il vicinato, alle ricerche di alleanze. La pandemia ci ha costretti a rallentare il ritmo e a dilatare il tempo. Ad aspettare. La pandemia, a ben considerarla, è un’opportunità. E “Alla fine della città” come occasione di comunità eterogenea, può aiutare tutti a ritrovare una linea interrotta, un filo spezzato, un contatto perduto.

    Note