Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
L'Eurocities Pulse Mayors Survey (2024), l'indagine annuale condotta tra l'ampia rete di membri di Eurocities, rappresenta oltre 150 milioni di persone in tutta Europa, comprese le sfide e le priorità più urgenti per i sindaci in vista delle elezioni europee. Le 92 risposte da parte dei leader delle 204 città membri di Eurocities danno una panoramica delle principali tendenze urbane in Europa.
L’indagine ci dice che le priorità dei sindaci europei stanno cambiando: l’inclusione sociale e l’equità hanno guadagnato importanza, salendo al secondo posto tra le principali priorità. Quasi un terzo dei sindaci considera questo tema cruciale, soprattutto a causa della crisi del costo della vita, che sta mettendo a rischio un numero crescente di persone. Anche il tema della casa è sempre più centrale. L’accesso ad alloggi accessibili è salito tra le prime tre priorità, mentre lo scorso anno era solo al quinto posto. Se negli ultimi anni la costruzione di nuove case ha perso rilevanza nelle agende politiche, oggi il costo degli affitti e della proprietà immobiliare è diventato una delle maggiori preoccupazioni per gli elettori. Alcune città, come Vienna, hanno una lunga tradizione di edilizia sociale di qualità, ma in molte altre realtà, specialmente dove la gestione della casa è una competenza statale, il problema rimane irrisolto senza un maggiore supporto.
Anche la pianificazione urbana e le infrastrutture giocano un ruolo strategico, con un’attenzione crescente verso la creazione di spazi urbani più sostenibili e vivibili. Dopo la pandemia, si è rafforzata l’idea che l’urbanistica possa essere uno strumento chiave per migliorare la qualità della vita, promuovendo città più connesse e favorendo la socialità. L’attrattività economica, che lo scorso anno era tra le prime tre priorità, è ora scesa all’ottavo posto. Con l’attenuarsi dell’emergenza pandemica, le città stanno spostando l’attenzione su strategie a lungo termine per attrarre investimenti, attraverso politiche di city branding e diplomazia economica. Sebbene non venga menzionato esplicitamente come una priorità a sé stante, il miglioramento delle periferie si intreccia con molte delle priorità evidenziate dai sindaci nel sondaggio. Il tema emerge infatti trasversalmente in diverse aree chiave.
L’attenzione crescente alla pianificazione urbana, unita al valore conferito all’equità sociale, sono infatti direttamente collegati alla necessità di intervenire nelle aree più vulnerabili delle città, spesso proprio nelle periferie. Investire nelle periferie significa quindi garantire servizi essenziali, creare opportunità economiche e rafforzare il tessuto sociale, rendendole spazi di maggiore coesione e partecipazione. Ma questo proposito di benessere non può più essere inteso, da parte della politica pubblica, a prescindere dalla componente cognitiva, emotiva e fisiologica dei residenti urbani, e questo ce lo raccontano oggi numerosi studi nell’ambito delle neuroscienze e cognitivi.
L’ambiente fisico influisce profondamente sulle emozioni, sullo stress e sulla qualità della vita. La presenza di elementi di verde urbano, la qualità dell’illuminazione naturale, l’aria e la varietà sensoriale negli spazi urbani hanno un risaputo ruolo nel benessere psicologico, nel ridurre i livelli di cortisolo (ormone dello stress) e nel favorire la socializzazione. Oggi diventa dunque dirimente che i discorsi sull’urbanistica innovativa, che rispetti realmente un’aderenza tra prospettive politiche e bisogni degli abitanti, vadano ripensati in chiave neuro-centrica, progettando spazi che rispondano ai bisogni cognitivi ed emozionali delle persone.
Le periferie, per come le conosciamo oggi nella maggior parte dei casi, soffrono di una progettazione che non tiene conto di questi aspetti, risultando ambienti alienanti e poco stimolanti; insomma, ambienti che potremmo definire “disabilitanti”, ovvero avversi a un positivo sviluppo di capacità abilitanti per l’autodeterminazione e il benessere dell’individuo, e dunque della società in cui vive. E’ infatti dimostrato che esiste una correlazione tra un ambiente invalidante, come ad esempio una condizione socioeconomica precaria, eventi stressanti o traumatici, e non solo la limitazione dello sviluppo di capacità ma addirittura la psicopatologia, i disturbi neurocognitivi e i parametri del cervello durante la pubertà.
Le periferie sono anche un ambiente potenzialmente pericoloso in termini di risposta neuro-endocrina
A riguardo, la prospettiva enattivista fornisce un solido quadro teorico per comprendere come le periferie possano funzionare come spazi disabilitanti. Al centro di questo approccio vi è l'affermazione che la cognizione non è semplicemente il prodotto di processi interni, ma è profondamente influenzata dalle interazioni tra individui e ambienti. L’enattivismo sostiene che gli individui si impegnano attivamente con il proprio contesto, modellando così le loro esperienze e le loro comprensioni del mondo circostante. Inoltre, agendo attivamente sui corpi e sulle menti degli abitanti e modellando i loro processi cognitivi, emotivi e fisiologici attraverso un’interazione continua tra organismo e ambiente, le periferie sono anche un ambiente potenzialmente pericoloso in termini di risposta neuro-endocrina.
Un elemento fondamentale del quadro enattivista è il concetto di costruzione di senso, caratterizzato come l’attività autonoma dei sistemi viventi nella loro interazione con l’ambiente. Questa attività non si limita ai processi cognitivi, ma comprende interazioni fisiche, sociali ed emotive che influenzano il modo in cui gli individui interpretano e navigano il proprio contesto. Nel caso delle periferie, la mancanza di interazioni di supporto—sia a livello di infrastrutture fisiche che di reti sociali o ambienti accessibili—può ostacolare significativamente la capacità dell’individuo di dare senso alla propria condizione, esacerbando l’esperienza della non-abilità/impossibilità di acquisire capacità di sviluppo.
“Al centro dell’enattivismo autopoietico vi è la concezione dell’organismo vivente come sistema autonomo che enagisce l’ambiente in cui vive, facendolo emergere in quanto dominio di realtà intriso di significati che sono relativi alla propria costituzione corporea. Il concetto di autopoiesi, introdotto da Maturana e Varela, si riferisce a questa organizzazione del vivente, che continuamente produce i propri elementi costitutivi e mantiene un confine tra sé e l’ambiente circostante. L’organismo, quindi, si auto-produce e, allo stesso tempo, modifica l’ambiente in relazione alle proprie esigenze vitali. In tal modo, organismo e ambiente si trovano in una relazione di “accoppiamento strutturale”, in un processo di co-determinazione che si svolge nel corso del tempo. Alla luce della nozione di autopoiesi, i proponenti dell’EA concepiscono la mente nei termini di queste attività di “conferimento di senso” (sense-making) del vivente affermando, di conseguenza, la continuità tra mente e vita: «Dove c’è vita c’è mente, e la mente nelle sue forme più articolate appartiene alla vita»” (Pace Giannotta, 2020)
Se l'ambiente in questione è uno spazio pubblico, il ruolo dell'ambiente nelle teorie enattive diventa ancora più rilevante, poiché lo spazio pubblico è un contesto dinamico in cui si intrecciano molteplici forme di interazione sociale, culturale e politica.
Nella prospettiva enattiva, lo spazio pubblico non è un semplice sfondo neutrale in cui si svolgono le attività umane, ma un elemento attivo che modella le possibilità di percezione, azione e interazione. La cognizione nello spazio pubblico emerge dall'interazione tra gli individui e il contesto materiale, sociale e simbolico in cui si trovano. Ad esempio, una piazza, un parco o una strada non sono solo luoghi fisici, ma ambienti che attivano o limitano determinate possibilità di azione in base alla loro configurazione spaziale, alle norme sociali implicite e alle affordances disponibili.
Le affordances di una piazza variano in base alle capacità fisiche, cognitive e socio-culturali delle persone che la attraversano
Sono infatti le affordances fisiche a giocare un importante ruolo negli spazi urbani, ovvero le qualità degli spazi che invitano a un determinato uso.
Gli spazi pubblici non offrono però le stesse possibilità di interazione a tutti. Le affordances di una piazza, di un marciapiede o di un giardino urbano variano in base alle capacità fisiche, cognitive e socio-culturali delle persone che li attraversano. Un’area pedonale con poche panchine può limitare la sosta di alcune categorie di cittadini (come anziani, persone con disabilità o senza fissa dimora), mentre uno spazio urbano dominato da veicoli può ridurre le possibilità di interazione e gioco per bambini. In una prospettiva enattiva, questa distribuzione diseguale delle affordances può tradursi in una riduzione dell’agency di alcune categorie di persone, escludendole di fatto dalla piena partecipazione alla vita pubblica (molteplici sono gli esempi di design o progettazione urbana volutamente non inclusivi).
Se la cognizione è un fenomeno situato e incarnato, il modo in cui gli spazi pubblici sono progettati, regolati e vissuti ha un impatto diretto sulla costruzione dell'identità e della soggettività. Spazi urbani progettati per favorire la convivialità, la partecipazione e la pluralità esperienziale possono aumentare il senso di appartenenza e agency dei cittadini, mentre ambienti iper-regolati o eccessivamente sorvegliati, o al contrario privati di luoghi di sosta e scambio sani e sicuri per tutte le categorie, possono generare un senso di esclusione e avversità.
La prospettiva enattiva suggerisce quindi che lo spazio pubblico non è solo un luogo fisico, ma un mediatore attivo delle relazioni sociali e della produzione di conoscenza, quindi parte attiva del rapporto di co-determinazione (Maturana, Varela, 1987). Se consideriamo una periferia come ambiente in cui si attua un rapporto di co-determinazione, possiamo ampliare lo sguardo e applicare la stessa logica di accoppiamento strutturale tra sistemi fisici, ma in un contesto socio-spaziale. In questo caso, le entità in interazione non sono solo componenti ecologiche o biologiche, ma anche elementi urbani, sociali, economici e culturali che si influenzano reciprocamente nel tempo.
Dal punto di vista della Sociologia Urbana, le periferie non esistono in isolamento, ma si co-determinano in relazione al centro urbano, in un rapporto che può essere di dipendenza, infatti spesso sorgono per rispondere a esigenze del centro (es. manodopera a basso costo, espansione urbana), ma subiscono politiche urbane che le rendono meno accessibili ai servizi essenziali; di marginalizzazione, a causa di processi di segregazione socio-spaziale che possono cristallizzare disuguaglianze, creando periferie prive di infrastrutture, servizi e opportunità economiche; ma anche di risignificazione, laddove i processi di rigenerazione urbana, se partecipativi e inclusivi, possono creare nuove forme di abitabilità e innovazione sociale nelle periferie.
Analogamente al rapporto tra api e fiori in una nicchia ecologica, le periferie si sviluppano in base a dinamiche di scambio, adattamento e trasformazione reciproca tra gli abitanti (individui e comunità con le loro pratiche sociali, economiche e culturali), tra le infrastrutture e lo spazio costruito, comprese le case, le strade, gli spazi pubblici e le reti di trasporto: le istituzioni e le politiche urbane, che regolano investimenti, servizi, sicurezza e gestione dello spazio pubblico; e tra l’economia locale e globale, che determina opportunità di lavoro, accesso alle risorse e condizioni di vita.
Questi elementi si accoppiano strutturalmente, ovvero si co-determinano nel tempo attraverso interazioni continue: le pratiche sociali trasformano lo spazio, lo spazio influenza le dinamiche sociali, le politiche urbane modellano le possibilità di sviluppo, e così via. E in questa co-determinazione va ricordato l’elemento cognitivo emozionale come variabile determinante del buon risultato di questa triangolazione.
Non solo le barriere ambientali, ma ugualmente le barriere sociali e attitudinali, inclusi stereotipi e pregiudizi sulla disabilità, giocano un ruolo determinante nell'esperienza delle persone che vivono in spazi periferici. Le percezioni radicate sugli abitanti delle periferie enfatizzano una già esistente esclusione sociale e limitano il coinvolgimento significativo nelle attività quotidiane e nella vita democratica. Di conseguenza, le persone che si trovano in una o più posizioni di svantaggio sulla Wheel of Privilege and Power (Brown, 2022) si trovano ad affrontare non solo ostacoli fisici, ma anche paesaggi sociali complessi che rafforzano la loro marginalizzazione.
Degrado, isolamento sociale e stress cronico possono influenzare negativamente il sistema nervoso e immunitario degli abitanti
Dunque, l’insieme di questi determinanti sociali della salute che abbiamo visto, che comprendono le condizioni di vita che influenzano il funzionamento individuale, contribuiscono “olisticamente” a queste esperienze disabilitanti.
Degrado, isolamento sociale e stress cronico, possono influenzare negativamente il sistema nervoso e immunitario degli abitanti. Ambienti periferici degradati, con scarse opportunità economiche e alta esposizione a inquinamento, rumore e criminalità, attivano costantemente l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA).
Questo porta a un rilascio prolungato di cortisolo, che può compromettere il sistema immunitario e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, depressione e ansia in tutta risposta neuroendocrina. “Wilson e Foglia (2011) sostengono che molte caratteristiche della cognizione sono incarnate in quanto profondamente dipendenti da caratteristiche del corpo fisico di un agente, in modo tale che il corpo oltre al cervello/mente dell’agente/individuo svolge un ruolo causale significativo o fisicamente costitutivo nell’elaborazione cognitiva. Va notato inoltre che il corpo umano nel suo complesso comprende una serie di sistemi autonomi sovrapposti, come il sistema nervoso e il sistema immunitario, e che questi sistemi possono ‘incorporare’ elementi extra-organici (e.g., protesi neurali)” (Scarpa, 2021). Secondo la teoria della mente estesa, il contesto in cui un individuo si trova influisce direttamente sui suoi processi cognitivi, e la cognizione incarnata che subisce l’influenza di ambienti poveri di stimoli che possono limitare la plasticità neurale e la capacità di adattamento, ha potenzialmente anche impatto sulla disconnessione senso-motoria.
Ad esempio, la mancanza di spazi verdi e pedonali che limita l’attività fisica ha effetti negativi sulla regolazione del sistema nervoso autonomo (Olszewska & Tawil, 2020). Lo stesso vale per chi vive in ambienti ad alto tasso di misoginia, violenza, gerarchia, in cui l’espressione democratica e l'autodeterminazione non sono praticabili (Arielli & Rizzi, 2023).
Possiamo quindi affermare che, di conseguenza, abitanti in queste condizioni siano maggiormente esposti a un impoverimento del microbioma e a una maggiore vulnerabilità immunitaria (Malan, 2008; Garay-Canales & Mendoza, 2024). Infatti, la teoria dell’incorporazione suggerisce anche che il nostro corpo ingloba elementi dell’ambiente (cibo, aria, batteri). La scarsa qualità dell’aria e la ridotta biodiversità nelle periferie urbane possono alterare il microbioma intestinale e cutaneo, compromettendo il sistema immunitario e aumentando il rischio di malattie infiammatorie croniche.
Quando l'ambiente è stabile e coerente con le nostre aspettative, il cervello non deve faticare per ridurre l'errore predittivo
A sostegno di questa idea ci vengono utili anche la teoria della mente predittiva e il predictive coding (Clark, 2018), che ci raccontano che il cervello funziona come una macchina predittiva che cerca continuamente di anticipare gli stimoli provenienti dall'ambiente. In sostanza, il nostro cervello crea modelli interni basati su esperienze passate per interpretare e prevedere ciò che accade intorno a noi. Quando l'ambiente è stabile e coerente con le nostre aspettative, il cervello non deve faticare per ridurre l'errore predittivo (la discrepanza tra ciò che ci si aspetta e ciò che realmente accade). Questo si traduce in una condizione meno stressante.
Nelle periferie, invece, l'ambiente è spesso caratterizzato da fattori che aumentano la complessità e l'imprevedibilità. In breve, le periferie rappresentano ambienti che sfidano costantemente la capacità del cervello di prevedere e adattarsi. Questo sforzo cognitivo continuo contribuisce a creare uno stato di stress cronico e a compromettere il benessere fisico e mentale degli abitanti. La progettazione urbana potrebbe trarre vantaggio da una maggiore attenzione agli aspetti neuro-cognitivi, per ridurre questi fattori stressanti e migliorare la qualità della vita nelle aree periferiche.
In molte periferie, la presenza di infrastrutture degradate, spazi abbandonati o mancanza di aree verdi crea stimoli ambientali caotici e poco prevedibili. Questo genera un costante errore predittivo per il cervello, che deve sforzarsi di "riadattare" i propri modelli interni a uno spazio che cambia in modo irregolare o non offre riferimenti stabili. La precarietà economica e sociale delle periferie aggiunge ulteriori livelli di imprevedibilità: situazioni come disoccupazione, criminalità o accesso limitato ai servizi essenziali costringono il cervello a rimanere in uno stato di allerta, amplificando l'attivazione dell'asse HPA e il rilascio di cortisolo. In generale, ambienti rumorosi, altamente inquinati o sovraffollati creano un sovraccarico sensoriale stressante in quanto il cervello deve elaborare continuamente informazioni multiple e incoerenti, aumentando l'errore predittivo e il consumo di risorse cognitive.
Il corollario è ovviamente che la teoria della mente predittiva suggerisca che gli ambienti arricchiti con stimoli prevedibili e positivi favoriscano la stabilità cognitiva.
Di fronte a queste evidenze, è fondamentale che i policy-maker locali e le direttive europee riconoscano l'importanza di progettare ambienti urbani che tengano conto delle esigenze cognitive ed emotive degli abitanti. Un approccio neurocentrico, basato sulla teoria enattivista, della mente predittiva e sulle evidenze scientifiche sul benessere psicofisico, può guidare interventi mirati a ridurre lo stress cronico e a migliorare la qualità della vita nelle periferie. Investire nella rigenerazione urbana non è solo una questione etica o estetica, ma una strategia di lungo termine per costruire comunità più sane e resilienti, i cui costi sociali di cura costerebbero di più rispetto a strategie preventive. Le istituzioni a tutti i livelli hanno l'opportunità di adottare un approccio innovativo e realmente radicale, che metta la mente al centro, trasformando le periferie in luoghi che non solo soddisfano i bisogni primari, ma che ispirano benessere, autodeterminazione e partecipazione attiva.
Bibliografia
https://monitor.eurocities.eu/eurocities-pulse-mayors-survey/
Gur, R.E., Moore, T.M., Rosen, A.F.G., Barzilay, R., Roalf, D.R., Calkins, M.E., Gur, R.C. (2019). Burden of Environmental Adversity Associated With Psychopathology, Maturation, and Brain Behavior Parameters in Youths. JAMA Psychiatry.
Andrea Pace Giannotta (2020), Enattivismo, naturalismo e fenomenologia
H. Maturana, F. Varela, The Tree of Knowledge: The Biological Roots of Human Understanding, Shambala, Boston MA 1987, p. 75.
Brown, J. (2022). 7.1 Privilege and Power. Introduction to Social Psychology.
Scarpa, S. (2021). Le pedagogie di matrice enattiva fondate sui concetti di embodied cognition e learning by doing. Formazione, lavoro, persona, 35, 69-91.
Si veda ad esempio Gallagher, S. "The socially extended mind." Cognitive systems research 25 (2013): 4-12.
Olszewska, N., & Tawil, N. (2020). Fast urban growth, human psycho-socio-ecological needs and ‘enac-tivism’: the future of cities. In SPACE International Journal of Space Studies in Architecture and Urban Design.
Arielli, E., & Rizzi, V. (2023). Performativity and the domestic space Practices of embodied dwelling through enactivism, participation, and auto-construction. Itinera, (25).
Malan, L. (2008). Coping disability of Africans during urbanization: a risk marker in the development of lifestyle diseases?. Urbanization: 21st Century Issues and Challenges, 4. Garay-Canales, C. A., & Mendoza, M. S. (2024) Network and Emerging Pollutants During Mental Disorders. PsychoNeuroImmunology: Volume 2: Interdisciplinary Approaches to Diseases, 47.
Clark, A. A nice surprise? Predictive processing and the active pursuit of novelty. Phenom Cogn Sci17, 521–534 (2018). https://doi.org/10.1007/s11097-017-9525-z
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