Venerdì 10 aprile 2026
Turistificazione
 
Una guerra alla riproduzione sociale

Questo testo è un estratto da Corpi urbani contesi di Martina Locorotondo. In collaborazione con la casa editrice ombre corte, pubblichiamo una serie di estratti dei volumi della collana Etnografie, che raccoglie ricerche costruite a partire dall’incontro con i contesti osservati, attraverso le relazioni, le pratiche e i conflitti che li caratterizzano. Gli estratti qui proposti restituiscono questa densità, portando alla luce le economie simboliche, i regimi di visibilità e le strutture di potere che attraversano i contesti indagati. Quello che segue è il primo di questa serie. Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile concessione.



Se la crescita del settore turistico fu accolta con entusiasmo da ampie fasce della popolazione e dalla stessa amministrazione neo-municipalista – entrambe animate dalla speranza che la prosperità fosse ormai a portata di mano –, essa finì invece per tradursi, contrariamente alle aspettative, in una condizione di overtourism.¹ Questa si manifesta nello sradicamento degli abitanti e nell’espulsione di un intero insieme di funzioni legate all’abitare (non più soltanto dal centro storico, ma anche a cascata dagli altri quartieri), oltre che nella moltiplicazione delle recinzioni (Portelli et al. 2023) nello spazio pubblico. Ciò che non si era riuscito a fare con la ruspa riesce oggi con le piattaforme degli affitti brevi.


Mentre il paesaggio urbano si rimodella in “città turistica” – quella che D’Eramo ([2017] 2019) definisce come la specializzazione di una città nell’unica economia del turismo – l’industria turistica a Napoli agisce come una forza parassitaria. Ne prosciuga la linfa vitale e le energie, estraendo valore e inaridendo il tessuto stesso della città (Grosfoguel 2016; Gago e Mezzadra 2017; Rossi 2022). Il mercato immobiliare napoletano è oggi sottoposto a una forte pressione da parte delle piattaforme di affitti brevi – prima fra tutte Airbnb, con sede a San Francisco (Cocola-Gant e Gago 2019, 4).²


Poiché affittare ai turisti garantisce margini di profitto più elevati e una maggiore flessibilità per i proprietari, l’offerta di abitazioni destinate alla locazione residenziale si è progressivamente ridotta nell’ultimo decennio, mentre quelle rimaste sul mercato vengono proposte a canoni sempre più gonfiati, contribuendo allo sradicamento degli abitanti. Le inserzioni su Airbnb hanno registrato una crescita vertiginosa nella seconda metà degli anni Duemiladieci, aumentando del 551%: da 1.333 a 8.417 tra il 2015 e il 2020 (Esposito 2023, 71). Dopo la pausa forzata imposta dalla pandemia, la curva è tornata rapidamente a salire. Secondo il data scraping realizzato dalla piattaforma attivista Inside Airbnb il 13 marzo 2025, in città si contano 10.271 inserzioni, di cui 6.518 relative a interi appartamenti. Il 63,5% degli annunci riguarda case intere: un dato che smentisce la retorica della “condivisione” promossa dalla piattaforma. I proprietari non stanno affittando un divano letto per arrotondare le spese, ma gestiscono di fatto strutture ricettive professionali. Concentrate soprattutto nell’area UNESCO, queste inserzioni sottraggono oggi oltre seimila appartamenti al mercato abitativo del centro storico, accrescendo la pressione sulla residenzialità.³

Mentre il paesaggio urbano si rimodella in “città turistica” – quella che D’Eramo definisce come la specializzazione di una città nell’unica economia del turismo – l’industria turistica a Napoli agisce come una forza parassitaria

Ulteriori dati da Inside Airbnb consentono di cogliere il grado di concentrazione del mercato nelle mani di pochi attori. Oggi, il 65,1% delle inserzioni a Napoli è pubblicato da host con più annunci attivi sulla piattaforma. Il principale tra questi, Wonderful Italy Campania, gestisce 114 alloggi, di cui 103 interi appartamenti e 11 stanze private. Questi numeri rivelano un’elevata concentrazione del mercato, non tanto sul piano della proprietà, quanto della gestione. È infatti significativa la presenza di agenzie intermediarie – come mostra l’elenco dei principali host – che amministrano decine di immobili per conto dei proprietari. Offrendo servizi che spaziano dal check-in alla comunicazione con gli ospiti, dalla pulizia alla promozione online, queste agenzie rendono l’investimento negli affitti brevi sempre più redditizio e accessibile, anche a chi risiede altrove (Cocola-Gant e Gago 2019, 9). Un esempio emblematico è Dimorra, quinta nella classifica cittadina, che propone ai proprietari un pacchetto integrato di servizi: tour guidati, deposito bagagli, promozione, realizzazione di siti web, ristrutturazioni e gestione delle prenotazioni (dimorra.it). In tal modo, anche investitori non locali o stranieri possono accedere con facilità al mercato immobiliare napoletano. 


Il caso di Wonderful Italy Campania, capolista tra gli host, è altrettanto indicativo: società con sede a Milano, gestisce oltre 1.500 alloggi turistici in tutta Italia (wonderfulitaly.eu/it), invitando apertamente i proprietari di seconde case a trasformare i propri immobili in fonte di reddito attraverso gli affitti brevi. Tra i principali host figura anche your.rentals, che ben illustra la dimensione estrattiva del capitale nel mercato abitativo locale. Fondata in Danimarca, con uffici in Svezia e Vietnam, opera a Napoli gestendo immobili per conto di proprietari internazionali, incarnando una forma di estrazione transnazionale di valore dal tessuto urbano (your.rentals/it). Infine, navigando sui principali portali immobiliari, è sempre più comune imbattersi in descrizioni come “ideale per investimento” o “attualmente adibito a B&B” (immobiliare.it). Queste tendenze si inseriscono pienamente nel fenomeno, ampiamente discusso nella letteratura sull’Europa meridionale, della buy-to-let gentrification (Cocola-Gant e Gago 2019, 2), ovvero una forma di gentrificazione trainata dall’acquisto di immobili a fini locativi turistici.


Pur presentandosi attraverso la retorica della connessione peer-to-peer, della condivisione e dell’integrazione al reddito per la classe media, il caso di Napoli – in linea con quanto rilevato da altre ricerche sull’Europa meridionale, ormai già da diversi anni – mostra come Airbnb agisca in realtà come un dispositivo di speculazione immobiliare e di progressiva professionalizzazione del mercato degli affitti turistici (Ibidem). Così, anche a Napoli, il vertiginoso aumento delle inserzioni turistiche sulle piattaforme corre di pari passo con l’acuirsi della crisi abitativa: la crescente difficoltà dei residenti nel trovare casa, il mancato rinnovo dei contratti di locazione dovuto alla conversione degli immobili in B&B e il moltiplicarsi degli sfratti (Campagna Resta Abitante 2025; Esposito 2023). Al termine delle misure straordinarie che avevano bloccato gli sfratti durante l’emergenza pandemica, nel solo mese di gennaio 2022, a Napoli, sono state emesse diecimila notifiche di sfratto.

Pur presentandosi attraverso la retorica della connessione peer-to-peer, della condivisione e dell’integrazione al reddito, il caso di Napoli mostra come Airbnb agisca in realtà come un dispositivo di speculazione immobiliare

Dunque, se il centro storico non aveva conosciuto una gentrificazione tradizionale – e il cosiddetto “ventre di Napoli” resta, almeno in parte, ancora abitato dalle classi popolari –, i dati mostrano come il mercato degli affitti stia progressivamente mutando sotto la spinta della turistificazione, dando luogo a processi di sostituzione massiccia. Napoli, dunque, non rappresenta affatto un’“eccezione”: il turismo sta imprimendo una forma di gentrificazione accelerata, portando a compimento ciò che i precedenti processi di ristrutturazione avevano soltanto avviato. La speculazione ha capitalizzato sul divario (il c.d. rent gap secondo Smith 1987) tra i bassi valori immobiliari – eredità di anni di abbandono istituzionale e dello stigma che per decenni ha gravato sulla città e sul suo centro storico – e il loro potenziale valore di rendita nel mercato turistico nel momento in cui Napoli è diventata una delle mete più ambite del turismo globale in cerca del Meridione autentico.


Il modello della città turistica a Napoli produce forme di spossessamento molteplici (Rodriguez Castro 2021; Butler e Athanasiou 2013; Devine e Ojeda 2017) degli spazi della vita quotidiana. Tanto di quelli intimi della casa, quanto di quelli pubblici. Quando il centro storico si trasforma in una tourist zone (D’Eramo [2017] 2019, 152) – ossia in un’area funzionalmente destinata al consumo turistico, secondo la logica moderna dello zoning urbano (Le Corbusier [1933], 1942) – vengono progressivamente erose tutte le altre funzioni che ne fanno un organismo vivo. La “tecnica della separazione”, come la definisce Lefebvre ([1968] 2013, 98-99), non si limita infatti a suddividere la città in zone funzionali – turistiche, industriali, residenziali –, ma produce al tempo stesso una separazione delle vite che a quelle funzioni corrispondono. Lo zoning, spiega Debord ([1967] 2019, 187–195), non opera soltanto sullo spazio, ma sulla possibilità stessa di relazione. Separando le funzioni, estirpa ogni possibilità di incontro, che costituisce il nucleo essenziale dell’esperienza urbana (Ibidem).


Nel caso di Napoli, la “zona turistica” tende a definirsi sempre più attraverso la concentrazione di attività gastronomiche, divenute una delle principali attrattive della città. Il paesaggio economico converge così verso funzioni omogenee, incentrate sulla ristorazione e sul consumo alimentare, mentre questa trasformazione ridisegna in profondità lo spazio urbano, moltiplicando recinzioni e dispositivi di esclusione (Campuzano et al. 2014; López-López et al. 2006). La foodification (Loda et al. 2020) di Napoli si manifesta nella sostituzione delle botteghe tradizionali con pizzerie e friggitorie rivolte ai turisti, e nella trasformazione di mercati storici, come quello della Pignasecca, in tappe di food tour, dove prodotti popolari e accessibili vengono ribrandizzati come esperienze “autentiche” per il mercato globale. Le tradizioni culinarie vengono progressivamente mercificate, sia “dal basso” – dagli esercenti che riconvertono le proprie attività intravedendo nuove possibilità di profitto – sia “dall’alto”, come mostra l’iniziativa “Vedi Napoli e poi Mangia”, promossa dal Comune per valorizzare – e, al contempo, commercializzare – il patrimonio gastronomico della città. La proliferazione di tavolini e dehors occupa spazi un tempo liberi e accessibili, alterando l’uso e l’accessibilità dello spazio pubblico.

Lo spazio pubblico, da luogo d’incontro spontaneo, si trasforma in spazio di scambio di mercato, dove le relazioni sono regolate da transazioni economiche e il ritmo della città è dettato dalle esigenze del turismo

Scompaiono le funzioni non legate al consumo, mentre le popolazioni locali – giovani, residenti comuni, persone senza dimora – vengono progressivamente escluse, tagliate fuori dai recinti materiali e da più sottili forme di segregazione economica e culturale. Così, intere aree risultano sottratte agli abitanti, cancellando pratiche che davano vita al tessuto urbano: il gioco in strada, le relazioni non mediate dal consumo, l’abitare stesso. Lo spazio pubblico, da luogo d’incontro spontaneo, si trasforma in spazio di scambio di mercato, dove le relazioni sono regolate da transazioni economiche e il ritmo della città è dettato dalle esigenze del turismo. “In analogia con le monocolture agricole inaugurate dalle economie coloniali, nelle quali il terreno viene coltivato con una sola specie vegetale in maniera intensiva e standardizzata, al fine di massimizzare le rese e ottenere il massimo profitto – scrive Giovanni Attili –, intendiamo con monocoltura turistica quella specializzazione funzionale di un territorio che viene così votato tendenzialmente a quest’unico settore economico, erodendone progressivamente la diversità produttiva” (Attili in Agostini et al. 2022, 10). Sebbene presentata e imposta come una panacea per le fragili economie delle città dell’Europa meridionale all’indomani della crisi del 2008 e delle politiche di austerità, la monocultura turistica sta finendo per compromettere lo svolgimento delle attività fondamentali per la vita, aggravando la già profonda crisi della riproduzione sociale, ossia l’insieme delle funzioni che garantiscono la riproduzione quotidiana della società e degli individui (Berman-Arévalo e Ojeda 2020).


Assicurarsi un’abitazione è diventato sempre più difficile, e molti sono costretti ad ampliare il tempo di lavoro per riuscire a pagare l’affitto. La casa si trasforma così da luogo fondamentale per la vita in strumento di rendita (Nascimento Neto e Salinas Arreortua 2019). Anche le forme di welfare comunitario e familistico – ancora essenziali a Napoli, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione – risultano minacciate dalla dispersione dei legami sociali causata dallo spostamento degli abitanti verso altri quartieri o fuori città. Di conseguenza, il lavoro della riproduzione sociale viene progressivamente ricacciato nella sfera privata, dipendendo sempre più dalle risorse economiche dell’individuo o del nucleo familiare. In questo contesto, le emissioni prodotte da voli, crociere e autobus turistici, aggravano ulteriormente le condizioni di salute delle persone e dell’ambiente urbano.


Il valore d’uso del comune – l’accesso libero agli spazi pubblici, ai luoghi di incontro non mediati dal consumo, il diritto a un ambiente salubre e alla cultura – viene risucchiato dai processi di finanziarizzazione, valorizzazione e privatizzazione. Anche la memoria collettiva – componente essenziale, seppur immateriale, della riproduzione sociale (Federici 2019, pp. 5-6) – risulta sempre più logorata dalla richiesta di tradursi in prodotto tipico e autentico. Infine, la turistificazione colonizza i corpi delle e degli abitanti, imponendo loro di farsi essi stessi merce. Rendersi stereotipo diventa, in questo contesto, quasi una necessità. Come osservava Amalia Signorelli, lo stereotipo agisce come un riduttore di complessità: uno strumento attraverso cui l’estraneo riesce a orientarsi e a relazionarsi con l’alterità (Signorelli 2002, p. 18). All’epoca del Grand Tour, all’inizio del Novecento, con l’arrivo del viaggiatore prendeva forma lo stereotipo della “napoletanità”, che veniva interiorizzato e performato anche dall’interno, dalle stesse classi popolari, cui si richiedeva di esserne le vere depositarie (Ibidem). “Affidato agli imprenditori giusti – continua l’antropologa – lo stereotipo può rivelarsi una merce eccellente che si vende bene e dà ottimi profitti. Quanta napoletanità i napoletani hanno esportato ed esportano? E quanta riescono a esportarne in loco, ai visitatori e ai turisti ansiosi di acquistarla?” (Ivi, p. 19). Oggi quel meccanismo si ripropone in forme ben più pervasive e violente, all’interno di un rapporto di potere fortemente sbilanciato tra l’industria turistica e le abitanti. Queste ultime subiscono e riproducono pressioni costanti a rimodellare le proprie identità in funzione delle aspettative del mercato turistico (Nixon 2015, p. 15), a comportarsi come si suppone farebbe un “vero napoletano”, per non deludere lo sguardo del turista – mentre, poco a poco, vengono espulse dalla loro città. In definitiva, la turistificazione a Napoli mette in atto un insieme di pratiche estrattive (Berman-Arévalo e Ojeda 2020). 


L’industria turistica, articolata tra grandi corporation transnazionali e imprese locali attive negli affitti brevi, nella ristorazione, nei trasporti aerei e marittimi e nei servizi di intermediazione, divora il corpo urbano e i suoi abitanti, parassitandone e depauperandone le risorse. Un processo reso possibile dall’inerzia regolatoria dei governi locali e centrali, che ha accompagnato la crescita incontrollata del fenomeno. Così, le risorse materiali e immateriali della città – i beni comuni – vengono progressivamente esaurite (Rai 2024), mentre la popolazione è costretta a confrontarsi con livelli sempre più alti di precarietà, vulnerabilità economica (Gago e Mezzadra 2017, p. 586) e il moltiplicarsi delle recinzioni urbane. Il risultato è un ulteriore aggravarsi della crisi della riproduzione sociale, che rende ogni giorno più difficile per la città – e per chi la abita – preservare le condizioni minime della propria riproduzione nel tempo.



Note


¹ Piñeira et al. 2025; Back et al. 2025.


² Si veda anche Smigiel 2024; Gainsforth 2019.


³ Sulla finanziarizzazione dell’abitare, la crisi abitativa e i movimenti per il diritto all’abitare c’è una vasta letteratura, tra cui: Fregolent e Torri 2018; Filandri e Olagnero 2014; Leonardi 2023; Belotti e Arbaci 2021; Di Feliciantonio e Aalbers 2018; Grazioli e Caciagli 2018; Esposito e Chiodelli 2021; Cacciotti 2024.


 Il Mattino “Sfratti, 10mila notificati in un mese solo a Napoli: interviene Muscarà”, 18 febbraio 2022. https://www.ilmattino.it/napoli/politica/sfratti_10mila_notificati_in_un_mese_solo_a_napoli_interviene_muscara-6512271.html.


⁵ Si veda anche Janoschka e Sequera 2016.


Porto di Napoli, allarme per le navi inquinanti: fumi peggiori che in Cina e in Africa, La Repubblica 31 agosto 2023; Antonio Marfella, Napoli soffoca: così l’overtourism e l’inquinamento da record uccidono anche nel 2025, Il Fatto Quotidiano 15 dicembre 2025.

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