Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Pio La Torre chiamava risanamento il processo di miglioramento delle condizioni di vita delle categorie sociali più marginalizzate. Quando pronunciava questa parola parlava degli spazi e delle case, ma parlava soprattutto delle persone, in un periodo storico in cui i comunisti avevano la loro base di rappresentanza proprio nel proletariato: la classe di chi non ha redditi passivi, non ha rendite, non ha possedimenti, e a cui non rimane che vivere del proprio lavoro. Diceva che bisognava portare acqua buona, case solide, scuole attrezzate: che quelle persone - tante! - che vivono nelle zone povere della città devono essere sostenute perché partono da una posizione di svantaggio. Il “Sacco di Palermo” si è compiuto nonostante le sue denunce dagli scranni del Consiglio Comunale negli anni ’50 (sarà ucciso dalla mafia venticinque anni dopo) e ha significato uno sviluppo urbano disordinato, caotico, ma non casuale, finalizzato all’arricchimento di cosa nostra e al mantenimento della popolazione in una condizione di subordinazione: pensiamo al mitico “affare scuole”, attraverso cui si sono dati quasi tutti gli edifici scolastici in mano a privati - mafiosi - che li affittano al Comune a prezzi altissimi.
Con l’espansione di Palermo si è proceduto alla costruzione della “Città che non c’era” (titolo del bellissimo libro di Fabrizio Pedone sul tema, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo, cui questo articolo deve i dati e molto altro) secondo dei criteri che erano quelli del vantaggio privato e dell’accumulazione mafiosa. Il centro storico fu abbandonato e divenne sempre più omogeneo e povero, fino a perdere la stratificazione, la complessità sociale che ne era un po’ la caratteristica identitaria. Quel tessuto urbano fatto di palazzi in cui all’attico abitavano il Principe e la Principessa e nei bassi vivevano (e spesso vivono ancora) persone molto povere. Per non parlare dei famigerati catoi, citati persino nei Beati Paoli.
Soltanto tra gli anni ’90 e i 2000 i palermitani, sarebbe più corretto dire alcuni palermitani, iniziarono a dirsi di aver “riscoperto” il centro storico: una dimensione di pensiero che aveva una componente assolutamente coloniale. Il centro storico di Palermo è sempre rimasto popolato, al di là della dichiarazione dei redditi degli abitanti. Eppure, nei trent’anni fra il 51 e l’81, è passato da 136.000 e meno di 30.000 abitanti. Di fronte alla realtà le categorie crollano e se, in teoria, possiamo parlare di deportazione dal centro alle periferie delle classi popolari, questo fenomeno non descrive con efficacia quanto successo a Palermo, dove, ad esempio, l’occupazione di interi quartieri come lo ZEN fu guidata anche dai partiti, dal PCI in particolare, e in tanti casi fu imposta da una condizione di vita inaccettabile.
Che oggi in quei quartieri la presenza di organizzazioni politiche sia ridottissima è un fatto eloquente. Ma com’è avvenuta la riconquista di questa eterogeneità che era una cifra storica?
Non è stata solo un’invasione, nel senso che la “scoperta” che la mia generazione - sono nato nell’87 - ha fatto del centro storico è stata anche un percorso di contaminazione emozionante e significativo: il ritorno in luoghi della città in cui i nostri genitori avevano smesso di andare, la scoperta di una nuova geografia, non soltanto fisica, e la complessità di impiantare percorsi politici. Penso ad alcuni centri sociali occupati ma anche ad alcuni circoli Arci, che quando il centro storico era molto diverso da com’è adesso hanno provato a indicare la via di un cambiamento possibile.
Là abbiamo scoperto la differenza tra chi lavorava per un cambiamento sostanzialmente speculativo ed espulsivo spesso denominato “rigenerazione urbana” e chi, invece, provava e prova a riflettere sullo sviluppo della città, ponendosi anche il tema della presenza mafiosa e della mitica “legalità” in una chiave che, oltre all’ordine pubblico, guardi alla necessità di politiche pubbliche inclusive, di sostegno, che alimentino la crescita delle comunità e il miglioramento delle condizioni di vita effettiva delle persone.
Certo si dirà che noi secondi siamo degli illusi, se non degli utili idioti nella mani del Capitale: difendere però uno status quo terribile come quello del nostro centro storico, ben descritto dal gruppo di Danilo Dolci nella splendida Inchiesta su Palermo del 1956, è più un esercizio retorico che qualcosa che abbia attinenza con la realtà: denutrizione, violenza, sfruttamento, mortalità infantile altissima. Bisogna contestare casomai le modalità di questa progressiva “rigenerazione”: a questo centro storico con tanta edilizia deteriorata e bombardata è stato offerto un piano di recupero che quasi mai ha sostenuto il miglioramento di condizioni di vita e di abitazione. L’unica politica realmente trasformativa di cui abbiamo potuto vedere gli effetti, pur ridotti nel tempo, è stata il reddito di cittadinanza.
L’effetto degli ultimi bonus edilizi è stato del tutto diseguale, ed è evidente come gli incentivi volti al recupero del centro storico che abbiamo visto negli scorsi decenni non siano serviti affatto a raggiungere quello che doveva essere l’obiettivo principale - migliorare le condizioni di vita degli abitanti - ma siano serviti, in grandissima parte, a favorire operazioni di miglioramento e messa sul mercato nell’ambito di operazioni immobiliari speculative. Se pensiamo a due edifici a caso del centro storico di Palermo, uno disabitato e magari bombardato nel ’43 e uno malconcio ma abitato, è probabile che l’area di quello bombardato sia stata acquisita da imprenditori, migliorata con soldi pubblici e rivenduta, mentre il palazzo accanto è rimasto tal quale.
Là abbiamo scoperto la differenza tra chi lavorava per un cambiamento sostanzialmente speculativo ed espulsivo spesso denominato “rigenerazione urbana” e chi attraverso politiche pubbliche inclusive
La sinistra negli anni ‘90 è stata distratta e ha fatto in larga parte finta di non vedere, ma sono tantissime le esperienze di una presenza critica nei luoghi in cambiamento, esperienze che in modi molto diversi hanno avuto un posizionamente diverso, non speculativo, rispetto al contesto e al processo di cambiamento: penso ad esempio allo splendido circolo Nzocché in cui tante compagne, fra cui Rosi Castellese, ci costringevano a perderci tra i vicoli di Borgo Vecchio quando ancora nemmeno sapevamo dove fosse, o al Malussène, o ancora il Blowup in Piazza Sant’anna. Tutti posti che tra gli anni ’90 a gli anni ’00 hanno riaperto, in vario modo, il centro storico alla contaminazione sociale. Penso oggi alla rete di ambulatori popolari, alla rete di quartiere SOS Ballarò: esperienze, spesso politicamente molto sole, che provano a riflettere sull’equità dello sviluppo dei contesti, sull’equità delle politiche pubbliche e a perseguire un principio di inclusione. Che provano a costruire alleanze sociali vere e profonde, e a riflettere sul concetto di sicurezza in senso sociale.
La città di Palermo vede oggi il suo modello di sviluppo principale in un turismo che ha velocemente portato la città a rassegnarsi a vivere sempre più di rendita e sempre meno di lavoro. Un lavoro, oltretutto, che è spesso irregolare, precario, malpagato, quando non completamente clandestino.
Una dimensione terribile che condanna anche a una retorica in qualche modo “matrigna”: diciamo quanto è bella Palermo e sempre di più la mettiamo sul mercato, ma sempre meno ci possiamo permettere le cose che decantiamo (o “abbanniamo”, come si dice qui nei mercati storici). Così le famiglie che se lo possono permettere non solo sostengono i figli nell’acquisto della casa, ma creano una rendita acquistando sempre più immobili in centro storico da mettere sul mercato turistico: un modello di sviluppo che sta cambiando la città, i suoi rapporti sociali, le priorità politiche. Non a caso sono sempre di più gli appartamenti in centro in cui non risiede nessuno, essendo offerti sul mercato dei BnB, che sia in chiaro o in nero.
Un tempo a Palermo si trovava casa in affitto con poco, ora non più. Ma le migliaia di profili Airbnb offrono opportunità di ogni tipo a ogni tipo di turista proveniente dal primo mondo. Non serve un genio o un fine analista, poi, per capire che importanti fette di ricchezza turistica vengono intercettate da chi ha grandi capitali e capacità di muoverli in fretta. Questo, in Sicilia, significa anche Mafia: è recente un’inchiesta in cui i magistrati hanno sostenuto che molti dei cosiddetti “furti della spaccata”, furti notturni compiuti rompendo le vetrine, non fossero per nulla atti casuali di persone tossicodipendenti, come sostenevano alcuni media, ma segnali della criminalità organizzata che invitava a “mettersi a posto”.
Una città infelicissima insomma, in cui le cose belle sono solo merce, in cui si investe prioritariamente in infrastrutture turistiche come il tanto decantato Molo Trapezoidale, costruito per facilitare l’arrivo delle navi da crociera e venduto a noi palermitani come un luogo in cui andare a consumare prodotti molto cari, senza un minimo di infrastrutturazione utile a una fruizione sociale e pubblica. Tale infrastruttura è stata ritenuta prioritaria rispetto all’elettrificazione delle banchine del porto, che speriamo sia completata con i soldi del PNRR, mentre importanti evidenze ci dicono che l’inquinamento delle navi da crociera con i motori accesi in porto ha un effetto sulla qualità dell’aria non inferiore al traffico veicolare.
D’altronde, in una città turistica, in una città che ha solo questa dimensione di sviluppo, cosa importa della salute pubblica? La sfida però è aperta: Palermo resta una città contesa, in cui la gentrificazione è molto più lenta che altrove per ragioni complesse, dall’aumento delle diseguaglianze, all’emigrazione, alla presenza diffusa di economie informali e criminali (che, per quanto possibile, non vanno confuse tra loro). Una città in cui in tanti stanno cominciando a riflettere in modo critico su questo tipo di sviluppo, penso al percorso “Apro - Assemblea permanente resistenza overturism”, i ai ragazzi e alle ragazze di “Corrente” che a Piazza Colajanni attraverso il cinema fanno incontrare felicemente il quartiere di Ballarò.
“Potrete vivere solo di turismo!”, ci avevano detto.
Non avevamo capito che fosse una minaccia.
Benché non manchino nella storia della nostra terra delle figure che hanno provato e provano a invertire questa tendenza, è stata evidente nella storia recente della nostra città la distrazione della sinistra rispetto a certi fenomeni. Una distrazione che stride con l’attenzione avuta dal PCI e dai movimenti extraparlamentari di sinistra tra gli anni ’50 e ’80.
Una distrazione ipocrita, un’incapacità di creare consenso attorno a un’idea di città che certamente nascondeva anche degli interessi: il fatto che oggi raccogliamo i cocci di una relazione interrotta va rapportato all’evidenza che, almeno in questa città, la sinistra è stata quasi sempre al governo mentre questi fenomeni si sviluppavano. E non ha avuto la capacità di incidere su questi processi. “Potrete vivere solo di turismo!” Ci avevano detto. Non avevamo capito che fosse una minaccia. L’esclusività di questa dimensione di sviluppo compromette una vera valorizzazione del nostro patrimonio, anche culturale, che non si risolva nella sua mercificazione. Spesso la “rigenerazione urbana” è una minaccia: per chi si rigenera? Ad esempio, per i mercatari e le mercatare che animano un mercato di cose recuperate, barattate, trovate nell’immondizia proprio all’Albergheria, a Ballarò, nel pieno centro di Palermo.
RedBull sta rifacendo il campetto di calcio che sta là da decenni, e che nei weekend è condiviso con questa presenza mercatale: non appena i lavori saranno finiti, però, i mercatari non potranno più usufruire di quello spazio – la rigenerazione urbana gli toglie spazio e non offre loro alternative praticabili. Più chiaro di così.