Martedì 03 dicembre 2024
Perché bisogna aprire le istituzioni culturali?
 
Scritto da: Bertram Niessen

Un percorso editoriale dedicato al Museion Art Club di Bolzano, un incubatore e amplificatore che incoraggia interazioni tra il museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano e i protagonisti dell’attivismo urbano diffuso, offrendo spazio, visibilità e possibilità di fare rete.

Questo è l'ultimo di una serie di articoli per raccontare il mondo delle organizzazioni para-istituzionali e il loro operato e per approfondire i temi dell’arte e della partecipazione sui territori. Puoi leggere qui la prima puntata della serie su Museionqui la seconda, la terza, la quarta.

Per definizione, le istituzioni sono lente ad adattarsi. E forse le istituzioni più lente sono quelle culturali. Innanzitutto, perché il loro lavoro le mantiene in un rapporto costante con la storia e la memoria. Un rapporto che è fertilissimo, oltre che costitutivo, ma che in molti casi può rivelarsi anche ingombrante. E poi perché fa parte della loro natura più intima il prendere estremamente sul serio le parole, i concetti, le definizioni, le teorie.

Ogni cambiamento va quindi vagliato, ponderato e bilanciato in tempi lunghissimi, in grado di tenere conto dei processi di verifica e riflessione interni ed esterni delle tante discipline (e scuole, e tradizioni) che nutrono quella specifica istituzione culturale. Va, in altri termini, sedimentato.

È utilizzando questa lente d’interpretazione che guardo al fenomeno degli ultimi anni di interesse generalizzato ai processi di apertura delle istituzioni culturali. Una sorta di onda lunga della “stagione delle aperture” dei primi anni ’10. In quel periodo si era sviluppato in Occidente un clima generale di fiducia e apertura della società e della cultura. In parte era causato dalla necessità di trovare una nuova cornice di orientamento per superare la crisi sistemica dei mutui subprimes del 2007/2008. In parte aveva a che fare con l'affermazione globale di Internet - guidata dallo sviluppo del mercato mobile, dall' aumento della connettività globale e all'affermarsi dei social network, con la loro promessa di usabilità per tutti - e delle nuove economie dell'immateriale. In parte, infine, si basava su l'emersione di nuovi movimenti locali e globali, come Occupy negli Stati Uniti, gli Indignados in Spagna, i Beni Comuni in molti paesi del Nord e del Sud del mondo.

Come ogni macrofase culturale era un momento pieno di contraddizioni e cortocircuiti, in cui si mescolavano elementi anche antitetici: l'entusiasmo per il primo presidente nero degli Stati Uniti; il culto per Steve Jobs; gli esperimenti di e-democracy; l'open innovation nelle aziende; il "benessere delle reti" teorizzato dall' economista Yochai Benkler; i partiti pirata nei parlamenti europei; i crowdfunding per produrre videogames e quelli per i iniziative civiche e culturali; le retoriche delle startup e quelle del neomutualismo di piattaforma; le sperimentazioni sulla sharing economy e quelle sui modi di produzione P2P; i lavoratori della cultura che occupavano i teatri per dichiararli beni comuni; l’innovazione sociale e quella culturale; l'apertura dei processi di produzione manifatturieri attraverso i maker space e i fablab...

Alcune pulsioni verso la trasparenza e l'apertura portavano chiaramente il segno di questa contraddizione, come l'attenzione ai pubblici che proprio in quegli anni ha iniziato a divenire centrale nella vita delle istituzioni culturali nella forma di Audience Development e Audience Engagement. Una tendenza contraddittoria perché univa - ieri come oggi - la domanda di una verifica pubblica della validità delle proposte culturali delle istituzioni, al tempo stesso democratica ("i pubblici devono prendere parola sulla cultura, tutte le istanze devono essere rappresentate") e reazionaria ("basta con la cultura di nicchia prodotta dalle élite intellettuali: se è davvero valida lo vedremo alla prova dei biglietti comprati dal popolo").

Per definizione, le istituzioni sono lente ad adattarsi.
E forse le istituzioni più lente sono quelle culturali.

O - da un altro punto di vista - l'impatto enorme che aveva assunto il fenomeno del crowdsourcing, nelle sue tante declinazioni. Da un lato, la possibilità concreta di abilitare forme di intelligenza collettiva e di realizzare progetti - sociali, creativi e culturali - su scale fino a prima inconcepibili. Una possibilità dimostratasi concreta soprattutto nei progetti più riusciti di crowdfunding civico, nei quali la cittadinanza dei territori si è mobilitata per finanziare progetti con un impatto concreto sulla qualità della vita.

Da un altro punto di vista, il crowdsourcing come gigantesca macchina per estrarre valore immateriale ed ottenere lavoro gratuito (o a bassissimo prezzo) in cambio di investimenti limitati e un branding genericamente sociale. Guardare oggi ai modi in cui un decennio fa si trattavano molti di questi argomenti fa un po’ sorridere, perché è evidente la naïveté politica e culturale che allora faticava ad adattarsi alla velocità impressionante dei cambiamenti. Nonostante queste ineludibili ambiguità, per provare ad affrontare la metà degli anni '20 gli strumenti politici e culturali che arrivano dalla "stagione delle aperture" sono forse più necessari che mai.

L'incertezza globale portata dall'invasione dell'Ucraina e dalla guerra a Gaza ha come sfondo un cambiamento climatico sempre più devastante e un'incapacità sociale e culturale di elaborare fenomeni epocali come le migrazioni globali e l'accento di tecnologie totalmente disruptive. Negli ultimi anni le società occidentali stanno vivendo un assalto senza precedenti alle libertà civili. In quasi ogni paese d'Europa le istanze scioviniste sembrano prevalere, non solo sul piano elettorale ma anche - e forse prima di tutto - su quello culturale. Questo vuol dire il costante richiamo a simboli e retoriche incentrati su identità monolitiche e valori granitici. E una domanda costante di confini, perimetri, limiti, barriere.

Considerando questo panorama, vedere che le istituzioni della cultura negli anni più recenti stanno finalmente adottando pratiche, linguaggi e metodi che le aprono agli influssi dei territori, degli abitanti e dei pubblici non può che essere una boccata d’ossigeno. È quello che è avvenuto 2 anni fa nel mondo dei musei, quando l’ICOM (International Council of Museums) nella 26esima Assemblea Generale ha approvato una definizione che recita, tra l’altro: “Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano eticamente e professionalmente e con la partecipazione delle comunità (…)”. Si tratta del riconoscimento formale del rapporto ineludibile tra musei, pubblici e comunità.

In un altro settore, quello delle biblioteche sta avvenendo qualcosa di simile. La Carta di Milano delle Biblioteche (nata nel 2022, in sintonia con il Manifesto IFLA/UNESCO della biblioteca pubblica dello stesso anno, e divenuta un punto di riferimento nazionale) sottolinea che le biblioteche debbano “contribuire allo sviluppo di una comunità inclusiva, equa e solidale” e “promuovere la partecipazione culturale”. E’ la formalizzazione di un momento di grandissimo fervore nazionale e internazionale. Che ritroviamo anche nel grande lavoro di ricerca e scrittura sull’apertura del mondo delle biblioteche che stanno facendo studiose come Chiara Faggiolani (anche qui su cheFare), o nel percorso di ricerca e networking attivato dalla European Cultural Foundation con il programma The European Challenge (sull’apertura di azioni a tema comunitario nelle biblioteche europee).

Questa è lente interpretativa che abbiamo iniziato ad adottare fin dall’inizio quando ci è stato chiesto di avviare questo percorso di analisi empirica e riflessione editoriale su quello che è stato Museion Art Club. Si tratta di un dispositivo in cui persone singole o collettivi locali possono proporre idee e programmi al museo di arte contemporanea di Bolzano, attraverso un forum e un’assemblea aperta cittadina.

In casi come questo, i sistemi di governance della decisione ed articolazione dei programmi sono tutt’altro che banali. Mettono a confronto (e, inevitabilmente, anche in scontro) tipi diversi di saperi esperti, da quelli superspecializzati e verticali della storia dell’arte e della museologia a quelli (altrettanto specialistici, ma non altrettanto emersi, esplicitati e formalizzati) degli abitanti del territorio che vogliono entrare in contatto con l’istituzione culturale. Problematiche, complessità e necessità di sintonizzazione di percorsi di questo tipo sono note agli addetti ai lavori e abbondantemente discusse nella letteratura sul tema, oltre che indagate dall’attività editoriale e dai progetti sul campo di cheFare.

Quello che conta, nell’articolo di chiusura di questo piccolo percorso editoriale sull’esperienza di Art Club Museion, è che oggi più che mai abbiamo bisogno di iniziative di apertura. Delle istituzioni, della società, dei territori, delle esperienze individuali e collettive. Abbiamo bisogno di una sperimentazione continua, con tutte le sue prove ed errori, le sue rimodulazioni, le sue verifiche. Per far prendere corpo – quando la voglia di alzare muri è sempre più forte - ad una partecipazione culturale che aiuti ad aprire i confini, abbattere in limiti, forzare le barriere.

Immagine di copertina di José Pablo Domínguez su Unsplash

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