L’estate romana del Cinema America

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    Gli antichi greci esprimevano il proprio tempo attraverso i concetti di kronos e kairos. Il primo è il tempo quantitativo, della pura misurazione matematica sempre uguale nella sua ripetizione. Kairos invece è il tempo indeterminato e indefinito dove accade qualcosa di speciale. È l’accadimento di un evento che “squarcia” il dato e crea una cesura nella Storia generando “il nuovo”. Tutto ciò che entra nel kairos irrimediabilmente acquista una nuova aura.

    Lungo il corso della storia occidentale il kairos è stato sopraffatto dal kronos e la nostra società ne è sempre più vittima: ogni cosa sembra essere scandita secondo modelli sociali basati sul denaro e sul consumo, dove tutto deve ritornare utile al guadagno. Capita però che ogni tanto un fulmine a ciel sereno si abbatta sulla ripetizione dell’uguale e cambi il senso delle cose. Nel caso specifico questo fulmine è rappresentato dai Ragazzi del Cinema America che hanno creato, quasi a livello inconscio – come intuizione che diventa idea – un nuovo modo di fare cultura a livello urbano.

    Tutto inizia nel 2012 a Trastevere, sono i giorni della movida selvaggia e delle delibere anti-alcool del Campidoglio, sempre più preoccupato dal degrado del centro storico romano. In questo contesto, esteticamente stupendo e culturalmente abbandonato, un gruppo di giovani appena “sbarcati” dal liceo o ai primi anni di università decide di occupare un vecchio edificio trasteverino: il “Cinema America”.

    Dopo una prima collaborazione con le realtà dei centri sociali romani, il gruppo se ne distacca e continua l’occupazione in un modo completamente nuovo. Sebbene nessuno di loro ci avesse mai pensato prima, decidono di ridargli la voce per quello che è: una vecchia sala cinematografica in cui proiettare film.

    Da questa idea molto semplice è nata un’attività che, dopo cinque anni, è fortemente radicata sul territorio e ha saputo creare una comunità di riferimento, coinvolgendo la cittadinanza e mantenendo la proiezione cinematografica come propria attività principale.

    La storia dei Ragazzi del Cinema America è appassionante e appassionata, perché dei giovani che di cinema non sapevano nulla sono riusciti a portare in piazza San Cosimato fino a 3.000 persone ogni sera, dando vita al Festival Trastevere Rione del Cinema.

    Talmente appassionante e inverosimile che la loro esperienza viene spesso ridotta alla frase: “quelli so’ ammanicati”. Ammanicati, nel gergo romano, significa “conoscere qualcuno”, insomma avere un “amico” che ti dà una mano, “sennò come hanno fatto?”

    Proprio sul “come hanno fatto” abbiamo deciso di scrivere questo articolo, perché assistendo anno dopo anno alle loro attività e alla bravura con cui usano i mezzi di comunicazione è giusto ripercorrere le tappe della loro attività per quello che è: la costruzione di un progetto culturale innovativo, il kairos che rompe la monotona circolarità del kronos.

    L’occupazione del Cinema America dura due anni, fino al settembre del 2014. In quel lasso di tempo i ragazzi optano per una strategia – vincente – connotata in tre direzioni che gli permetterà di radicarsi sul territorio, avere consenso e proseguire le loro attività anche dopo lo sgombero.

    La prima è stata aprirsi al quartiere, far sì che l’occupazione di un “bene comune” fosse sul serio comune, rivolgendosi alla cittadinanza per offrire una cultura “trasversale” e coinvolgendo tutti senza distinzioni politiche o ideologiche. Questo con l’idea che il Cinema America dovesse essere un luogo di socialità, in cui tutti potessero vivere il luogo a propria misura – vecchi e giovani a guardare film, ragazzi in sala studio, tifosi a vedere la partita, bambini a guardare il cartone animato il sabato pomeriggio.

    La seconda direzione, fondamentale, è stato creare un rapporto con le istituzioni e in particolare con l’amministrazione locale: i ragazzi non si sono posti in modo conflittuale ma hanno sempre cercato di capire come instaurare un dialogo costruttivo e con quali strumenti poter perseguire quel progetto che stava prendendo forma. E quando vengono minacciati di sgombero, invece di “bruciare copertoni” si mettono a studiare le carte e trovano l’escamotage dell’apposizione del vincolo architettonico per interesse storico in modo che il cinema non venga demolito. Cercando di interloquire con le istituzioni, fanno dell’occupazione una questione idealista – non ideologica – ovvero lasciare che i cinema facciano i cinema.

    La terza direzione è stata collegare la loro iniziativa con il tema delle sale cinematografiche abbandonate a Roma (docufilm “Fantasmi urbani” del 2013 realizzato da studenti della Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza) e l’intuizione geniale di unire la promozione delle stesse alla promozione del cinema tout court ottenendo il supporto di maestri illustri come Scola, Bertolucci, Virzì, Sorrentino e altri.

    Registi, sceneggiatori, attori (molti residenti del quartiere, quindi addirittura fisicamente vicini) si ritrovano nel corso del tempo a sostenere l’operato dei ragazzi del Cinema America. Partecipano alle loro iniziative e prestano la propria voce a loro difesa con dichiarazioni alla stampa. Dichiarazioni che non fanno altro che alimentare una sorta di circolo virtuoso tra l’idea dei ragazzi di voler ridare alla sala cinematografica il suo ruolo di “operatore culturale” al valore delle opere stesse, “scaldando il cuore” a tutto il mondo del cinema romano.

    È muovendosi in queste tre direzioni che l’Associazione Piccolo America – costituita dopo lo sgombero – diventa man mano capace di portare avanti i suoi progetti, da un lato il Festival Trastevere Rione del Cinema e dall’altro la futura gestione del Cinema Troisi dopo la vittoria del bando – non dimenticando, solo per citarla, l’iniziativa degli Schermi Pirata.

    Alla storia manca però ancora un tassello: i ragazzi possono anche essere determinati e bravi ma quando si arriva in Piazza San Cosimato e ci si trova davanti a un festival di cinema all’aperto di alta qualità – dal programma con ospiti internazionali a presentazioni preziose (un esempio: Bertolucci che presenta Ultimo tango a Parigi), dai banner con gli sponsor al banchetto con le magliette per sostenere la causa o ai ragazzi che riprendono in diretta l’evento rimandandolo sui social (curati con autentica professionalità) – la domanda “come sono arrivati fino a questo” si affaccia nella mente di chi si occupa di progetti culturali.

    Il tassello che manca si trova all’interno di una di quelle direzioni in cui i ragazzi erano andati fin dall’inizio: il rapporto con le istituzioni. A raccontarci questo pezzetto della storia è Andrea Valeri, che è stato assessore alla cultura del primo Municipio tra il 2013 e il 2016. È la primavera del 2014 quando il primo municipio, per contrastare la deriva della movida nel centro storico, lancia l’iniziativa “Trastevere Open” ovvero spettacoli e musica per le strade e nelle piazze, contro il degrado. Oltre a danze, musica e artisti di strada, viene l’idea di mettere su un’arena cinematografica. Il Cinema America svolgeva nel quartiere una funzione pubblica per cui il Municipio non aveva le risorse, allora perché non mettere a profitto la loro esperienza?

    È così che è nata l’arena e quello che oggi è il Festival Trastevere Rione del Cinema. Attraverso il Primo Municipio, viene coinvolta l’Associazione Arene di Roma che fornisce la tecnica, schermo e proiettore mentre la programmazione viene lasciata ai ragazzi del Cinema America che così hanno la possibilità di consolidare la loro presenza sul territorio anche l’anno successivo, quando ormai sono fuori dal Cinema America.

    È del resto questo che dovrebbero fare le amministrazioni in una situazione di crisi economica: non osteggiare le iniziative di valore radicate sul territorio ma caldeggiarle e, in un certo senso, renderle proprie. I ragazzi del cinema America nel corso del tempo hanno intessuto relazioni con le istituzioni locali e anche nazionali – il vincolo per interesse storico chiesto per il cinema America è stato sostenuto e promosso dallo stesso Ministro dei Beni Culturali Franceschini – imparando il loro linguaggio, le norme, le procedure, pur di perseguire nel proprio scopo.

    È qui che viene in mente una definizione del loro modo di agire: pragmatico e idealista al tempo stesso. Un modo di agire che ha reso possibile la vittoria del bando per l’assegnazione della Sala Troisi per renderla sia cinema che sala studio e biblioteca aperta h24 e che, ora, si sta scontrando con quella che loro chiamano “inagibile legalità” .

    Il cinema a loro assegnato, infatti, che sembrava pronto all’uso si è rivelato invece privo di agibilità. Citando il comunicato stampa per il lancio del progetto: “La Sala Troisi è l’emblema di quella tendenza tutta italiana ad appellarsi ad una legalità tanto opprimente quanto, in fin dei conti, vacua poiché non sostenibile da quegli stessi enti che se ne fanno promotori (…) Per questo abbiamo deciso di procedere in linea con quanto svolto nell’esperienza del Cinema America: affinché almeno questa sala riapra, siamo disponibili noi a ripristinare una legalità dove questa è stata svuotata di significato.”

    Il crowdfunding che è stato messo in piedi per poter procedere con i lavori sta già dando i suoi frutti, sono in tantissimi ormai a sentirsi parte del progetto, a cominciare dagli stessi architetti, tecnici, avvocati che mettono a disposizione la propria professionalità per aiutare la causa del Cinema America. Come del resto fa la cittadinanza che ogni sera compra una maglietta o mette un’offerta nel cestino che viene passato tra i sedili dell’arena di Piazza San Cosimato.

    “Il Troisi sancirà il mutamento di un’esperienza di movimento, senza snaturarla, in ‘impresa sociale’ e questa è la parte che ci interessa, rimarremo una realtà senza scopo di lucro” ci dice Valerio Carocci, il presidente e portavoce dell’Associazione Piccolo America, ripercorrendo la loro storia “un’esperienza di occupazione che pur mantenendo la propria identità, inizia a collaborare con BNL, Siae (sponsor del Festival Trastevere Rione del Cinema ndr) creando un fondo cassa da 120.000 euro e pagando le tasse, a mio giudizio non era ancora successo in Italia.”

    Alla domanda “come hanno fatto” però manca ancora qualcosa. Qualcosa che si trova brillantemente nella risposta di Valerio Carocci: “Costanza, coerenza e non smettere di provarci. Sono convinto che le porte si aprano se uno ha la determinazione di raggiungere i propri obiettivi, non credo che questo paese sia impermeabile, credo che si sia rassegnato. Ma penso anche che quando qualcuno alza la testa può andare avanti finché ne ha la forza. Noi cerchiamo i bandi, facciamo i progetti, ci sono cose che vanno e cose che non vanno, tante delusioni ma anche vittorie inaspettate. Abbiamo quest’età e la voglia di fare ci si porta via.”

    Note