Martedì 29 aprile 2025
Altre Urbiquità #3
 
L’egemonia delle piattaforme
Scritto da: Lorenzo Tripodi

Altre Urbiquità è una serie di tre articoli in cui Lorenzo Tripodi racconta le esplorazioni e le traiettorie teoriche che hanno portato al suo ultimo libro "Urbiquità - La città ovunque" (Agenzia X, 2024). Il primo articolo si legge qui, il secondo si legge qui.

Nei due precedenti articoli ho sottolineato il progressivo processo di colonizzazione delle superfici urbane che ha trasformato le città contemporanea in un palinsesto televisivo, attraverso quella che è stata definita una urbanistica cinematica. Ma così come il cinema che conoscevamo e la TV generalista sono stati profondamente rivoluzionati nel corso degli ultimi venti anni da internet, dall’interconnesione digitale e dalla dataification, cosi anche il processo di urbanizzazione planetaria ha subito una ridefinizione drastica verso quella che con un neologismo che da il titolo al libro ho definito urbiquità tecnologica.

Nella terza sezione del libro si affronta la capillarizzazione delle immagini, con l’esplosione di quel sistema di schermi che aveva colonizzato lo spazio della città in una miriade di touchscreens che ognuno di noi porta in tasca o al braccio, di microcamere e sensori digitali dislocati ovunque. Mentre la capacità di acquisizione e gestione ed elaborazione computazionale dell’ immenso flusso di dati è ubiqua, la concentrazione del controllo e profitto di tale sistema diventa sempre più concentrata e privatizzata. Un sistema incarnato nel capitalismo delle piattaforme, che origina un corrispondente platform urbanism. Di questa nuova condizione ho tracciato nel capitolo finale alcune caratteristiche macroscopiche emerse a più riprese nel libro.

Interconnessione. L’aspetto più evidente è la riconnessione capillare che avviene tra tutte le entità discrete che il pensiero moderno aveva minuziosamente distribuito nei silos stagni di una tassonomia razionale universale, distinguendo città da campagna, città da città, industria da agricoltura, settore industriale da settore industriale, abitare da lavorare, ma anche natura da società, attore sociale da attore sociale, sfera pubblica da sfera privata, e cosi via.

La disposizione tecnologica è ciò che fa collassare questo sistema di distinzioni in un multiverso post-umano fluido, ridefinito da computazione ubiqua, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, realtà aumentata e ibridazione uomo-macchina. La proliferazione di sensori meccanici si sostanzia in un organismo sensoriale complessivo che si ramifica nell’intera estensione planetaria e la avvolge dall’alto, attraverso i satelliti orbitanti che operano dall’esterno dell’atmosfera terrestre la fusione in una noosfera complessiva. Visualizzata nella blue marble navigabile in internet da ciascuno di noi, l’interezza del pianeta è contenuta in una singola rappresentazione, un’immagine complessiva che include le singole rappresentazioni individuali (oltre a tutte le località, gli oggetti e le opere soggette a proprietà intellettuale) in forma di nuvole di dati. Ma tale massa gassosa di dati rappresenta solo l’altra faccia di un complesso intreccio di sistemi infrastrutturali di natura materiale che, dalle profondità degli oceani alle viscere della terra, attraverso fibra ottica e cablature aeree, antenne, server, CPU e satelliti orbitali, connette tutti gli elementi del sistema e richiede costante manutenzione e rinnovamento, consuma risorse ed energia, ed è in massima parte posseduto e controllato da entità private che agiscono relativamente indisturbate in un cono d’ombra.

Interoperabilità. Uno degli aspetti principali del processo di connessione globale è la costante progettazione e l’aggiornamento dei protocolli che consentono a tutti gli elementi di operare organicamente.

Il principio base di internet è che in qualsiasi punto di entrata si possano codificare informazioni e istruzioni che possono essere decodificate e rese operative in qualsiasi altro punto della rete, in una logica che era in principio a-gerarchica. I limiti a questo principio sono di ordine procedurale e politico, non tecnico. Viviamo in una nube di misure e misurazioni standardizzati, che consentono la massima interoperabilità di tutti i sistemi tecnologici del pianeta e rendono confini nazionali e frontiere puri protocolli operativi esercitati in base all’arbitrio del potere. Inaugurando l’era dell’Internet of Things, la digitalizzazione ha moltiplicato di svariati ordini di grandezza il numero di interoperazioni che si combinano nello svolgersi ordinario del più elementare atto quotidiano, e che richiedono protocolli standardizzati e riconosciuti. Lungi dall’essere dettagli meramente tecnici, il controllo degli standard ha un’importanza strategica nel determinare effetti economici, relazioni di potere e ripercussioni nella vita quotidiana e nei comportamenti di massa. Di fatto, questi standard sono elaborati da organismi tecnici la cui presunta neutralità è quantomai dubbia, date le interferenze sistemiche di cartelli e concentrazioni di interessi.

Sorveglianza. L’interconnessione e l’interoperabilità totale del complesso bio-tecnologico planetario si risolve anche nella costituzione di un dispositivo panottico complessivo.

Quando il 1984 reale è passato, ci siamo accorti che la visione cupa e soffocante preconizzata da Orwell era stata soppiantata da una nuova realtà apparentemente meno violenta e repressiva, ma non necessariamente meno totalitaria. È una “cultura della sorveglianza”, come la chiama David Lyon, in cui sorvegliare diventa pratica fluida esercitata direttamente dai sorvegliati in maniera più o meno consapevole. Siamo tutti controllori: siamo noi stessi a performare il controllo capillare, mettendo a disposizione attraverso la moltitudine di gesti quotidiani registrati digitalmente il tracciamento integrato di ogni movimento e transizione compiuta, costituendo l’immensa base del big data.

Chi elabora i dati, chi ne estrae informazioni e per quale scopo, chi esercita il controllo a vantaggio di chi: sono questioni complesse e controverse che hanno un immenso impatto sulle effettive relazioni di potere e sul governo, ma che sono relegate in una sfera inconscia, ignorate dalla maggior parte dei soggetti sottoposti a sorveglianza, de-problematizzate in un diffuso fatalismo. La libertà di sorvegliarci amichevolmente da soli concessa alla maggior parte dei cittadini nelle democrazie occidentali è solo la maschera sorridente di un dispositivo pronto ad essere ritorto contro chi entri nel radar della repressione.

Extrastatecraft. Nel loro insieme questi fenomeni hanno l’effetto di indebolire il controllo diretto del territorio su cui si fonda la legittimazione dello stato nazionale nell’ordinamento politico internazionale. La capacità di amministrare in maniera esclusiva territori definiti da confini nazionali, già indebolita da strumenti come le Zone Economiche Speciali, dal prolificare di paradisi fiscali e simili ‘innovazioni’ nella governance del territorio, è stata abbattuta dalla capacità di flussi finanziari e dati di muoversi nel continuum dell’infosfera.

Il capitale aggregato nelle piattaforme digitali costituisce un nuovo livello di governo non soggetto a elezioni e processi democratici tradizionali, che, senza darsi pena di istituire processi di governance innovativa o distribuita convincenti, ha acquisito il potere di interferire in maniera sostanziale nell’amministrazione dei territori e nella vita quotidiana dei cittadini su scala inaudita. Tali piattaforme assorbono gran parte del controllo dei media, della circolazione dei saperi, della regolazione degli scambi economici, della coordinazione dei processi industriali e molte altre funzioni che precedentemente erano sottoposte alla regolazione esclusiva dei governi nazionali. Lo spostamento di una gran parte dei processi di creazione ed estrazione di valore in una sfera evanescente, digitalmente mediata, non chiaramente situabile in un territorio ha creato un nuovo livello di governo, dotato di una territorialità differente, con materialità, infrastrutturazione e governance che non rispondono alle logiche tradizionali, ma continuano a servire in maniera ancora più efficace gli interessi delle oligarchie del semio-capitale.

Il tecno-capitalismo contemporaneo ha un’allettante base ideologica infarinata in un caricaturale anarchismo libertario.


Le piattaforme generano di fatto nuove entità tecnopolitiche, comparabili a continenti di natura ibrida che s’insinuano nella geografia del pianeta, attraversando le scale territoriali in maniera trasversale e capillare. La loro strutturazione, amministrazione, politica e sicurezza sfugge in gran parte alla capacità di controllo dei governi e risponde solo a una versione particolarmente primitiva e rapace della legge del mercato.

Le visioni ottimistiche delle culture proto-digitali della fine degli anni Ottanta e Novanta, che immaginavano una società più aperta e orizzontale abilitata dalla struttura rizomatica di internet, si sono risolte nel servire sul piatto d’argento ai tycoon del tecno-capitalismo contemporaneo un’allettante base ideologica infarinata in un caricaturale anarchismo libertario.

Iper-rendita. Infine, tra gli effetti degni di nota di questo sistema c’è il fatto che, mentre accelera la frammentazione del processo produttivo ed erode la capacità negoziale della classe lavorativa, esso non mette in alcun modo in discussione il privilegio della rendita e i crescenti profitti di chi eredita posizioni di controllo sulla proprietà fondiaria e sull’estrazione di risorse materiali. Propongo il neologismo iper-rendita per descrivere l’evoluzione dei privilegi della classe rentier grazie al complesso di fattori qui elencati. La condizione determinata da interconnessione, interoperabilità, sorveglianza ed extra-statalità conferisce ai detentori di rendita da posizione una capacità di sfruttamento aumentata di diversi ordini di grandezza. Moltiplica i benefici dello sfruttamento della proprietà immobiliare, che vediamo emergere non solo nella concentrazione di proprietà private avanzata da Airbnb, ma anche nella rilevanza di cartelli dell’asset management come Blackrock o tutte le entità intermedie di gestione del capitale immobiliare che si dispiegano opache, sepolte sotto livelli insondabili di coperture distribuite nelle pieghe dalla finanza internazionale.

Ugualmente rafforzata è la rendita che deriva dal controllo delle risorse estrattive e delle risorse energetiche, particolarmente avvantaggiata dall’appropriazione delle ricchezze nei territori del sud del mondo e in collocazioni remote, oltre che dall’accelerazione dei consumi indotta dalle nuove tecnologie. Infine, è ancora la rendita passiva più brutale a costituire il core del profitto delle piattaforme, dove attraverso network effect e gatekeeping su protocolli digitali viene legittimata l’appropriazione su scala colossale, sistematica e sostanzialmente parassitica del plusvalore prodotto da una moltitudine di pratiche, scambi, e persino affetti, legittimata solo dal controllo di posizioni-chiave sui flussi.

In ultima analisi, le costellazioni familiari che hanno controllato lo sviluppo di Firenze nel corso dell’oltre mezzo millennio che ha portato alla piena realizzazione del capitalismo delle immagini controllano ancora saldamente i diritti di rendita maturati nel corso dell’adozione della città come patrimonio universale della cultura.

L’evoluzione dei robber baron americani attraverso la parabola affascinante e diabolica del corporate capital perpetua l’immensa concentrazione di privilegi stabilita manu militari dai colonizzatori agli albori dell’epoca moderna, che si riproduce attraverso il nuovo sinestesico front-end del capitalismo delle piattaforme. La stessa Berlino, dietro il “vibrante” display di formati creativi, alternative e innovazioni varie, cela l’impalcatura efficientemente tecnocratica del capitalismo teutonico impiantato sull’industria pesante, che ha le radici in una cultura imprenditoriale e una relativa oligocrazia famigliare passata indenne attraverso il nazismo e la guerra fredda, che oggi sfrutta in particolare la posizione di rilievo nel campo della standardizzazione tecnologica e l’ingegneria.

Questo per dire che, dopo il quadro di evoluzione estrema che il libro racconta, disegnando una rivoluzione paradigmatica straordinaria, che ridefinisce addirittura la consistenza materiale e fisiologica del pianeta, alla fine l’impressione è che a tenere le redini del processo e a convogliare profitti e benefici verso i detentori della iper-rendita siano i soliti noti, con le solite agende.

Restiamo con la solita, eterna domanda: che fare, dunque?

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