Ezio Manzini: idee e pratiche per una società cosmopolita

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    Partiamo da una considerazione di base, che farà da filo conduttore per l’intera intervista: perché può essere utile leggere il tema dei migranti attraverso le lenti del design?

    Il design è un modo di fare e di pensare che mette in discussione l’esistente indicando altri modi per affrontarlo. La questione dei migranti è di quelle che richiedono di essere affrontate adottando un modo di fare e di pensare diverso da quello oggi dominante. Per questo, credo che un approccio progettuale sia non solo utile ma del tutto necessario. E questo non solo per quello riguarda la definizione di inedite soluzioni puntuali (design come problem solving). Ma anche, e soprattutto, per la produzione di immagini e sistemi di senso al cui interno il tema possa effettivamente essere affrontato in modo positivo (design come sense making).

    Puoi spiegarti meglio?

    Devo fare una premessa generale. In Europa, e non solo, il tema dei migranti è diventato il catalizzatore di tutte le paure e di tutte le peggiori pulsioni con un’implosione dei valori democratici e, più al fondo, con un drammatico crollo della capacità empatica. Il che porta milioni di persone a diventare ciechi di fronte alla sofferenza di altri esseri umani.

    Tutto ciò si basa su una rappresentazione della realtà, tanto semplificata quanto falsa, che può essere descritta, più o meno, così: delle comunità residenti, descritte come omogenee e stabili, sarebbero investite da flussi crescenti di estranei che ne mettono a rischio i valori comuni (su cui le comunità residenti sarebbero costruite) e le condizioni di vita (di cui le comunità residenti omogeneamente godrebbero).

    La realtà è però ben lontana da tutto questo: da tempo sappiamo che le società moderne sono entità variegate e fluide, in cui è normale convivere con estranei, in cui diversi valori coesistono e in cui le persone vivono in condizioni enormemente diverse. Adottando questa rappresentazione risulta che l’attuale flusso di migranti non comporta la rottura di un sistema omogeneo e stabile. Ciò che certamente fa è di aumentare la complessità e turbolenza di un sistema che, però, è già ampiamente complesso e turbolento. Questa seconda visione, ovviamente, non azzera il problema attuale di migranti, che comunque c’è. Ma lo pone in un quadro interpretativo che ci permette di vedere una soluzione. Non solo per i migranti attuali, ma per la società nel suo complesso. Ed è la visione di una società cosmopolita, intesa come una condizione sociale e culturale variegata, dinamica e creativa in cui le diversità convivono accettandosi (una società tollerante) e dialogando positivamente (una società includente).

    Adottando questa visione, significa anche riconoscere che l’attuale flusso di migranti potrebbe essere il catalizzatore di una nuova idea di società e di una nuova Europa più giovane, dinamica e multiculturale.

    Credo che la prospettiva di un nuovo cosmopolitismo sia una prospettiva giusta

    Data questa premessa, la riformulazione del tema dei migranti che essa richiede, possiamo discutere ciò che il design potrebbe fare, sia sul piano pratico, sia su quello del cambiamento culturale.

    Ma non ti pare che la visione proposta da questa premessa sia lontana mille miglia da come le cose stanno andando?

    Sì, è lontana. Anzi è proprio l’opposto di quella che oggi sembra essere la visione prevalente. Ma è proprio per questo che parliamo di design per l’innovazione sociale e non, di marketing sociale. Il design non fa, non dovrebbe fare, quello che è ovvio. Ma quello che sembra giusto. O più precisamente quello che sembra giusto e possibile. Credo che la prospettiva di un nuovo cosmopolitismo sia una prospettiva giusta. E che, anche se oggi non è la visione dominate, sia una prospettiva possibile perché si basa su esperienze già oggi in atto a livello molecolare attraverso una molteplicità di casi in cui singole persone, associazioni, imprese sociali e istituzioni mostrano di saper agire in modo innovativo. Applicano cioè al tema dei migranti quell’approccio progettuale diffuso cui solitamente ci si riferisce con l’espressione design per l’innovazione sociale

    Concertiamoci ora su quest’ultimo punto …

    Certamente. Possiamo osservare che, nella complessità della società contemporanea possiamo trovare esempi di attive e positive collaborazioni tra migranti e comunità residenti. Sono delle iniziative che dimostrano che la ricerca dell’inclusione dei primi possono essere concepite come servizi collaborativi e come esplorazione di nuovi modi di vivere e lavorare: prototipi di nuove forme sociali che, in opposizione alle tendenze dominati, mostrano praticamente che il tema dei migranti può essere trasformato in un’opportunità. Queste iniziative possono essere semplici e immediate, come Refugees Welcome, iniziata in Germaina e poi diffusa in altri paesi, inclusa l’Italia, o come The Bike Project, a Londra. Oppure possono essere complesse e articolate come quella di Riace, in cui, com’è noto, un intero paese è stato rivitalizzato adottando un modello di sviluppo locale che si basa anche sull’energia, le capacità e l’imprenditorialità dei migranti . Molti altri esempi potrebbero essere citati (alcuni di essi sono stati presentati in alcune iniziative recenti in Europa – si vedano per esempio i casi raccolti da Social Innovation Europe: Beyond Crisis Collection andA Brighter future for Europe: Integration, Innovation and the Migrant Crisis“). Il comune denominatore di questi casi è di essere stati capaci di risolvere problemi immediati e, al tempo stesso, di dare un’indicazione di carattere generale su come si può ridefinire il rapporto tra società e migranti.

    Perché queste iniziative sembrano avere una straordinaria capacità di risolvere problemi così difficili?

    Non c’è nessuna magia. Ma solo il fatto che, essendo delle innovazioni radicali, ridefiniscono il sistema in cui operano. E, così facendo, rendono disponibili delle nuove risorse.

    Con riferimento al nostro tema, la prima e la più fondamentale risorsa che viene messa in gioco per risolvere i problemi sono i migranti stessi. Per questo tutte le iniziative che portano i migranti a essere attivi e partecipativi sono non solo giuste sul terreno dei principi, ma sono anche quelle più efficaci sul piano operativo perché possono utilizzare le loro capacità e competenze, la loro sensibilità e il loro entusiasmo.

    A fianco di questa prima fondamentale risorsa, altre possono essere messe in campo. Come molti casi reali ci mostrano, possono diventare risorse, cioè operatori per l’inclusione sociale, una famiglia (come nel caso di Refguees Welcome), un FabLab (come in The Bike Project), ma anche, come altri esempi ci mostrano, un’associazione sportiva, una banda musicale o una scuola di cucina, e così via. Quando ciò si verifica, migranti e residenti non sono solo attivi, ma sono anche collaborativi. Imparano cioè a intendersi e a fare delle attività assieme. Quest’inclusione collaborativa, è in tutta evidenza il più efficace di modi per creare inclusione.

    Come e quando avviene questa collaborazione?

    Non è un dono di natura. Perché avvenga, occorre concepirne e realizzarne le condizioni. Vanno cioè progettate delle reti sociali e dei sistemi tecnici che la rendano praticabile (limitando difficoltà e l’impegno individuale richiesti) e sicura (dando la tutti, migranti e residenti, sufficienti garanzie sulla qualità delle interazioni che si verranno a generare).

    Chi sono i progettisti di queste condizioni favorevoli?

    In linea di principio, chiunque. Più precisamente: chiunque abbia coltivato le proprie naturali capacità progettuali. Questo è ciò che possiamo chiaramente cogliere dall’osservazione dell’innovazione sociale in atto. Però, questa stessa osservazione ci dice anche che spesso sono utili, e qualche volta indispensabili, degli operatori esperti, capaci di portare nei processi di progettazione uno specifico sapere progettuale (fatto di metodologie, esperienze accumulate e orientamenti culturali). Questi progettisti esperti possono, e devono, essere in grado di stimolare nuove esperienze, supportare quelle esistenti ed orientarne l’evoluzione verso forme più accessibili, durevoli e replicabili. E questo è, in breve, ciò che deve fare il design per l’innovazione sociale.

    Qualche anno fa hai fondato una rete di laboratori nelle scuole di design orientata in questa direzione (DESIS – Design for Social Innovation Towards Sustainablity). In quest’ultimo anno DESIS ha promosso anche diverse iniziative sul tema dei migranti e dell’innovazione sociale. Ci racconti cosa si è fatto?

    Vorrei partire da una considerazione personale. Circa un anno fa (probabilmente già troppo tardi!) mi sono reso conto che era inconcepibile che chi come me si occupava di innovazione sociale, e di design per l’innovazione sociale, non avesse messo al centro del suo interesse la questione dei migranti con tutte le sue implicazioni. E che quindi occorreva urgentemente fare qualcosa.

    Chiaramente lo stesso pensiero è stato fatto da altri che stavano procedendo in percorsi simili al mio. Di qui una serie di iniziative diverse, in relazione ai diversi contesti, ma simili nell’intento di verificare come e quanto l’innovazione sociale avesse già investito il tema dei migranti. In breve ci siamo tutti resi conto che molte iniziative promettenti erano già da tempo in atto ed altre erano in preparazione. Per questo si sono organizzati numerosi eventi finalizzati a far emergere questi casi ancora poco noti, dare modo di confrontare diverse esperienze e mettere in rete i diversi attori.

    Per esempio …

    In Novembre dello scorso anno, a Milano, Polimi DESIS Lab, Avanzi – Make a cube e BASE hanno organizzato “Migranti in Europa”: un workshop finalizzato a presentare e discutere esempi di inclusione collaborativa in Italia. Continuando in questa stessa linea, in febbraio, a Londra, UAL DESIS Lab e SILK-Social Innovation Kent, con altri partner, hanno organizzato “Reframing Migration” (mi piace ricordare che entrambi questi eventi hanno utilizzato delle ricerche fatte nel corso di laurea Product Service System Design del Politecnico di Milano – la tesi Lucia Oggioni per il workshop di Milano e quella di Jacopo Grilli per il workshop di Londra).

    La speranza è che l’insieme di queste energie possano non solo generare soluzioni ai problemi dei migranti, ma anche a quelli delle comunità residenti

    Questo stesso tema è stato poi ripreso alla Conferenza RENA a Napoli e, nei mesi successivi, in diverse altre iniziative: a Bruxelles, organizzata da Edgeryders nell’ambito della ricerca europea OpenCare (sull’intreccio tra attività di cura e accoglienza dei migranti); a Firenze, organizzata da Sociolab, con RENA, Impact Hub e la regione Toscana (sulle esperienze territoriali in Toscana); in Aprile, a Sesto San Giovanni, organizzata Polimi DESIS Lab e Studio Azzurro, con lo Spazio Mil e RENA (sull’attività artistica possa come terreno e strumento per inclusione collaborativa) … In termini generali si può dire che ciascuna di queste iniziative è stata una sorta di lente messa su un tema e/o su un territorio per vedere cosa, con riferimento alle attività di accoglienza di migranti vi si stesse facendo. Il risultato è stato che, ovunque si è guardato, sono emersi molti più casi promettenti di quanti ci si era aspettato.

    Cos’altro hanno avuto in comune queste iniziative?

    A mio parere questi eventi, e gli esempi concreti che hanno messo in luce, indicano un fenomeno emergente: intorno al tema dei migranti si stanno intrecciando diverse reti che, da anni, operano sul terreno dell’innovazione sociale, culturale, istituzionale e tecnologica. In altre parole, il tema dei migranti sta diventando un agente di aggregazione di forze sociali che in questi anni si sono andate formando come antitesi al pensiero e alle pratiche neoliberiste dominati.

    La speranza è che l’insieme di queste energie, includendo quelle portate dai migranti stessi, possano non solo generare soluzioni ai problemi dei migranti, ma anche a quelli delle comunità residenti che li accolgono. E quindi anche della società nel suo complesso.

    Quali saranno dunque, secondo te, i prossimi passi?

    Considerando quello che fin qui si è fatto come una sperimentazione, credo che occorra andare avanti sulla stessa linea, moltiplicando e diversificando le esperienze più promettenti. Però, credo anche che, a tutto questo, vada aggiunto un maggior senso di urgenza. In altre parole, certamente occorre continuare a lavorare nel territorio, con le nuove comunità di residenti e migranti che si possono e devono formare, con i tempi (lunghi) e i modi (dialogici) che queste attività richiedono. Ma occorre anche che sia chiara la necessità che queste idee e queste pratiche si diffondano e si affermino su larga scala. Il che, a sua volta, richiede che emerga una nuova visone capace di dare a queste iniziative più visibilità e coerenza. E, così facendo, ne stimoli una miriade di altre e nuove.

    L’emergere di questa visione, che per me, come ho anticipato, è quella di una società e di un’Europa cosmopolita, e il diffondersi di pratiche promtettenti di inclusione collaboraitva, mi pare l’unico antidoto potenzialmente efficace contro la tremenda malattia sociale della paura dell’altro e del diverso che si sta diffondendo.

    Per quello che riguarda DESIS Network, c’è qualcosa che state facendo per affermare questo senso di urgenza?

    Fino ad ora sono stati attivati diversi progetti locali e le attività di confronto e riflessione di cui si è detto poco fa. Ora, proprio alla luce di quest’urgenza, stiamo lavorando alla creazione di un raggruppamento di DESIS Lab in Europa, Nord e Sud America, e Cina. Questo raggruppamento (il Thematic Cluster on Migration and Collaborative Inclusion) intende non solo scambiare esperienze e produrre una più adeguata conoscenza progettuale, ma anche fare massa critica e usare tutti gli strumenti di cui il design dispone per amplificare il segnale che queste esperienze locali sono in grado di emettere. Contro le mille paure che percorrono il mondo vorremmo poter dire, nel modo più chiaro e forte possibile, che si può vivere, e vivere bene, anche assieme a persone molto diverse. Vorremmo mostrare con gli esempi concreti che il colloquio tra queste diversità può portare a una società più variegata, dinamica, resiliente e sostenibile, vorremmo dare concretezza all’idea che un futuro cosmopolita, in cui tutti possono trovare posto, è possibile e praticabile. A partire da ora.

    Note