Resilienze Festival: Zero non significa niente. Zero significa molto più che zero

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    Se la crisi climatica è la crisi di una società e di una cultura, quelle che hanno basato la loro esistenza sul fossile, allora per uscirne abbiamo bisogno di nuove società e nuove culture, costruite su nuove storie, nuovi miti, nuove relazioni sociali, nuove dinamiche, nuovi paesaggi.

    Ma attenzione! Non è tanto sul NUOVO che vogliamo mettere l’accento, quanto piuttosto su STORIE, RELAZIONI SOCIALI, DINAMICHE  MAPPE e  sul PLURALE in cui queste parole sono declinate.

    Molti hanno scritto di questa esigenza fondamentale, e una costellazione di artist* sta sperimentando pratiche per moltiplicare gli spazi di immaginazione. Noi, con Resilienze Festival, da un po’ di anni partecipiamo a questa comunità con l’obiettivo di alimentare il discorso, la riflessione e la pratica.

    Anche l’edizione 2023 ha lavorato in questo solco partendo da un pensiero semplice: “Zero non significa niente”: la scarsità, intesa come elemento chiave del valore in una visione del mondo basata su principi capitalistici assunti a riferimento culturale, va contrapposta all’abbondanza, intesa come molteplicità, varietà, condivisione; facendo saltare l’ideologia della produttività per ricollegarsi invece alle pratiche di dispendio improduttivo ben descritto da Bataille come soluzione all’accumulazione (Il limite dell’utile, 2002). Ma “Zero non significa niente” ha voluto anche essere una rivolta contro l’obiettivo numerico inteso come unico elemento di dibattito, a favore di un’attenzione al processo come ciò che genera senso (sense-making), e che richiede cura.

    Con queste premesse, l’oggetto attorno al quale si è sviluppata la nostra riflessione durante il Festival, è stato la neutralità climatica: il net zero, l’iperoggetto (Morton, 2018) che sta guidando scelte, politiche, investimenti, ma anche narrazioni che finiscono per orientare la nostra comprensione del mondo.

    Attraverso dibattiti, workshop, opere d’arte e una scuola abbiamo provato a immergerci nel processo e nell’abbondanza degli elementi che lo costituiscono, senza scartare nulla, mettendo insieme frammenti, impressioni, sensazioni e intuizioni e soprattutto cercando di far emergere delle domande, le uniche che, in quanto dispositivo epistemologico crediamo siano capaci di guidare un processo generativo di nuovi immaginari e nuove pratiche sociali.

    Sentiamo infatti l’esigenza di problematizzare la tendenza a focalizzarsi sulle risposte, sulle soluzioni tecniche e tecnologiche alla crisi climatica, che non prevedono una critica radicale al contesto che l’ha generata. Abbiamo bisogno di sfuggire ai confini posti dalle categorie della cultura fossile, che ci tengono ancorati ad un continuo riproporsi del presente, ad un infinito realismo capitalista (Fisher, 2009).

    E così il Festival, e la Scuola di Resilienze soprattutto, volevano essere una piazza e hanno dato forma ad una comunità, volevano esercitare la capacità di visioni alternative a quella dominante e hanno finito per lavorato sui “tarli” (ossia quei pungoli persistenti che creano una base per narrazioni a venire, su cui abbiamo lavorato intensamente con Gaspare Caliri nei 3 giorni di workshop l’Etnografia dello zero). Volevamo provare a costruire una narrazione alternativa e abbiamo portato alla luce una complessa rete di linee e relazioni, ci siamo immersi in un processo, lasciando a ciascuno il compito di trovare la propria strada lì dentro.

    Il racconto che segue è quindi l’inanellamento di punti di osservazione, di pratiche, di percorsi di ricerca che ruotano attorno alla crisi climatica. Un esercizio maieutico di condivisione delle voci che hanno abitato i 4 giorni della Scuola di Resilienze che ha la speranza di contribuire ad una riflessione generativa e svincolata dal pensiero dominante sulla transizione ecologica, e dimostrare così la nostra fedeltà, oltre che l’assoluta necessità, di dare valore all’abbondanza.

    Posizionarsi di fronte al tema della neutralità climatica ha previsto per i partecipanti della Scuola di decentrare il proprio sguardo, di disperdersi, di mettere in discussione, o in gioco, i propri punti di riferimento. E del resto, alcune ricerche mostrano che il posizionamento individuale rispetto al cambiamento climatico è meno influenzato dalla conoscenza delle evidenze scientifiche di quanto non lo sia da valori, credenze personali e visioni del mondo (Poortinga et al. 2011). Così, su invito di Elena Giacomelli e Stefania Peca, siamo usciti dalle Serre, con il metodo della live sociology (Back 2012), per andare alla ricerca di una visuale personale sulla crisi climatica: attraverso le fotografie scattate con i nostri smartphone ci siamo ritrovati a condividere chi siamo, cosa sono per noi il cambiamento e la crisi climatica. Partire da sé, senza dare per scontato un senso condiviso, un paesaggio noto, trovando un punto di osservazione personale e iniziando a scrivere, con le immagini, un diario climatico (Giacomelli & Walker 2022), è stata un’occasione per iniziare a scoprire «quali storie creano mondi, quali mondi creano storie» (Haraway 2019) e, per ciascun partecipante, quali storie continuano a sostenere il proprio mo(n)do. E così ci siamo scoperte api in un alveare, struzzi che mettono la testa sotto la sabbia, orti coltivati, prati fioriti, abbiamo evocato i ricordi della neve, abbiamo fotografato foglie, piante, verde, tanto verde, e le nostre famiglie interspecie. E se il cambiamento climatico è ancora declinato al futuro, e associato prevalentemente a parole come sfida, incertezza, ignoranza e adattamento (in maniera minoritaria, a possibilità, opportunità e azione) e ad emozioni come paura, eco-ansia, frustrazione, rabbia e tristezza, parlare di crisi climatica evoca immediatamente altre (o altre forme della stessa) crisi: crisi sociale, crisi umanitaria, crisi culturale, collocando l’accento sul modello economico dominante, su politiche irresponsabili, disuguaglianze e… rivoluzione! Associare liberamente parole alla crisi climatica ha da un lato aperto scorci sugli aspetti politici del cambiamento climatico, permettendo di focalizzare i suoi prodromi e i suoi processi sociali di riproduzione. Dall’altro ha confermato che quello climatico si presenta come una meta-categoria del cambiamento, ovvero «una rappresentazione aggregata di mutamenti che sono allo stesso tempo ambientali, economici, tecnologici, sociali e culturali» (Hulme 2017, p. 152).

    Osservare “il cambiamento del cambiamento”, ovvero cogliere l’alterazione antropogenica nel ritmo del riscaldamento globale, e riconoscere il nostro co-involgimento in esso (Ingold 2000) , richiede di dismettere prima di tutto il ruolo di osservatori non partecipanti di una Natura intesa come altrove, opposta alla società (Cappi 2023). Mauro Van Aken squarcia davanti ai nostri occhi il velo del naturalismo quotidiano che domina buona parte della cultura occidentale, e che ci ha portati a intendere e a interagire con la natura come un grande serbatoio, una grande discarica, un grande spettacolo, ma sempre qualcosa di esterno, di altro da noi, un “fuori”. E invece, ci ricorda Klaas Kuitenbrouwer in estrema sintesi, la natura non è un luogo dove rifugiarsi, è un essere vivente, e noi ne siamo parte. Non riconoscere che tutti i corpi partecipano a un ecosistema e dipendono gli uni dagli altri per la loro esistenza è anch’essa una forma di diniego, di rimosso, di cecità verso un mondo di relazioni talvolta impercettibili, che ci sostengono, ci avvolgono e ci coinvolgono (Van Aken 2020).

    Certo è difficile percepire queste relazioni, dal momento che passiamo sempre più tempo in ambienti climatizzati, o costruiti, e la nostra dipendenza dagli ambienti digitali contribuisce a farci pensare ancora più “fuori” dall’ambiente, a smaterializzare, togliere corpo, sollevare peso alle nostre azioni, alle nostre scorie.

    Le forme di invisibilizzazione delle relazioni che attraversano l’ambiente di cui siamo parte sono molteplici. Lorenza Villani ci fa l’esempio della cementificazione, come forma di invisibilizzazione del territorio: nel pieno centro di Bologna è esondato il fiume Ravone durante l’alluvione di Maggio 2023, ha intersecato così le nostre strade, rivelandoci che l’avevamo rimosso dalla vista, come soggetto di relazione. Ritorna ora come natura perturbante, perché non la sappiamo leggere, non la sappiamo capire, non la sappiamo dire. E forse non la ascoltiamo.

    E in effetti il cambiamento climatico, così come la neutralità climatica, ci vengono sempre raccontati attraverso numeri o grafici, discariche di dati, che non significano niente per i “non esperti”, con i quali non riusciamo a com-misurarci, dati “non sensibili”, freddi. Ma i dati sono inseparabili dalle ecologie, i dati hanno una storia, vorrebbero essere una fotografia del presente ma invisibilizzano quei processi di dominio, sfruttamento e confinamento che stanno alla base della riproduzione della cultura fossile.

    E quindi come “scaldiamo” i dati che per eccellenza rappresentano il cambiamento climatico, ossia le emissioni di gas serra? Come possiamo evitare il riduzionismo che appiattisce il dibattito a dei numeri? Sicuramente imparando a leggere le statistiche e decifrare i grafici che rappresentano le evidenze scientifiche del cambiamento climatico, ma anche ricostruendo le storie che li hanno generati, riconoscendone la non neutralità, reclamando una lettura multidimensionale. Che è proprio quella che ha proposto Eleonora Cogo la quale, oscurando le legende dei grafici ci ha insegnato a farci le domande necessarie, scatenando il nostro immaginario su quali settori emettono di più, quali paesi sono storicamente responsabili delle emissioni cumulate di Co2, quali azioni sono più promettenti. Così, di nuovo, leggere il cambiamento è anche (geo)politica, rapporti di potere, di sfruttamento, di dominazione, anche culturale. Ma è anche vocabolario, narrazione, codice: neutralità climatica, neutralità carbonica, emissioni ridotte, compensate, evitate, crediti di carbonio, Co2, GHG. Una lingua esoterica, un alfabeto sconosciuto. In effetti, esordisce Alessio D’Ellena, la scrittura è una storia quanto più lontana da quella naturale, le sue forme sono un’invenzione umana. E ora, la convergenza di storie che prende il nome di Antropocene Chakrabarty (2021) ha bisogno di un nuovo alfabeto, inteso come ecosistema di segni, elementi che coesistono e devono relazionarsi fra loro, convergenza linguistica che produce forme talvolta indecifrabili. Così nasce la collezione di caratteri tipografici digitali chiamata “Anthropocene Working Type”, presentata da Alessio d’Ellena come medium tramite il quale indagare il presente e ragionare sul futuro, frutto di un processo di lavoro collettivo appoggiato sulla complessità e l’abbondanza del reale. Anche in questo caso il vero output è il processo, che ha infatti portato gli studenti del corso di Basic Type Design della Cfp Bauer di Milano a confrontarsi con lo straniamento prodotto dall’indecifrabilità del reale producendo, come conseguenza, forme e caratteri che invece di essere utilitari e accessibili sono complessi e respingenti.

    Ma cosa succede se applichiamo queste considerazioni riguardo alla relazione tra segno e significato e tra forma e idea, alla città? Le città che globalmente sono responsabili del 75% delle emissioni di gas serra, che in Europa sono la casa di più del 70% della popolazione e che sono anche il contesto dove il cambiamento climatico genera impatti e rischi maggiori. Con Sofia Graves e Eugenio Morello abbiamo provato a stressare (e stretchare) l’idea condivisa di città, facendo emergere le ideologie, i bias e i dato-per-scontato che ostacolano una vera trasformazione in chiave ecologica di questi sistemi. Il primo elemento che emerge è l’aberrazione del concetto di crescita che, come sosteneva Castoriadis, da una misura è diventata un’ideologia, l’obiettivo predominante nella società moderna, soffocando qualunque altra aspirazione e valore, fino al collasso ambientale che stiamo vivendo (e che paradossalmente genera crescita).

    E se la misura allora non fosse la crescita ma il benessere? E se il benessere non venisse riconosciuto solo all’umano ma a tutto l’ecosistema?

    Cambiando gli assiomi si costruiscono nuove geometrie urbane dove per esempio spariscono (finalmente!) gli stake-holder per lasciare spazio ai care-holders, concetto che ci ricomprende tutti, umani e other-than-human, poiché basato sulla cura reciproca, invece che sull’utilità personale. In questo modo, si possono immaginare nuove “catene del valore” il cui fine ultimo non è l’estrazione di valore ma il sostegno reciproco attraverso quella stessa produzione, in ottica ecosistemica e rigenerativa quindi, attenta alle necessità e alle relazioni che interconnettono comunità multispecie. E’ da alcuni esempi concreti che parte il racconto di un modello di governance e cooperazione multispecie studiato e portato avanti dal Nieuwe Istituut di Rotterdam: zoop. Adottando questo sistema, valido sia per il profit che per il no-profit, da una visione antropocentrica si passa naturalmente ad una ecocentrica dove lo zero (e il net-zero) perde di senso, così come il dualismo tra Natura e Cultura, a favore, ancora una volta, di un concetto di abbondanza, di molteplicità, di coabitazione, di equilibrio.

    La coabitazione è anche il punto di partenza di Andreco, sia della sua pratica artistica, dove la Scala Naturae di Charles Bonnet viene sovvertita e le forme minerali acquisiscono centralità, che del workshop Un’aula verde per Bologna che ha proposto dentro alla scuola. Le natural based solutions immaginate e realizzate da Andreco sono luoghi non solo finalizzati all’adattamento al cambiamento climatico ma pensati per una nuova co-abitazione delle città, dove l’uomo è parte (care-holder) di un ecosistema che vive nel dialogo, nello scambio, che incentiva lo stare insieme e il fare comunitario.

    L’interdipendenza è anche alla base degli studi metabolici delle città che ricongiungono la separazione (decoupling) tra consumi (delle città) e produzione di risorse e smaltimento degli scarti (lontano dalle città), una separazione fisica ma anche ideologica che ha celato la distruzione sistematica degli ecosistemi su cui lo stile di vita capitalista e tardo-capitalista si basa. Si tratta, ancora una volta, di usare dati non assoluti ma relazionali e una lettura sistemica e non bidimensionale della realtà, per ripensare e trasformare la pianificazione urbanistica, come ha mostrato Eugenio Morello, e per costruire nuove mappe più trasparenti e oneste delle nostre città, come hanno fatto Ingrid Mayrhofer-Hufnagl e Benjamin Ennemoser nell’installazione COALESCENCE – We don’t live where we are.

    Ma se il flusso di consumi e rifiuti delle città condiziona un altrove celato, esiste un riscatto per queste rovine del capitalismo? Come i funghi di Anna Tsing anche il pane di MADRE nasce nei margini, negli scarti di Milano (ma potrebbe essere qualunque città) per reinterpretare e rinarrare un territorio attraverso i gesti e il cibo, sempre collettivi e comunitari, che diventano connessioni per nuovi legami e ritualità di una nuova società. Andrea Perini e Claudio Calvaresi ne raccontano la storia e gli obiettivi di impatto, toccando urbanistica e rigenerazione urbana, storia ed economia, arte e cultura, oltre che ovviamente pratiche agricole e sostenibilità del suolo, e questa transdisciplinarietà è, ancora una volta, l’unico modo per immaginare pratiche rigenerative e per fondare nuove ecologie sociali.

    Ma per creare nuove narrazioni bisogna prima saper decostruire quelle esistenti. A (di)mostrarlo Nick Jacobs, che illustra il grande lavoro di ricerca portato avanti dal think-thank Ipes Food: nel settore alimentare queste narrazioni sono sostenute da opachi rapporti di potere (4/6 grandi corporation controllano 80/90% del mercato) capaci di determinare la governance del cibo e, di conseguenza, ciò che viene percepito come “reale” o “possibile”. Ma “possibile” , invece, è un cambiamento che va nella direzione dell’agroecologia, di diete più equilibrate (dal punto di vista delle proteine soprattutto) e sostenibili, e di food policy locali collegate al territorio, ai produttori e ai consumatori. Tutte cose che stanno già accadendo ma che vanno riconnesse in una narrazione complessiva e radicale, capace di controbilanciare con i fatti la bellezza e la desiderabilità delle soluzioni, l’immobilismo e il cinismo tardo-capitalista. Perché, come ci dice dall’inizio degli anni duemila Mark Fisher (2009), l’emancipazione deve riuscire a mostrare che l’apparente “ordine naturale” è in realtà solo una contingenza  che, aggiungiamo noi, non è desiderabile per la quasi totalità degli essere viventi.

    E quindi, per superare i limiti della visione Occidentale del mondo che, come scriveva David Bohm, “ha portato a considerare la Terra nella sua totalità come un insieme di frammenti da sfruttare“, dobbiamo accettare la complessità. “Questo è quello che la meccanica quantistica ci sta insegnando. Dunque, l’osservatore e l’osservato partecipano l’uno nell’altro (Bohm, 1980). E nella complessità non c’è un ordine da ricercare (come in un contesto complicato o in un processo lineare di causa-effetto) ma delle relazioni da identificare, dei meccanismi di influenza da evidenziare, delle condizioni emergenti da accogliere, accettando e allenandosi a un costante radical repurposing delle conoscenze/skills acquisite. In biologia evolutiva questo si chiama exaptation che, non è un caso, è l’opposto dell’adattamento, (il prefisso ex-, dal lat. ‘fuori’, allude a un movimento contrario rispetto ad ad-, dal lat. ad ‘verso’). Se nell’adattamento è la funzione a creare l’organo (come nel famoso esempio del collo delle giraffe), nell’exaptation è l’organo a creare la funzione (come per le piume degli uccelli, che da strumenti di isolamento termico sono diventati strumenti per il volo). E quindi, all’adattamento e alla mitigazione, intese come le due strategie universalmente riconosciute quando si parla di fronteggiare la crisi climatica, questa Scuola di Resilienze ha voluto affiancare un approccio per niente dualistico ed estremamente abbondante, fatto di visioni e chiavi di lettura provenienti da settori disciplinari diversi. Senza offrire un’unica soluzione, provando a restituire la complessità come dispositivo abilitante per questa capacità di riallocazione radicale sulla base del contesto, e facendone il perno di questo esperimento di formazione.

    Hanno partecipato all’esperimento e contribuito, con pensieri, riflessioni e con i loro corpi, a renderlo di abbondante valore:

    Arianna Cecchetto

    Arianna Cepparo

    Camilla Speriani

    Carmen Cancellari

    Erica Gasperotti

    Fabiola Piamarta

    Farah Makki

    Gianmarco Ghetti

    Irene Ieri

    Laure Tibayrenc

    Marco Miodini

    Paolo Fornari

    Umberto Lavorata

    Note