Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Parliamo di un quartiere, non importa quale, perché ormai si assomigliano tutti. C’erano un campo da basket coperto da erbacce, una vecchia stazione murata che ospitava interi pomeriggi di schiamazzi adolescenziali e un paio di piccoli ricordi industriali reinventati a dormitori da “tossici” e senzatetto. Ora è diventato un distretto creativo. Ci piace chiamarli così. Lo dicono anche le insegne, con quel carattere tipografico a metà tra Berlino e il packaging bio.
Dove prima si faceva rumore, ora si beve naturale.
I portoni scrostati sono diventati gallerie fotografiche, un container colorato è un community hub, la vecchia stazione un coworking. La fermata dell’autobus è connettiva e ci si leggono poesie in quattordici lingue, compreso l’arabo.
Tutto è pulito, ben segnalato, lievemente scandinavo e, soprattutto, partecipato. Una partecipazione gentile, ordinata, con laboratori di stampa serigrafica per bambini e una mappatura collettiva del desiderio urbano su pannelli in compensato: “spazi per tuttə”, “Il futuro abita qui”. Dei “tossici” e dei sentatetto non c’è più traccia, mentre gli adolescenti annoiati si contendono con i turisti un posto tra le panchine color pastello, dove sorseggiare un bubble tea.
Tutti dicono che è bellissimo. E in effetti lo è.
Solo che ci sono dettagli che non entrano nella narrazione: il panettiere del quartiere che non si può più permettere l’affitto; il negozio di ferramenta sostituito da una bakery vegana; l’ufficio postale temporaneamente chiuso, ma temporaneamente da tre anni; la ragazza nigeriana che prima ci viveva sopra e ora - dicono - ha trovato un’ altra sistemazione. Qualcosa stride. Il rendering non dice tutto. Il cambiamento, esteticamente impeccabile, rivela un’altra faccia: quella delle uscite silenziose, delle esclusioni non dichiarate, delle relazioni che si spezzano.
Eppure tutto appare al suo posto. Anzi, meglio.
È proprio così che si è alimentata l'ambiguità sulla rigenerazione urbana.
Eppure tutto appare al suo posto. Anzi, meglio. È proprio così che si è alimentata l'ambiguità sulla rigenerazione urbana: intorno a questa idea che al miglioramento dello spazio corrisponda automaticamente il miglioramento delle condizioni di vita, senza interrogarsi su chi lo abita, su chi lo perde, su chi lo attraversa.
Ma parliamo anche di un altro quartiere. Lì un’associazione di abitanti carichi di intraprendenza ha riaperto uno spazio alla collettività, senza luci dei riflettori e fondi del PNRR. Si fa carico delle fragilità. Gestisce sportelli di sostegno. Promuove dibattiti e incontri su temi di interesse collettivo. Organizza eventi culturali e momenti di socialità. Propone laboratori di comunità nei ritagli di tempo, cercando come può di finanziarsi per sostenere le spese.
Lavora sul margine e, per questo, si porta dietro una certa diffidenza, ma in fondo è utile. Per tutti, a conti fatti, è da applaudire, da ringraziare, da raccontare come best practice.
Eppure, anche qui, qualcosa non torna.
Perché chi ha vissuto davvero la fatica di queste esperienze ne conosce anche la fragilità e l’ambivalenza. Sa quanto siano esposte al rischio di rimanere incompiute, premiate a suon di pacche sulle spalle, ma senza essere riconosciute fino in fondo quando conta.
Anche lì qualcosa finisce per non funzionare. Il negozio di ferramenta chiude lo stesso. L’ufficio postale diventa un presidio di Polizia. Il panettiere e la ragazza nigeriana se ne vanno comunque. Gli adolescenti preferiscono rifugiarsi al centro commerciale, mentre "tossici" e senzatetto rimangono nel limbo, supportati dai volontari, ma privi di una prospettiva che vada oltre la sopravvivenza.
Ma allora: cos'è che rigenera davvero?
Mi trovo spesso in difficoltà a dover scegliere tra la demonizzazione delle pratiche istituzionali, colpevoli di disegnare a tavolino speculazione ed esclusione e l’idealizzazione di quelle informali, capaci di presidiare davvero inclusione e processi trasformativi. Non perché senta l’esigenza di dimostrare equidistanza, tutt'altro. Trovo però che questo tentativo di tracciare una linea netta tra procedura e irruzione, tra pianificazione e urgenza di cambiamento, tra corruzione e autenticità, sia semplicemente poco interessante, al massimo confortante, perché non ci interroga davvero.
Credo piuttosto valga la pena indagare la validità del termine rigenerazione urbana in maniera molto pragmatica, materialista. Chiediamoci quindi: a quale idea di città allude? Quale tipo di complessità riesce a sostenere? Quale grado di conflittualità è capace di accogliere? E, soprattutto, come possiamo evitare che l’intenzionalità che esprime - perché a mio avviso ancora la esprime - rimanga un manifesto non scritto?
Per provare a ragionare intorno all’attualità del termine rigenerazione urbana e alle sue derive, credo sia utile riconoscere che il suo campo di azione, a prescindere dall’uso più o meno autentico o più o meno speculativo che se ne fa, è sempre un terreno vivo, in cui si esercitano rapporti di forza che finiscono per generare uno scarto tra ciò che vale, ciò che resta e ciò che invece deve fare spazio, nel vero senso della parola. È, cioè, un atto politico.
Credo piuttosto valga la pena indagare la validità del termine rigenerazione urbana in maniera molto pragmatica, materialista. Chiediamoci quindi: a quale idea di città allude?
Se non ci si interroga su questo, se non si riconosce il carattere situato e selettivo di ogni progetto, di ogni processo di rigenerazione, finiamo per separarlo dal contesto in cui si esprime e ridurlo a una questione tecnica, a un marchio o, peggio, finiamo per trasformarlo in un promessa senza attrito.
Potremmo quindi smettere di chiederci da dove nascono le pratiche di rigenerazione, per concentrarci, piuttosto, su quel che generano. Se aprono o chiudono possibilità. Se abilitano o selezionano. Se sanno accogliere l’alterità o tendono a riprodurre se stesse.
Perché rigenerare non è un’etichetta da applicare a monte, una volta per tutte, ma una condizione che si misura nel tempo, nello spazio e nella sua capacità di ospitare continuamente i conflitti, le vulnerabilità, le differenze. In altre parole, si misura rispetto alla sua capacità di costruire cittadinanza.
Cittadinanza in tensione
Se la rigenerazione è un’operazione che non riguarda solo i luoghi, ma le soggettività, se non interviene cioè solo sugli spazi ma, come abbiamo imparato, sul modo in cui le persone li abitano, si muovono, prendono parola, sono riconosciute, non possiamo separare il suo campo di azione dalla dimensione della cittadinanza. Non quella amministrativa, quella scritta nei documenti, ma quella esercitata nei luoghi: vissuta, conflittuale, posizionata.
Étienne Balibar ci ricorda infatti che la cittadinanza non è uno status, una proprietà che si possiede, ma una soglia continuamente rinegoziata: un processo che si esercita, una tensione permanente tra chi è incluso e chi resta ai margini, tra chi ha diritto di parola e chi viene ascoltato solo se non disturba.
In questo senso, lo spazio è uno dei dispositivi principali attraverso cui questa soglia viene tracciata. Non è mai neutro, ma è a suo modo selettivo, gerarchico, orientato, performativo. Disegna traiettorie più o meno marcate di accesso e di esclusione. Determina chi può restare e a quali condizioni, chi può progettare e chi solo essere coinvolto. Perché tutte le pratiche, anche quelle dichiaratamente inclusive, siano esse istituzionali o meno, interrogano condizioni di potere e hanno come esito forme di inclusione più o meno condizionate e differenziali.
La rigenerazione urbana, se prendiamo ancora per buono questo termine, necessita quindi di essere vissuta come un campo in cui si sperimenta la cittadinanza come esercizio, come qualcosa che si costruisce nello spazio, attraverso relazioni complesse, temporanee, anche contraddittorie. Un luogo in cui l’accesso non è mai di per sé garantito, ma è esito di negoziazione. Dove l’appartenenza si misura anche nella possibilità di disturbare l’ordine previsto.
Tutto il contrario di questa piega un po’ naif che ha invaso il campo della partecipazione - e con esso quello della rigenerazione - pensata e spesso usata erroneamente come possibilità di addomesticare il conflitto. Al contrario, sarebbe utile accettare di lavorarci dentro. Non annullarlo, ma renderlo dicibile, abitabile, persino auspicabile.
L’abitare come lotta per il riconoscimento
Se guardiamo le nostre città, possiamo osservare come la cittadinanza non sia solo uno spazio in tensione. È proprio in discussione. In questo contesto segmentato da zone rosse e normative differenziate, abitare lo spazio è già di per sé una forma di rivendicazione politica. E non solo per chi non ha documenti, ma più in generale per chi non ha accesso, chi è scomodo, chi non ha potere simbolico o deve sgomitare per contare, per farsi spazio anche in uno spazio rigenerato.
Molte pratiche di rigenerazione, anche quelle più attente, rischiano di dimenticare questa dimensione conflittuale. Quando raccontiamo la diversità come valore senza ascoltarne la fatica. Quando accogliamo senza redistribuire. Quando costruiamo dispositivi di coinvolgimento che sembrano inclusivi, ma in realtà selezionano chi è in grado di performare un certo tipo di partecipazione.
La rigenerazione urbana necessita quindi di essere vissuta come un campo in cui si sperimenta la cittadinanza come esercizio, come qualcosa che si costruisce nello spazio, attraverso relazioni complesse, temporanee, anche contraddittorie
Con un’ affermazione un po’ tranchant potremmo spingerci a dire che, ciò che in qualche modo disturba il disegno sembra destinato a essere rimosso. Perché ci mette in crisi. Ma è proprio questo il punto: le asimmetrie, le crepe nelle narrazioni, producono anch’esse città, che lo vogliamo o meno. E se il disegno non è in grado di comprendere questa complessità, sono proprio i margini del disegno che sono da riscrivere.
Alleanze ed equilibri
Ce lo racconta anche l’esperienza di Piazza Gasparotto, a Padova. Per un tempo, quel luogo ha rappresentato un’eccezione fertile: una piazza “difficile”, rimessa in movimento da una costellazione di pratiche ibride, informali, fragili, ma tenaci, attraverso un’alleanza non scritta tra chi abita il margine e un’amministrazione disposta a tenere la porta aperta. Si sono sperimentate altre forme di convivenza, altri usi dello spazio, un’idea di rigenerazione che non rimuove il conflitto, ma lo assume come parte della scena.
Poi, qualcosa si è rotto.
Forse perché quelle pratiche non sono riuscite a sedimentarsi così velocemente in un nuovo assetto. Forse perché a un certo punto, ha fatto breccia la necessità di rifunzionalizzare, di ricomporre, di fare sintesi chiudendo quella fase fluida.
Più probabilmente perché alcune condizioni di contesto - i rapporti di forza - si sono modificate in maniera repentina. Prima con le nuove norme sull’immigrazione, che hanno aggravato la precarietà di molti migranti fuoriusciti dai percorsi di accoglienza. Poi con una serie di retate iniziate pochi giorni dopo l'insediamento dell'attuale governo. Poi ancora con l’apertura di un presidio di Polizia all’interno della piazza. Fino ai giorni nostri, quando tutta l’area è stata decretata “zona rossa”.
Non c’è stato uno scontro aperto, ma una progressiva riorganizzazione degli elementi, che ha portato con sé anche una riconfigurazione delle possibilità di accesso, di voce, di permanenza.
Sia chiaro, l’esperienza delle realtà di Piazza Gasparotto è più che mai viva. Gli sportelli di supporto contano centinaia di accessi al mese. Gli eventi culturali si moltiplicano. Si è sviluppata l’idea di una clinica popolare. Intorno alle attività si è aggregata un’ampia rete di soggetti a sostegno delle fragilità che attraversano tutta l’area limitrofa alla stazione ferroviaria.
Ma quello che era nato come un esperimento di trasformazione spaziale e sociale dell’area, capace di tenere sulla soglia tanto l’amministrazione comunale quanto le realtà sociali e culturali coinvolte, si è gradualmente trasformato in qualcosa d’altro: più ordinato, forse più riconoscibile, ma meno capace di tenere dentro la complessità che lo aveva generato. Un cambiamento nella natura dello spazio pubblico e, con essa, delle forme della cittadinanza che in quello spazio può essere esercitata.
Istituzioni che imparano
Ma allora, dove possiamo pensare si sia incrinata – se si è incrinata – la capacità della rigenerazione urbana di interpretare un orizzonte di cambiamento?
Forse proprio quando, per merito di chi ha contribuito ad affermarla, è entrata a far parte di un vocabolario diffuso.
Come possiamo quindi tenere aperto quello spazio trasformativo, una volta che si è fatto sistema? Non certo rimpiangendone l’origine pura o prendendone le distanze, ma riconoscendo che, tanto più è una formula condivisa, tanto più abbiamo il dovere di maneggiarne con cura le sfumature.
La sensazione, infatti, è che non sia tanto il termine in sé ad avere perso significato. È il modo in cui viene interpretato che lo svuota di conflitto: lo riduce spesso a procedura, a tecnica, a colpo di spugna sulle contraddizioni della realtà. Lo separa dalle condizioni materiali e sociali da cui prende origine.
La questione non è allora salvare la formula, ma riconoscerla e agirla per quello che è: un campo in cui si esercitano rapporti di forza, dove si costruiscono equilibri, dove si negoziano diritti, dove sperimentare l’apprendimento istituzionale e il farsi istituzione delle pratiche, laddove “le pratiche del comune si producono e si diffondono in una tensione costante tra informalità e bisogno di formalizzazione e riconoscimento formale” (Marella, 2016).
Una pratica scomoda
Probabilmente, più che decidere se sia da salvare o da abbandonare, dovremmo accettare di stare dentro alla contraddizione che il termine rigenerazione urbana porta oggi con sé, sapendo che a volte è un linguaggio che apre orizzonti trasformativi, altre volte che ricostruisce con parole nuove un ordine che esiste già. Altre ancora tutto questo insieme.
Ed è proprio perché ci muoviamo dentro a questa ambiguità che vale la pena continuare a parlarne.
Non per difendere un termine, ma per non smettere di interrogarne l’uso, le derive, le possibilità, i modi in cui si fa realtà.
Rigenerare oggi, a parer mio, significa quindi abitare questa soglia scomoda senza scorciatoie, per tenere aperto uno spazio di tensione politica, materiale, sociale. Senza pretendere di fare ordine o di restituire autenticità, ma restando nel mezzo tra margine e istituzione, tra desiderio e contraddizione, tra rottura e ordine, tra progetto e imprevisto. Non per riconciliare tutto, ma per non smettere di mettere in discussione ciò che si dà per acquisito.
Foto di Alistair MacRobert su Unsplash