Mappare le comunità per conoscere storie e compagni di partecipazione culturale, un progetto di Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


    Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

    image_pdfimage_print

    “Città, paesaggio, opere d’arte, ambiente sono beni e nozioni legate ai diritti della cittadinanza, perché in essi fiorisce la possibilità di una comunità che non sia dominata dai particolarismi e dall’illegalità, ma dalla lungimiranza e dalla democrazia”.

    In questo stralcio da Architettura e democrazia, Salvatore Settis mette in evidenza l’enorme potenziale del patrimonio culturale nell’essere connettore di possibili comunità e il terreno dove trova spazio la democrazia.

    I temi sono cogenti e attuali.

    Si parla di comunità e di partecipazione alla cultura; di cura e gestione del patrimonio dal basso e di competenze trasversali per curare e gestire i beni culturali. 

    Si parla di innovazione culturale e sociale insieme, in chiave integrata; di relazioni e di politica.                

    Si parla di diritti.

    La chiave di svolta, la formalizzazione di un percorso da tempo attivato e che andrà ancora molto lontano, è stata nel 2005 la Convenzione di Faro attraverso cui il Consiglio d’Europa riconosceva all’eredità culturale un ruolo fondamentale nel diritto alla partecipazione culturale.

    All’indomani delle guerre nei Balcani e della distruzione materiale e immateriale di beni e patrimonio culturali, gli Stati membri convenivano (tra i tanti punti) nel sottolineare il “ruolo dell’eredità culturale nella costruzione di una società pacifica e democratica, nei processi di sviluppo sostenibile e nella promozione della diversità culturale”.

    Da allora il percorso è stato complesso, in particolare nella ratifica che ogni Stato ha condotto. In Italia è avvenuta a fine 2020; anche se la sede del Consiglio d’Europa di Venezia e la Rete Faro Italia giocano, nel nostro Paese, un ruolo fondamentale nella condivisione dei principi della Convenzione e nel rafforzamento della rete delle comunità di patrimonio.

    Resta il fatto che da un’analisi attenta della complessa geografia della gestione e cura del patrimonio culturale, in particolare materiale, in Italia, ci accorgiamo che i principi della Convenzione di Faro sono molto spesso, e da tempo, messi spontaneamente in atto attraverso strade formali e/o informali. Singoli cittadini, gruppi di persone, associazioni, cooperative e imprese hanno un ruolo importante nella conservazione e valorizzazione del patrimonio. E dunque comprendiamo come la comunità di patrimonio, con una lontana discendenza olivettiana  e più diretta dai Commons teorizzati da Elinor Ostrom, l’eredità culturale e la partecipazione si concretizzino quotidianamente in progetti, iniziative che coinvolgono il territorio, anche in chiave sociale e permettano di far rivivere luoghi e beni culturali altrimenti chiusi o abbandonati.

    È esattamente questo il contesto in cui è stata attivata la ricerca Partecipazione alla gestione del patrimonio. Politiche pratiche ed esperienze con cui la Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali entra nel dibattito con l’obiettivo di studiare i casi di partecipazione alla gestione del patrimonio culturale nel contesto nazionale – identificando fattori abilitanti, opportunità, ostacoli e competenze necessarie al successo di tali processi – e di immaginare, in ultima istanza, percorsi formativi per professionalità in grado di sostenerli e animarli. 

    Questi percorsi sono In diretta connessione anche con quanto definito lo scorso luglio dalla Dichiarazione di Roma dei Ministri della Cultura G20 (in particolare il punto Costruire Capacità attraverso la Formazione e l’Istruzione) e anche rispetto al ruolo di coordinamento che la Fondazione ha ricevuto dai Ministri G20 per mettere in rete gli istituti di formazione dei 20 Paesi nel campo del cultural business management per rafforzare le capacità manageriali dei professionisti della cultura e promuovere, così, lo sviluppo socio-economico a matrice culturale.

    La Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali è un istituto internazionale per la formazione, la ricerca e gli studi avanzati nell’ambito delle competenze del Ministero della cultura, socio fondatore.

    È nata con l’obiettivo di valorizzare e promuovere le competenze dei professionisti impegnati nella cura e gestione del patrimonio e delle attività culturali e attraverso un circuito virtuoso e integrato di attività di formazione, ricerca, innovazione e divulgazione, e con lo sguardo rivolto al contesto nazionale e internazionale, promuove il dialogo tra discipline, competenze e soggetti.

    Il tema della ricerca sulla partecipazione alla gestione del patrimonio è stato promosso dalla Fondazione perché tiene insieme più livelli e contesti e cerca di rispondere a più domande.

    Quali i fattori abilitanti alla base di tali processi? Quali le competenze chiave e le professionalità coinvolte? Quali gli strumenti messi in campo e gli elementi innovativi?

    Di alcuni strumenti sentiamo parlare da tempo; essi hanno diversa natura e si differenziano negli obiettivi.

    Tra questi ci sono certamente i partenariati pubblico-privato, numerosi sono ancora i patti di collaborazione – adottati da numerosi Comuni Italiani, che permettono l’attivazione di processi virtuosi attraverso l’applicazione di regolamenti di gestione condivisi tra l’amministrazione e i cittadini, a questi si aggiungono numerose forme di accordi, collaborazioni tra pubblico e privato, e tra privato e privato per la cura e gestione o co-gestione dei beni culturali.

    Accanto agli aspetti – evidenti – di innovazione culturale si accompagnano – direttamente connessi – quelli di innovazione sociale.

    Ezio Manzini, nelle Politiche del quotidiano, in una sua attenta analisi parla di comunità come di luoghi di conversazione e di comunità intenzionali – in cui si può entrare e uscire, come uno spazio dell’opportunità in cui ci si confronta anche a distanza, grazie al digitale.

    Sono comunità di scelta, esattamente come quelle di cui parla la Convenzione di Faro.

    Evidenziandone solo alcuni, si comprende quanti siano i temi, i contesti e gli aspetti da indagare.

    Con una rilevazione online, aperta a tutte le comunità informali o formali (associazione, gruppi, istituzioni) che operano nella gestione del patrimonio culturale a contribuire, si propone dunque di partecipare con la propria esperienza a questa fase di mappatura e ascolto: per condividere la propria storia, entrare in una rete di realtà vicine e lontane e valorizzare le persone coinvolte.

    Nella Mappa delle Comunità saranno individuati i gruppi, le comunità, le associazioni e le realtà italiane, che gestiscono beni architettonici (edifici storici, chiese, ecc…), archeologici (scavi, ruderi, ecc..) e di carattere naturalistico (parchi, giardini, ecc…). 

    Perché farne parte? 

      per portare all’attenzione della comunità scientifica e della società civile le vostre esperienze e sottolinearne il valore;

      per diventare parte di una rete che condivide esperienze di gestione, anche nell’ottica di scambio e confronto reciproco;

      per contribuire all’ideazione di momenti di informazione e formazione per valorizzare le competenze di chi anima i processi di partecipazione culturale.

    Siamo all’inizio di un percorso e fiduciosi di conoscere storie e compagni di partecipazione culturale.

    Note