Autobiografia. Ciascuno cresce solo se sognato

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    Non cercare il colpevole.  È uno dei punti del Manifesto del Buon Conflitto che sintetizzano il pensiero del pedagogista piacentino Daniele Novara.  Questa è anche l’ipotesi alla quale sono giunta in questa mia minuscola e incompiuta (incompibile) biografia. Non cercare il colpevole è alla base delle relazioni umane, dell’avanzamento sociale e culturale.

    Non cercare il colpevole significa affrontare le conflittualità interrogandosi sulle diverse possibili posizioni. Significa non pensare che esista una verità assoluta, non sentirsi portatore sano di verità assoluta. Sgretolarsi ogni volta, sgretolare muri, aprire varchi di comunicazione e costruire ponti per andare oltre il fosso. Dopo averlo scavato ed essercisi rotolati e infangati dentro, passarlo oltre con una impalcatura eretta collettivamente a servizio di sé stessi e della comunità. Nel mondo adulto non c’è nulla di buonistico in questo ma c’è, anzi, un fare molto contrastato. Significa opporsi con forza e decisione alla diabolica fabbrica del consenso, per dirlo alla Chomsky.

    L’ho imparato in nottate di attivi politici passate nella cappella de L’Asilo, nelle lunghe e partecipate assemblee cittadine nel refettorio dell’Asilo, nelle fragilità dei rapporti umani e mentali che nel micro come nel macro mondo esistono e che andrebbero affrontate. In qualche modo. Vi sono diversi modi. Quello che trovo più sano vede alla fine un punto interrogativo, non un esclamativo.

    Dal mio angolo tacito ascoltavo e osservavo. La mia prima preoccupazione era quella di capire, di conoscere, di approfondire e partecipare a un modo, a quel modo, così precario, fragile, ma anche assai forte, così difficile e così affascinante, così contraddittorio e conflittuale, così apparentemente lento eppure fittissimo.

    Per quanto vivessi quotidianamente e con grande partecipazione emotiva e intellettuale il processo di avanzamento politico che stava prendendo forma, decisi di entrarci totalmente solo quando sentii di poter dare un contributo reale. Nel momento più rischioso. La Magistratura appose i sigilli al terzo piano dell’Asilo, quello operativo dove erano conservati tutti gli strumenti di produzione ottenuti con fatica e duro lavoro collettivo, quello dove c’era il teatro costruito con le nostre forze, il nostro tempo e la nostra capacità di aprire il cassetto dei sogni.

    Apporre i sigilli sul terzo piano dell’Asilo aveva un obiettivo e un significato precisi: tentare una destrutturazione, mettere in crisi. E così quello che fu effettivamente per l’Asilo un passaggio pesantemente critico, fu anche – come tutti i momenti di rottura – quello che contribuì a creare storicamente forse la maggiore coesione e consapevolezza interna, la più intensa elaborazione politica e soprattutto giuridica, quella cioè che ha poi condotto l’Asilo ad essere riferimento nazionale sull’avanzamento giuridico degli usi civici.

    Nella vita di ognuno ci sono punti di non ritorno, momenti in cui lo sguardo sulle cose cambia irrimediabilmente. Quello non era tempo perso, non era un modo ludico per mettere da parte i libri dell’università e la storia dell’arte che pure tanto mi avevano coinvolta e appassionata in quell’altra vita che diventava precedente. Era un tempo dedicato alla complessità.
    Aveva, questo mondo, un modo impegnato e affascinante di occuparsi di cose serie anzi serissime, di fare ricerca. Ne parlo al passato perché è uno zoom temporale, non perché consideri queste vicende superate.

    Non cercare il colpevole.

    Non avrei potuto impararlo nelle aule universitarie. O meglio, non avrei potuto impararlo lì se in quelle aule non si fossero conservate delle sacche di analisi critica rivolte alla società attuale.

    È successo, ricordo, che mi sia interrogata con interlocutori e interlocutrici sull’importanza dell’autoreferenzialità della ricerca, soprattutto in ambito umanistico. L’arte, la letteratura, la filosofia non dovrebbero servire a qualcosa, non dovrebbero servire alcuno. Aristotelicamente proprio perché prive del legame di servitù sono il sapere più nobile.

    Eppure in quelle aule Tomaso Montanari ci formava sottolineando, sì, l’importanza e l’autonomia della conoscenza e dello studio, ma dandoci anche, a volerli cogliere, strumenti di indagine di altro tipo. Dava avvio al corso di Storia dell’Arte Moderna nelle aule della Federico II dedicando tempo a tutto ciò che aveva appena raccolto nel neopartorito A cosa serve Michelangelo?.

    Prima di iniziare e iniziarci allo studio tecnico della storia dell’arte moderna, ci insegnava che tutto questo studio forsennato sarebbe stato vano se non ci avesse resi liberi di discostarci irriverentemente dai dettami di certe politiche incontrollate contro un patrimonio nostro. Un patrimonio materiale, artistico e monumentale, sì, ma prima ancora conoscitivo e culturale.
    Montanari stava dando forma a un atteggiamento sul fronte dei miei studi. Parallelamente l’Asilo – agli esordi collettivo La Balena – mi stava creando interrogativi fondamentali.

    Le cose sono nate e cresciute di pari passo. Questi due luoghi si sono poi incrociati in occasione dei due incontri aperti che con Montanari, insieme ad altri colleghi universitari, organizzammo in spazi indipendenti – ovvero l’Asilo e Zero81 – sul tema del “Patrimonio all’italiana”, sulle politiche di tutela e sui sistemi dell’arte contemporanea. Il materiale propedeutico a questi incontri fu preventivamente raccolto in un blog che creammo per l’occasione.

    Allora “non cercare il colpevole” cambiava sfumatura in una realtà in cui dei colpevoli c’erano (ci sono). Montanari ce lo dimostrava concretamente e pericolosamente con la faccenda della Biblioteca dei Girolamini.

    Era tutto così in quel tempo che a guardarlo oggi sembra a me lontano e lunghissimo. Mi ritrovo ogni volta a fare i conti col fatto che è, in fondo, breve e recente.  Era pensiero e azione, teoria e vita, sogno e pericolo.

    Non cercare il colpevole nella comunità interna ed interiore per cercare il colpevole e affrontarlo nella società in cui quella comunità è inserita. Salvaguardarla.  Non considero concluso quel tempo e, anzi, mi crea grande difficoltà l’uso del tempo passato per percorsi ancora in atto e sentimenti ancora vivi e attivi.

    Una cosa certa è che posso usare il presente quando parlo di scuola e pedagogia.

    Il passaggio da Napoli a Parma ha segnato molti cambiamenti intrinseci. È un’umanità che cambia, insieme alla natura. Per me ha significato soprattutto l’inaugurazione di una fase molto più intimistica. Comincio ora a guardare alla nebbia padana come a un’alcova dolce, alla solitudine come silenzio, come sospensione.

    A Parma l’attenzione per la cosa comune in me è ora meno chiassosa e veemente, ha gli occhi, le mani, la pelle, la voce sottile dei bambini. Ha un ritmo cadenzato. Non so pensare a che insegnante sarei oggi se non avessi vissuto la leggerezza e la concitazione del passato (che mai passeranno). Ognuno di noi si porta dietro un vissuto. E si porta dietro anche un sognato.

    Tutto questo io lo recepisco e lo condivido con quelle persone che hanno la statura di un nano e che sono i miei alunni di scuola primaria.

    Non cercare il colpevole nel nostro gruppo classe si traduce in un faticosissimo, lungo (e, ammetto, non sempre possibile) lavoro di discussione e pratica costante sui temi della socialità, dell’altro. Questo ovviamente significa parlare del mondo nel suo intero e nella sua frammentarietà, non lasciarsi spaventare dai temi scomodi ma sostenerli con le parole dolci alle quali loro mi hanno educata.

    Ciò che loro sono noi eravamo. Ciò che noi eravamo loro sono.  Basterebbe questo. Basterebbe invertire gli sguardi. E ci sarebbe voluto anche, per i noi-bambini, un Enrico Sibilla che rivelasse quel segreto della nostra solitudine infantile, di quel nostro essere già adulti senza esserlo ancora.

    Ogni cosa se vista dall’alto, da fuori è banale (…) Eppure se vista da dentro una cosa è cruciale (…) Ma se la si guarda dal basso, precipitati e battuti, qualsiasi cosa è altissima e preme con tacchi invisibili sui bulbi oculari, e infine li sfonda. Lo sanno i pulcini che cadono dai rami, lo sanno i gattini dentro ai cartoni.

    Affrontare le cose con la narrativa ci aiuta. Il celeberrimo Cipì, immaginato dai bambini della scuola primaria di Piadena in un Novecento lontano, parla di amicizia, di amore, di famiglia, di legami, di crescita, di allontanamenti, di morte, di figli, di genitori. Ci insegna a non cercare un colpevole. Ci insegna a stare insieme, a dedicarci il tempo necessario per affrontare il fosso, costruirci insieme l’impalcatura e andare avanti, più coesi, più forti, più grandi.

    È un lavoro di immaginazione. Educare all’immaginazione dovrebbe essere una priorità tra i banchi di scuola. Educare all’immaginazione come educare al dubbio.

    Credo che ciò è avvenuto all’Asilo, quello che potrebbe “salvare” le attuali e future generazioni, sia la capacità di conservare una visionarietà. Che poi visionarietà è una parola bellissima.

    Il Mario Lodi indagato da Vittorio De Seta nel 1979, così pensava e diceva:

    Nella scuola tradizionale le attività sono legate al voto, alla motivazione del voto. Nella pedagogia moderna che parte dalla scienza si dice che il bambino, e anche l’uomo, ha bisogno di soddisfare un suo interesse, dei bisogni profondi. (…) Questo non avviene. Cioè l’esperienza del bambino, la sua cultura personale non viene portata con una salto di qualità su un piano della socialità. Viene rifiutata. E gli si dà invece il contenuto preordinato perché l’obiettivo non dichiarato, ma reale, è quello di non formare uomini che hanno fantasia, che hanno capacità operativa, che producano, perché sarebbero pericolosi.

    Si susseguiranno presidenti, ministri, presidi e dirigenti, professori e maestri, pedagoghi, bidelli, genitori e alunni ma quello che non dovremmo mai dimenticare è che solo immaginandole le cose possono essere costruite. Nulla è stato creato dalla ripetizione di sé e degli altri. Nulla è definibile in una scala di valori (e valutazioni) precostituita. Lo pensava Lodi nel 1979. Noi siamo ancora capaci di dirlo? Ciascuno cresce solo se sognato.


    Immagine di copertina: ph. di Ashim D’Silva da Unsplash

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