Biancio fa cento! Luciano Bianciardi alla prova del secolo

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    Luciano Bianciardi (Grosseto, 14 dicembre 1922 – Milano, 14 novembre 1971) fa cento anni dalla nascita, nonostante se ne sia andato quasi cinquantuno anni fa, senza neanche aver raggiunto mezzo secolo di vita. Eppure, “Biancio” è sempre qui tra di noi, sempre di più. Lettore infaticabile, insegnante di storia e filosofia, promotore di cineclub e direttore della biblioteca Chelliana di Grosseto, la sua Kansas City, grande “innovatore sociale e culturale”, diremmo oggi, con l’invenzione del Bibliobus per portare i libri in provincia, tra i suoi amati contadini, operai, badilanti e minatori. Quindi alla volta di Milano, via dalla provincia, come traduttore instancabile, ossessionato, sull’orlo di una crisi di nervi (di Conrad, London, Bellow, Steinbeck, Faulkner, Miller, tra le centinaia di traduzioni, qui l’elenco stilato da Irene Gambacorti), scrittore, giornalista con collaborazioni a L’Avanti, Il Giorno, Epoca, L’Europeo, critico letterario e poi televisivo con TeleBianciardi rubrica sulla rivista ABC, commentatore calcistico sul Guerin Sportivo, autore di articoli su “riviste per soli uomini” come Kent, Playmen, Executive, intervistatore, redattore, sceneggiatore, attore e moltissimo altro. Per sempre militante garibaldino e voce narrante e affabulatrice di un altro Risorgimento, di giovanissime generazioni pronte a immaginare l’Italia e l’Europa a venire, ma soprattutto antropologo irato e imbronciato della nostra industria culturale e società dello spettacolo. Continuamente logorato e dissipato dalle mille altre (in)operose, precarie e poco remunerative attività di lavoratore culturale, fino a rimanerne isolato, roso dall’alcool, nei lunghi vent’anni “agri” e “gloriosi” che dalla tragica guerra portano all’effervescente contestazione, intorno al ’68. 

    La vita agra dai quartari al Quinto Stato 

    Così l’arrivo a Milano di Bianciardi, insrito da Antonello Trombadori nella “grande iniziativa” editoriale – la fondazione della casa editrice Feltrinelli – portando con sé quella sua toscanaccia “solenne incazzatura” che vorrebbe sfociare nel vendicare almeno idealmente i 43 minatori morti nello scoppio di Ribolla il 4 maggio del 1954 (Minatori della Maremma, con Carlo Cassola, 1956), lo porterà nel giro di pochi anni ad essere licenziato “per scarso rendimento” dalla stessa casa editrice neofondata. Ecco la vita agra vissuta in prima persona da Bianciardi, uno tra le migliaia dei lavoratori culturali giunti a Milano in quei decenni, con la consapevolezza dell’eterna precarietà del lavoro editoriale e letterario, come lo stesso Bianciardi sapeva benissimo, conoscendo le vicende di una primadonna della letteratura italiana del Novecento, come Gabriele D’Annunzio: «per esempio, sappiamo tutti quanto siano sempre stati, e sempre siano, vaghi e precari i rapporti tra editore e scrittore.

    Raramente rimangono sul puro piano commerciale (io scrivo, tu stampi, questo il contratto, tanto la percentuale, punto e basta). Tendono invece ad assomigliare ai rapporti tra società sportiva e centravanti, fra impresario dell’opera e primadonna: ripicche, gelosie, scenate, sberleffi, improvvisi ritorni d’amore. Ma Gabriele, in questo, ha superato ogni esempio, anche futuro, anche ipotetico. La sua corrispondenza con Treves meriterebbe un articolo apposta. Aveva ventidue anni, era uno sconosciuto, e già scriveva così: “Per le poesie chiedo 4000 lire; concessione, per cinque anni. Questo a lei non converrà, certamente; quindi, sarà inutile proseguire”» (L. Bianciardi, Un volo e una canzone. D’Annunzio: l’eroe immoralista della piccola Italia, p. 57). Eppure, “Gabriele” troverà l’accordo con l’editore Treves e porterà fino in fondo la sua carriera letteraria. Mentre l’eterno scontento Bianciardi finirà vittima del suo sentirsi lavoratore “quartario”, oltre il terziario avanzato, molto più inutile del contadino e dell’operaio, sospeso tra la bohème del Bar Jamaica, la vita guascona nelle “supercantine” di Brera e quel lavoro intellettuale, cognitivo, degli uomini addetti alle pubbliche relazioni (PRM), un’attività senza opera che appare come vuota affabulazione, autoriferita al proprio successo, da imprenditore culturale e politico di sé stesso, vescovo in pectore, cinquant’anni prima delle scintillanti mille luci digitali e deprimenti dei social network.    

    «Nei nostri mestieri, è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono né primari né secondari. Terziari sono e anzi oserei dire […] addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura. Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio, di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. […] Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio sarà quello». 

    Ecco una parte sintetizzata del celebre passaggio che Paolo Virno (1993 e 2001) utilizzerà per descrivere le prestazioni linguistico-virtuosistiche del lavoro cognitivo che diventerà paradigma dell’economia post-fordista della conoscenza e che farà conoscere, insieme con la celebre biografia di Pino Corrias, le disavventure culturali ed esistenziali di Luciano Bianciardi a noialtri infimi precari cognitivi in formazione protagonisti del movimento universitario della Pantera nel 1990 e quintari in fieri, con la consapevolezza di essere la prima generazione di «intellettuali-operai», i «proletari plurilaureati» narrati da Flavio Santi in Aspetta primavera, Lucky (2011), quel Lucky che è Luciano Bianciardi, pronti a divenire (o essere già in nuce) quel «collaboratore esterno» descritto ne La vita agra: «un collaboratore esterno nuovo è sempre guardato con sospetto, io lo sapevo per pratica. Dentro alle aziende si forma sempre un giro di affari e di massonerie, e gli intrusi vengono tenuti alla larga. […] Io queste cose le avevo già viste succedere, e sapevo che il collaboratore esterno è come uno che stia in terrazzo quando tira vento e piove». 

    Immaginari ribelli intergenerazionali

    Così, per riprendere le parole di Beppe Sebaste, «a rileggere Bianciardi (o a leggerlo di corsa, per chi non lo avesse ancora fatto) si è turbati dall’anticipazione cruda e consapevole dell’infelicità esistenziale e politica in cui ci dibattiamo oggi»; dalla sua capacità di parlare di ciò di cui tuttora «è difficilissimo parlare: il lavoro, i soldi, il bisogno economico, l’alienazione, e soprattutto quell’evidenza delle cose e della vita la cui enunciazione è agli antipodi del linguaggio e dell’agenda dei politici». 

    E allora Bianciardi scapperà da Milano e da tutto, per rifugiarsi a Sant’Anna di Rapallo, scrivere delle «gloriose giornate dell’immaginaria insurrezione milanese del 1959», con Aprire il fuoco (1969), per poi tornare a Milano, in via Boccaccio, con la scusa di dover andare allo stadio la domenica, per scrivere la sua rubrica del Guerin Sportivo, oramai sfiancato dall’alcool e dalla cirrosi epatica. Come sappiamo dalla commovente narrazione di Pino Corrias al suo funerale parteciperanno quattro persone, mentre nella Vita agra evocava: «io voglio un funerale all’antica, un funerale laico, […] ma d’una certa solennità». Così non fu, e a me ora vengono in mente le parole di due giovani attuali cantautori, veri guasconi della trap trasteverina, indolenti narratori di un’altra postura esistenziale, contro gli stacchetti musicali su Instagram e TikTok, ecco Asp126 e Ugo Borghetti, che in Campare di Campari nei paraggi del Bar San Calisto, il Jamaica di Trastevere, così azzardiamo e così rimano: 

    E voglio più di centomila persone al mio funerale/Ma per prima fa finta che se non ci stanno è uguale/Resto qua, senza soldi, senza fan/Fanno così le superstar pure se non lo sappiamo.  

    Sembra di intravedere in controluce la solitudine guascona e malinconica di Bianciardi, che proprio sulla possibile rigenerazione sociale delle giovanissime generazioni, quelle risorgimentali e non solo, ha scritto pagine splendide, come quelle, lasciataci in eredità, apparse postume, sulla fanciullezza e adolescenza di Peppino Garibaldi (Garibaldi, 1972), un lascito di incontaminata insurrezione intergenerazionale, contro qualsiasi rassegnazione e sconforto: 

    «Cominciò a otto anni, Peppino, quando salvò la vita a una donna che, mentre lavava i panni, era caduta in un macero della canapa. I suoi biografi meticolosi fanno salire a sedici il numero delle persone da lui soccorse, ma non è difficile che altre ce ne siano state di cui non resta memoria. In tutti i posti di mare c’è almeno un ragazzo fatto così, quello che non si tira indietro, quello che offre da bere, quello che sa le canzoni, quello che si arrampica per primo in cima a un albero, o sulle sartie delle navi. Al porto lo conoscono, tutti lo chiamano per nome: i grandi gli perdonano più cose che ai suoi coetanei: i coetanei gli vanno dietro».  

    Ecco quella fiducia nel futuro delle giovanissime generazioni che è il testamento, troppo spesso dimenticato, di Luciano Bianciardi, un poco come quello del grande Eduardo De Filippo, altra figura solitaria e amareggiata del nostro miglior Novecento, che il formidabile Lino Musella ha narrato con empatia e visione magistrale in Tavola tavola, chiodo chiodo… (premio Ubu 2019 e recentemente rivisto al Teatro Vascello di Roma), nei passaggi in cui rappresenta Eduardo nei suoi ultimi anni di vita, alle prese con i giovanissimi detenuti del carcere Filangieri che lo chiamavano “zio”, perché comprendevano la sua disposizione alla cura e alla crescita reciproca. 

    Zio Lucky, sono sicuro che le giovanissime generazioni socialmente ed esistenzialmente sacrificate da due anni di pandemia e isolamenti sono pronte a ri-leggere i tuoi assalti garibaldini per uscire dalla solitudine e ribaltare insieme le miserie quotidiane, per gloriose giornate a venire, fossero intanto di una primavera in comune, che tarda ad arrivare. 


    Piccola e parziale bibliografia di riferimento 

    L. Bianciardi, L’antimeridiano. Opere Complete. Volume primo. Saggi e romanzi, racconti, diari giovanili, a cura di L. Bianciardi, M. Coppola e A. Piccinini, ExCogita – ISBN Edizioni, Milano

    L. Bianciardi, L’antimeridiano. Opere Complete. Volume secondo. Scritti giornalistici, a cura di L. Bianciardi, M. Coppola e A. Piccinini, ExCogita – ISBN Edizioni, Milano

    L. Bianciardi, Il cattivo profeta. Romanzi, racconti, saggi e diari, a cura di Luciana Bianciardi, prefazione di M. Marchesini, Il Saggiatore, Milano, 2018 

    L. Bianciardi, Nascita di uomini democratici, in Belfagor, vol. 7, n. 4, 31 luglio 1952, pp. 466-471

    L. Bianciardi, Un volo e una canzone. D’Annunzio: l’eroe immoralista della piccola Italia, prefazione di G. D’Angelo, ExCogita Editore, Milano, 2002 (1963)

    ***

    V. Abati et alii (a cura di), Luciano Bianciardi tra neocapitalismo e contestazione: convegno di studi per il ventennale della morte promosso dalla Camera del lavoro di Grosseto. Grosseto, 22-23 marzo 1991, Editori Riuniti, Roma, 1992

    G. Allegri, La modernità gassosa di un ribelle, il manifesto, 27/12/2005

    G. Allegri, Ipocrita e benpensate Italietta! Il boom economico di Bianciardi, Queer, settimanale di Liberazione, 23/3/2008, p. 7

    G. Allegri, A. Guerra, Un precario contro il sistema. Ricordando Luciano Bianciardi, in Historia Magistra. Rivista di storia critica, anno IV, n. 8, 2012, pp. 119-131

    A. Bruni, Io mi oppongo. Luciano Bianciardi garibaldino e ribelle, Aracne, Ariccia, 2016

    P. Corrias, Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Baldini&Castoldi, Milano, 1996 (1993)

    G. Fofi, Introduzione a L. Bianciardi, L’integrazione, Bompiani, Milano, 1993

    N. Martino, I. Bussoni, Verso una nuova etica del lavoro culturale: da Bianciardi alla bohème e ritorno, Intervento presentato a Historical Materialism, Rome 17-18 settembre 2015, ora in Effimera, 21 settembre 2015

    F. Santi, Aspetta primavera, Lucky, Edizioni Socrates, Roma, 2011

    B. Sebaste, Bianciardi, vita eretica di un anarchico, in L’Unità, 29 gennaio 2006

    P. Virno, Virtuosismo e rivoluzione in Luogo comune, 4, maggio 1993

    P. Virno, Grammatica della moltitudine, DeriveApprodi, Roma, 2001

     

    Immagine di copertina: da Wikipedia

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