Giovedì 20 marzo 2025
Violenza virtuale e violenza reale
 
Benvenuti nel reame oscuro
Scritto da: Francesco Monico

La società contemporanea affronta una trasformazione radicale nel modo in cui la violenza viene esercitata e percepita. Il saggio di Francesco Striano, "Violenza virtuale. Vita digitale e dolore reale", pubblicato nel 2024 da Il Saggiatore, si propone di esplorare questo fenomeno con un approccio filosofico, etico e tecnologico, fornendo strumenti concettuali per comprendere il modo in cui le forme di interazione digitale stanno ridefinendo l’esperienza del dolore, della violenza e della responsabilità. 


Il testo si apre con una premessa eloquente, "Mettetevi scomodi", in cui il filosofo avverte il lettore della natura estraniante del tema trattato. L’autore non si limita a descrivere la violenza digitale, ma cerca di problematizzarne il concetto stesso, mettendo in discussione le tradizionali dicotomie tra reale e virtuale, tra corpo e identità digitale, tra responsabilità individuale e responsabilità sistemica. La violenza secondo una lunga tradizione culturale è una costante antropologica, oltre che un elemento strutturale delle società umane, un fenomeno insomma naturale che attraversa epoche e culture.

Questa tesi è stata oscurata nel moderno dal sentimentalismo ottocentesco, visione antropologica secondo cui le azioni morali umane deriverebbero da una capacità innata di simpatia. Secondo questa teoria l'etica non si baserebbe solo sulla razionalità, ma soprattutto sui sentimenti di empatia e solidarietà che guidano gli esseri umani verso il bene. Ma oggi nell’epoca della virtualità tecnica, in contraddizione con questa ipotesi, sembra ripresentarsi proprio quella aggressività e violenza che il sentimentalismo aveva messo al bando.


Violenza virtuale infatti racconta un reame oscuro, apparentemente senza regole, nel quale anche l’umano più docile può trasformarsi in un violentatore seriale. Un universo di schermi costituisce la realtà a cui siamo approdati, nella quale sembra ci venga offerta una libertà di espressione e di movimento sterminata e senza precedenti. Nella vita digitale, il nostro passato di carne e ossa sembra essere solo un ricordo: possiamo diventare chi vogliamo, cambiare identità e indole quando lo desideriamo. Possiamo fare quello che nella quotidianità ci sarebbe precluso e persino proibito. È in questa condizione di assoluta libertà che sgorga dall'umano un’inaudita violenza: gruppi di individui che selvaggiamente si scambiano materiale intimo di persone inconsapevoli; gamer che durante le sessioni di gioco stuprano virtualmente i loro compagni di partita.


La tesi del libro è che la digitalizzazione della vita sociale abbia portato a nuove forme di aggressione, il cui impatto è ancora sottovalutato. Così il quesito di fondo che attraversa l'intero saggio è: può esistere una violenza "virtuale" che produce dolore reale? La risposta si fonda su una solida argomentazione. Il tema  centrale del libro è la critica alla concezione dicotomica del rapporto tra mondo reale e mondo virtuale. L’autore si oppone all'idea che l'universo digitale sia una dimensione separata dal mondo fisico, un'illusione senza effetti concreti. In realtà, come dimostrano numerosi studi sulla psicologia digitale, il dolore e il trauma causati da violenza online, revenge porn, doxxing e molestie virtuali hanno effetti sulla psiche e sulla vita delle persone coinvolte. Striano smonta il cosiddetto modello dei due mondi, una concezione diffusa secondo cui ciò che accade online non avrebbe conseguenze tangibili nel mondo fisico.

La tesi è che l’identità digitale non sia altro che un'estensione della nostra identità materiale e le esperienze vissute nel cyberspazio abbiano un impatto emotivo, sociale e persino economico sulla vita delle persone.


Tuttavia emerge una questione fondamentale, infatti la violenza nella natura e nel mondo reale viene controbilanciata dalla stessa natura, attraverso un equilibrio di forze che ne regola l’espressione. Il cosiddetto balance-of-power impedisce che il conflitto diventi distruttivo in modo irreversibile a lungo termine.

Nel virtuale, invece, questo contrappeso manca completamente. La violenza dell’umano nel cyberspazio non incontra alcuna resistenza reale, perché le dinamiche digitali non prevedono meccanismi di autoregolazione simili a quelli biologici presenti nel mondo fisico. La teoria secondo cui non esiste distinzione tra reale e virtuale può essere affascinante, ma rischia di negare la stessa costruzione della vita, ovvero quella forma di resistenza all'annientamento che solo la realtà materiale può offrire.


Ovviamente, questa è una mia opinione personale e non una vera esegesi del testo, onore a Striano per aver posto con lucidità la questione, ma il punto resta: o si accetta pienamente la violenza come strutturale alla natura – e quindi anche a un supporto umano naturale-, oppure si costruiscono teorie senza affrontare le conseguenze reali del fenomeno.


Così l’aspetto più interessante del saggio è l’analisi del potere deresponsabilizzante delle tecnologie digitali, tesi sostenuta dall’idea che l'anonimato e la distanza fisica tra carnefice e vittima tendano a ridurre la responsabilità di chi perpetra atti di violenza online. E’ il fenomeno della cosiddetta disinibizione online, una dimensione psichica che porta le persone a compiere azioni inaccettabili nella vita reale senza provare rimorso - ma sarebbe da pensare alla tesi della fine dell’etica dell’intenzione e dello strapotere dell’etica della funzione-.


In questo senso, l'autore applica il concetto di "violenza sistemica", mostrando come le piattaforme digitali abbiano incentivato, anche involontariamente, la diffusione di pratiche violente. Il libro mette al centro il ruolo delle compagnie big tech, colpevoli di aver costruito ambienti digitali che facilitano l'aggressione violenta e la manipolazione senza adeguati strumenti di tutela per le vittime.


Uno dei capitoli più forti è dedicato al concetto di cyberstupro, una forma di violenza sessuale che avviene attraverso la condivisione non consensuale di immagini intime, la produzione di deepfake pornografici e altre pratiche di abuso digitale. Il filosofo esplora il parallelo tra la mostruosa cultura dello stupro offline e quella online, sottolineando come entrambe condividano meccanismi di normalizzazione e minimizzazione della violenza.


Quindi mi permetto una digressione. Lo storico Jacob Burckhardt vedeva la violenza come una componente costitutiva dell'umanità, inseparabile dal processo storico e sociale. Nella sua visione, la violenza è una struttura fondamentale dell’esistenza che ha la capacità di forgiare le culture e le civiltà tanto quanto l'arte, la religione e la cultura stessa. Egli ritiene che l'essere umano sia per natura incline alla competizione e al dominio e che cultura e civiltà servano più a contenere e canalizzare questa inclinazione piuttosto che a eliminarla. Ciò che risulta particolarmente interessante oggi è il timore espresso da Burckhardt riguardo ai processi di razionalizzazione e tecnicizzazione, che secondo lui rischiavano di amplificare la violenza anziché ridurla.

Questa preoccupazione nasce dall'idea che tali processi privino la società dei suoi equilibri naturali, inclusi quelli immaginari, spirituali ed esoterici, esponendo così l'essere umano in misura ancora maggiore alle dinamiche di potere e sopraffazione.

Questo si collega alla problematica della violenza virtuale: se la storia ha sempre visto la violenza bilanciata da strutture di ordine naturale, nel digitale essa esplode senza contrappesi, creando un'arena in cui l’umanità può esprimere la sua aggressività senza limiti reali.

È quindi in conclusione un bel saggio che si colloca all’interno di un filone di studi che incrocia etica, filosofia della tecnica e femminismo, vero contributo contemporaneo alla filosofia e questo dà un merito ampio all’autore, che infatti si rifà a pensatrici come la filosofa Amia Srinivasan, che considera il femminismo come teoria di un movimento politico volto a trasformare radicalmente la società. Questa impostazione consente di affrontare il tema della violenza digitale in modo non moralistico, evitando le classiche contrapposizioni tra progresso tecnologico e regressione etica. Invece, propone una riflessione sistemica e politica, ponendo la questione della violenza online come un problema strutturale che richiede risposte culturali e normative - di nuovo Burckhart-.

L'ultimo capitolo ricade nella logica del sentimentalismo e della speranza. Infatti l'autore propone strategie di prevenzione e contrasto della violenza digitale. Tra le soluzioni analizzate troviamo: Regolamentazione delle piattaforme: maggiore responsabilità per i gestori dei social media nel monitorare e rimuovere contenuti dannosi. Educazione digitale: formazione nelle scuole per sensibilizzare le nuove generazioni su privacy, consenso e sicurezza online. Supporto alle vittime: creazione di reti di sostegno psicologico e legale per chi subisce cyberviolenza. Tecnologie anti-abuso: sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale per rilevare e prevenire molestie online.

Dal testo l’autore appare sempre molto attento a essere corretto piuttosto che consegnarsi a quello stesso reame oscuro che così bene traccia nella sua opera, dico questo perché l'autore in realtà riconosce che nessuna soluzione tecnica può sostituire un vero cambiamento culturale e strutturale. Nel senso che la violenza è strutturale alla tecnica. L'unico modo per ridurre la violenza tecnica è trasformare radicalmente il modo in cui concepiamo il rapporto tra tecnologia, potere e responsabilità.



Foto di Ivan Rudoy su Unsplash

Partecipa alla trasformazione

Iscriviti alla newsletter
di cheFare

Questa è la nostra informativa privacy.