Lunedì 22 settembre 2025
Una storia di distrazione straordinaria
 
La biblioteca che mi ha cambiato la vita
Scritto da: Ilaria Gaspari

Questo articolo è parte del primo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione. 


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Non saprei che età avessi quando ho scoperto l’esistenza delle biblioteche. Ci sono delle fotografie di me molto piccola (testa piena di ricci, occhiali da sole a cuore da cui non mi separavo mai intorno al giro dei tre anni), che con gran concentrazione fingo di leggere seduta al tavolo di una bibliotechina per bambini a Pescia, sull’Appennino toscano. Pare che mi piacesse parecchio quel posto tranquillo e pieno di libri da sfogliare, tanto che, ancora oggi, alla parola Pescia associo immediatamente biblioteca. 


Non viceversa, però. La prima biblioteca che mi viene in mente è un’altra, e l’ho conosciuta diversi anni dopo, al confine fra l’adolescenza e la prima giovinezza. Nel frattempo avevo imparato a leggere, avevo sempre un testone di ricci ma non portavo più occhiali a cuore – me ne sarei vergognata. Portavo invece maglioni a collo alto e cercavo di darmi un tono di serietà. Anche in biblioteca, soprattutto in biblioteca; dove passavo molte ore a combattere la tentazione di distrarmi. Era un luogo di bellezza abbacinante. Da una sala del terzo piano, quello dedicato ai testi di antichistica, ci si affacciava come da una nave sul golfo calmo di piazza dei Cavalieri, disegnata nel quadro di finestre monumentali.


La biblioteca sorgeva al posto della nefanda torre dei Gualandi: la “torre della fame” in cui il povero conte Ugolino visse il suo supplizio. La lapide si legge dalla piazza. La stanza in cui studiavo, nella biblioteca della Scuola Normale, era una specie di abbaino al sesto piano, l’ultimo, quello di filosofia. Conteneva i testi di autori dalla M alla Z, se la memoria non mi inganna; so per certo che c’erano Marx e Montaigne, e Nietzsche, Pascal e Spinoza. Io studiavo sull’Etica al tavolino di legno su cui un giorno una mano ignota mi lasciò una bizzarra dichiarazione. Davanti c’era una vetrata, e tutti quelli che attraversavano il corridoio antistante ti potevano vedere, al tuo posto, a studiare. La biblioteca era un acquario in cui nuotava il mio senso di inadeguatezza.

Forse perché non mi concedevo gli occhiali a cuore, forse ero soffocata dai maglioni a collo alto; forse perché, malgrado la bellezza dell’edificio e il privilegio di studiare in una scuola così prestigiosa, avevo bisogno di distrarmi, di non pensare ai voti, ai risultati, alla competizione che mi paralizzava. Un giorno smisi di andare a studiare nell’acquario: prendevo in prestito i libri e me li portavo nell’altra sede della biblioteca, dov’era un’ampia sezione di storia dell’arte. Lo scaffale aperto, le scoperte, le riproduzioni di immagini che mi si schiudevano davanti come promesse spesso non mantenute – ma che importava? – di storie da immaginare, come tanti anni prima a Pescia, mi salvarono dalla tentazione di abbandonare, con l’acquario, lo studio.

Lo scaffale aperto, le scoperte, le riproduzioni di immagini che mi si schiudevano davanti come promesse spesso non mantenute – ma che importava?

Mi distraevo, ma la distrazione mi nutriva; in quella biblioteca imparai che se esistono studiosi meritevoli che tessono come ragni pazienti la loro tela perfetta, meticolosa, compiuta, ma ci sono poi persone che, come me, somigliano nel metodo alle api: svolazzano di fiore in fiore per distillare qualche goccia di miele, se va bene. Esiste chi ha bisogno della concentrazione assoluta, di un armamentario di strumenti perfettamente affilati per il lavoro bibliografico, ma anche chi, per pensare, deve tenersi in equilibrio instabile, come su un’altalena, fra le distrazioni che, sole, riescono a fermare la sua attenzione. Pure nello studio ci sono formiche e cicale, e io ero dalla parte della cicala; sorte che mi ritrovavo a rimpiangere in prossimità delle prove da affrontare, che mi pareva di non poter superare mai. Per un periodo presi un lavoro pomeridiano, aiutavo il personale nella catalogazione dei volumi; il mio compito era ripassare a pennarello nero le sigle scritte sulle etichette appiccicate sulla costa e rimettere in ordine i volumi. Scoprii che esistevano, in quella scuola in cui la competizione era tutto, formiche gelose che nascondevano, dietro le file dei libri esposti, i volumi che non volevano far trovare ad altri.


Li rimettevo a posto e il giorno dopo tornavano, come a opera di qualche spiritello dispettoso, a scomparire nelle retrovie. Allora li mettevo a posto di nuovo, finché non scaddero i sei mesi del mio impiego e partii con una borsa di studio per la Germania.


La biblioteca che mi ha cambiato la vita, però, non era né quella di Pescia né quella di Pisa. Era una minuscola biblioteca di Parigi, dietro il Panthéon. Ci andavo spesso, quando studiavo lì, perché quella della Sorbonne era in restauro; era comodo appoggiarmi lì, a leggere, a scrivere un pezzettino di tesi, fra una lezione e l’altra. Era una biblioteca di “littérature policière”, di letteratura gialla, insomma; frequentata per lo più da pensionati. Ci si sedeva a certi tavolini tondi, bassi. Alla bibliotecaria si potevano chiedere dei faldoni che contenevano dossier su celebri delitti. Gli scaffali aperti traboccavano di manuali di scrittura, su come scrivere un romanzo giallo. Già, come? Un giorno, invece di proseguire con un capitolo della tesi che mi stava tormentando, cominciai anch’io.


Foto di Bekky Bekks su Unsplash



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